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giovedì 12 dicembre 2019
 
 

Immigrazione, i corridoi umanitari sono la risposta. Lo dimostra il progetto “Oltre il mare”

08/04/2019  Due anni di lavoro. Cinquecento profughi accolti e in via di stabile integrazione. Cinquecento persone sottratte ai trafficanti di esseri umani. Ecco il primo bilancio del Rapporto presentato da Caritas, Comunità di Sant’Egidio e Gandhi Charity

Non solo una sfida vinta sul fronte dell’accoglienza e dell’integrazione, ma anche la dimostrazione che c’è una strada concreta, legale e sicura per affrontare la questione dei flussi migratori: questo racconta il Rapporto “Oltre il mare” presentato da Caritas, insieme alla Comunità di Sant’Egidio e alla Ong Ghandi Charity.

 

Si tratta del primo bilancio del progetto realizzato dalle tre realtà di corridoi umanitari, che hanno consentito di far giungere nel nostro Paese 500 profughi da Etiopia (la maggior parte), Giordania e Turchia. Il progetto si concluderà nel gennaio 2020, ma già ora gran parte del lavoro è stato fatto. Ed eccone i risultati: i 500 profughi sono stati individuati fra le situazioni più vulnerabili; i beneficiari sono stati complessivamente 107 famiglie, nelle quali sono inseriti 200 minori, il 58% dei quali sono bambini sotto i 10 anni.

Le persone a cui si è data accoglienza sono in maggioranza eritrei – provenienti dall’Etiopia dove in massa si sono rifugiati per sfuggire alla dittatura e alle persecuzioni del proprio Paese – ma anche sudsudanesi e somali fuggiti dalle guerre che devastano i rispettivi Stati d’origine, e siriani, iracheni, yemeniti, anche loro scappati da conflitti sanguinosi. Molti sono colo che portano con sé le conseguenze delle torture e delle violenze subite nella fuga e nel periodo in cui hanno cercato di raggiungere luoghi sicuri.

 

All’arrivo in Italia, hanno trovato una solida e strutturata rete di accoglienza in 47 Caritas diocesane di 17 regioni, all’interno di strutture (per lo più appartamenti di parrocchie, istituti religiosi o privati cittadini) presenti in 87 comuni, secondo un modello già sperimentato nella rete diocesana (attraverso il progetto “Protetto. Rifugiato a casa mia” lanciato dopo l’appello del Papa nel 2015). Sono state coinvolte le diocesi, le famiglie, singoli cittadini, le comunità locali, attraverso la messa a disposizione di vitto, alloggio, corsi di lingua, iscrizione scolastica dei minori, assistenza sanitaria e psicologica nei casi di necessità, assistenza legale/amministrativa, avviamento all’inserimento lavorativo.

A due anni dai primi ingressi, il 97% dei richiedenti asilo giunti attraverso il corridoio umanitario ha ottenuto lo status di rifugiato e il 3% la protezione sussidiaria. Tutti i minori in età scolare sono stati inseriti a scuola. Il 30% dei beneficiari è inserito in corsi di formazione professionale e 24 beneficiari hanno già trovato un impiego.

 

Anche la rete di volontariato che si è mobilitata è ragguardevole: si sono messe a disposizione 58 famiglie tutor, 574 volontari, 101 operatori.

 

È interessante anche la parte del Rapporto che passa in rassegna le diverse esperienze di accoglienza attivate col coinvolgimento delle comunità in altri Paesi dell’Unione Europea (ma non solo, anche in Canada), per mostrare come, ovunque siano state implementate queste esperienze, hanno riportato significativi risultati in termini di integrazione dei beneficiari e hanno evitato i consueti movimenti secondari che spingono i richiedenti protezione internazionale a muoversi all’interno dei Paesi europei per raggiungere destinazioni diverse da quella di prima arrivo.

 

«Gli esiti ottenuti», conclude il Report “Oltre il mare”, «incoraggiano a concludere che un’Europa che voglia affrontare il complesso fenomeno migratorio attuale non può fermarsi a consegnare la questione nelle mani dei Paesi d’origine o di transito: sono invece quanto mai necessarie alternative davvero credibili ai viaggi illegali e che garantiscano la sostenibilità dell’accoglienza attraverso il coinvolgimento delle comunità locali per puntare all’autonomia dei beneficiari e alla coesione sociale».

 

Nella foto (di Max Hirzel) uno dei gruppi di profughi provenienti dall'Etiopia al momento del loro arrivo a Fiumicino, nel febbraio 2018.

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