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giovedì 26 novembre 2020
 
Immigrazione
 

Immigrati: orrore Cie

19/08/2013  Condizioni di vita disumane, abusi e violenze. L'ultimo caso di Gradisca riporta in primo piano la condizione degli immigrati rinchiusi nei Centri di identificazione ed espulsione. Diritti negati anche per 18 mesi.

L’ultimo caso è quello del Cie di Gradisca: il Centro di identificazione ed espulsione isontino è stato per giorni teatro di scontri fra immigrati e forze dell’ordine. Due dei reclusi si sono gettati dal tetto, un altro ha ingoiato una lametta. Poi è tornata la calma, giusto in tempo per l’arrivo di altri 50 eritrei.
Il copione si ripete. Alla rivolta dei detenuti seguono puntualmente le dichiarazioni dei politici: Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani del Senato: «Quello di Gradisca è la manifestazione più drammatica dell’orrore giuridico che sono i Cie per migranti: condizioni di vita disumane, abusi e violenze, confusione, e forse peggio, nella gestione amministrativa. Un'inchiesta della magistratura indaga sulle responsabilità di prefettura, questura ed ente gestore»; Debora Serracchiani, neo-governatrice della Regione Friuli-Venezia Giula: «Quanto accaduto impone una riflessione in sede nazionale sul futuro dei centri di raccolta per immigrati. Luoghi in cui le condizioni di vita sono terribili e di cui bisogna assolutamente fare a meno»; Loredana Panariti, assessore regionale al Lavoro: «Più di una analogia con gli ospedali psichiatrici pre Basaglia: gabbie in condizioni di assoluta precarietà igienica e sociale, con annessa abbondante somministrazione di psicofarmaci. Dove sta la necessità di tanta repressione e di tanto degrado?».
E tutti traggono la stessa conclusione: quel Cie va chiuso, come già è stato fatto alla vigilia di ferragosto per quello di Crotone dopo le proteste seguite alla morte di uno degli ospiti.
Che lo pensino proprio tutti, in verità, no. Nel consumato copione delle “reazioni politiche” c’è anche il solito leghista di turno, Massimiliano Fedriga,
onorevole triestino del partito di Maroni, ovviamente voce fuori dal coro: «Personalmente ho visitato il Cie ben cinque volte e mai ho riscontrato le condizioni illustrate da Panariti: le stanze sono notevolmente più ampie rispetto alle celle di una qualunque casa circondariale e le persone non vengono nemmeno confinate in esse ma possono invece muoversi liberamente all'interno di un'area ben più vasta».
Insomma, quasi un cinque stelle, roba di lusso, da prenotarci la prossima vacanza. Vien da pensare che abbia sbagliato indirizzo, l’onorevole Fedriga, dato che è l’unico che trova dignitoso un luogo come il Cie di Gradisca. A meno che non lo consideri dignitoso in relazione alla tipologia di esseri umani che ospita: per lui, forse, è anche troppo per dei “clandestini extracomunitari”.
Sorge però un dubbio. Il problema del Centro isontino è semplicemente che è troppo disumano? Basterebbe allora farci qualche miglioria, tipo fornire più acqua fresca, qualche ventilatore, allargare la recinzione di sbarre e filo spinato? O magari portarci qualche calcetto e tavolo da ping-pong. Se così fosse, il Cie di Gradisca diventerebbe accettabile? Andiamo allora a vedere quello che è considerato il “più umano” dei Cie, quello di Bari, definito da Manuela Deorsola, dell'Unione nazionale della Camere penali, «il migliore tra tutti quelli che abbiamo visitato nelle altre città italiane». Il “migliore” – sempre secondo Deorsola – si presenta come «una struttura di tipo detentivo e contenitivo, dove i reclusi vivono peggio che in un carcere, in una condizione di ozio permanente senza poter mai fare nulla».
Questo è il problema. I Centri di identificazione ed espulsione sono luoghi del nulla, parentesi vuote della vita, realtà del “non essere persona”, dove si può rischiare di rimanere fino a 18 mesi consecutivi, come prevede la legge voluta dall’allora ministro degli Interni Maroni. Fedriga, il parlamentare leghista, li paragona alle case circondariali (che è tutto dire), ma in realtà andrebbero assimilati agli zoo. Con tanto di visitatori, cioè gli stessi politici che li hanno creati, fin dal 1998, e non sono ancora riusciti a eliminare quel “mostro” giuridico e umanitario che si sono dimostrati.
Amnesty International, nei suoi rapporti annuali, continua a ripetere che in quelle strutture avvengono gravi violazioni dei diritti umani, sia per le condizioni di detenzione che per la sua durata. Ma non serve tirare in ballo l’organizzazione votata alla tutela dei diritti fondamentali della persona per rendersi conto che occorre risolvere una volta per tutte il problema. Nemmeno un mese fa lo sosteneva anche Felice Romano, segretario generale del Siulp, il sindacato di Polizia: «Le violenze verificatesi presso i Cie di Modena e di Pian del Lago, seguono, secondo un’annunciata cronologia, quelle avvenute presso i centri di Gorizia, Crotone e Catania, accrescendo il già pesantissimo bilancio in termini di danni alle strutture e di lesioni personali per gli appartenenti alle forze dell’ordine e agli stessi immigrati ospiti dei centri. Detti accadimenti avvalorano la tesi sostenuta da sempre dal Siulp, e cioè che i Cie siano vere e proprie bombe a orologeria».
«Sono lager per gli immigrati e per gli agenti», concludeva Romano. «Il Governo riduca il tempo massimo di permanenza, ora è inutile, improduttivo ed eccessivamente oneroso». Ventilatori e tavoli da ping pong non bastano.  

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