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martedì 16 luglio 2024
 
 

Impastato: avanti nel nome di Peppino

29/12/2011  Un incendio ha distrutto la pizzeria della famiglia Impastato a Cinisi. Intervista a Giovanni, fratello di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978.

Il 9 dicembre è bruciata, in piena notte, la pizzeria della famiglia Impastato a Cinisi, vicino a Palermo. Un incendio che ha distrutto una parte significativa dei locali, con un danno stimato intorno ai cinquantamila euro. La pizzeria Impastato non era semplicemente un luogo dove mangiare una buona pizza; la sua attività era anche legata ad una serie di iniziative, convegni e incontri sui temi dell’antimafia nel corso di tutto l’anno. Questo suo essere simbolo di resistenza civile ha dato fastidio a qualcuno: di questo è convinto Giovanni Impastato, il gestore del locale, che non ha mai creduto alla versione del corto circuito accidentale fornita dai Vigili del Fuoco. Giovanni è il fratello di Peppino Impastato, il giovane militante di Democrazia Proletaria ucciso dalla mafia nel 1978. Gli chiedo di ricordare la notte del 9 dicembre e di fare un bilancio complessivo della attività svolta in questi anni.

Dove ti trovavi quella sera e quale è stata la tua prima reazione?
     «Ero a Pisa per degli incontri con degli studenti legati alle attività della Casa della Memoria di Peppino Impastato. Intorno all’una e mezza di notte ho saputo della notizia dalla guardia giurata che per prima è accorsa sul luogo dell’incendio. Per me è stato un tremendo shock, una botta molto dura. Per noi si è trattato del terzo attentato nel giro di tre mesi: il primo incendio è scoppiato il 5 settembre all’interno di alcuni capannoni di nostra proprietà dati in affitto a terzi, mentre il secondo, il 4 dicembre, ha bruciato il camion di un venditore ambulante di pesce che stazionava proprio nel piazzale di fronte all’ingresso della pizzeria. Il venditore, Salvatore Rugnetta, è risultato poi essere un mafioso arrestato per traffico di droga a Carini. Tre incendi di fila non possono essere tutti casuali. Non sono generalmente una persona che approfitta delle circostanze, ma questi fatti criminosi in successione mi spaventano un po’».

Non si è trattato, in effetti, di semplici sospetti dovuti ad episodi precedenti: con prove puntuali e con una perizia di parte, avete dimostrato anche tecnicamente che l’incendio alla pizzeria non è stato un incidente…
   «Esatto: i Vigili del Fuoco hanno parlato di un corto circuito in seguito ad un surriscaldamento nella zona dove sono posizionate le celle frigorifere. Ma la nostra perizia dimostra che l’incendio è partito da un punto diverso da quello indicato inizialmente dai Vigili del Fuoco e, anzi, i focolai sono stati due; senza contare che, essendo inverno, era in funzione in quel momento solo un frigorifero, mentre gli altri non erano collegati alla corrente».

La pizzeria è diventata negli anni anche un luogo simbolo della lotta alle mafie, uno spazio dove, più volte, sono state fatte denunce importanti contro la criminalità organizzata nelle sue varie sfaccettature. Penso al contrasto del racket della prostituzione che è una della battaglie più recenti. A chi davate fastidio?
    «Abbiamo denunciato una presenza molto numerosa di prostitute nei pressi della pizzeria. Dopo due mesi in cui i carabinieri sono intervenuti più volte per procedere all’identificazione delle persone coinvolte, una notte abbiamo deciso di allontanare le ragazze che stazionavano nello spazio adiacente la pizzeria. Un’azione che ci è costata una serie di minacce da parte organizzazione che gestiva il giro di prostituzione, ma nonostante questo siamo andati avanti, fino ad arrivare alla condanna dei responsabili di questa attività illecita. In questi anni abbiamo dato fastidio a tanti. Penso anche alla vicenda del casolare dove è stato ammazzato Peppino: quest’estate è stato trovato in uno stato di totale degrado, quasi a voler umiliare la memoria di mio fratello. E il proprietario del terreno su cui sorge si è rifiutato di venderlo alla Regione Sicilia, che avrebbe fatto diventare quel luogo uno spazio dedicato alla memoria».

La vicenda di Peppino Impastato è stata resa celebre dal film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, una pellicola del 2000 il cui titolo evocava la distanza tra la casa del boss mafioso Tano Badalamenti e quella della vostra famiglia. Oggi quei “cento passi” si sono accorciati: la casa di Badalamenti è stata assegnata, grazie alla legge la 109 del 96 che destina a finalità sociali i beni sequestrati alle mafie, alla Casa della Memoria. Che significato ha avuto per te entrare in quella casa dopo tanti anni?
    «Quella casa è stata affidata alla nostra associazione, ai familiari di Peppino, e al suo interno abbiamo già organizzato molte iniziative per dare il senso di un bene che è stato restituito alla collettività. Entrare in questa casa è stato un segnale importante, il segnale che la mafia può essere sconfitta. È un messaggio fondamentale da trasmettere alle giovani generazioni, che possono così sperare in un mondo in cui non vincano sempre la rassegnazione e il fatalismo. Noi vogliamo continuare a lavorare per mantenere vivi gli ideali e i valori che hanno ispirato la vita di Peppino Impastato».

Dalla vicenda dell’uccisione di tuo padre, all’omicidio mafioso di tuo fratello, agli attentati di questi mesi, i depistaggi per non fare individuare i responsabili sembrano non avere fine. Dove trovi la forza per andare avanti?
   «È vero, ho assistito in tutti questi anni a continui depistaggi che hanno reso più difficile la ricerca della verità. Ma non ho mai fatto un passo indietro e ho deciso che valeva comunque la pena di andare avanti. Tra l’altro sono stato incoraggiato anche dai tantissimi giovani, siciliani e non, che mi hanno aiutato e sostenuto».

Come è cambiato il clima culturale e sociale a Cinisi da trent’anni fa, quando fu ucciso tuo fratello?
    «Qualcosa è cambiato: lo dimostra il fatto che molte persone hanno accettato subito l’idea che quello del 9 dicembre è stato un incendio doloso. Ho ricevuto solidarietà dalle istituzioni, innanzitutto: il sindaco di Cinisi Salvatore Palazzolo, espressione di una lista civica, ha detto in maniera molto chiara di essere preoccupato per il possibile rigurgito mafioso nella nostra zona. Già in passato, d’altra parte, si era dimostrato sensibile a attento alle tante attività che svolgiamo in paese, anche agevolando l’assegnazione della abitazione di Badalamenti alla Casa della Memoria. Anche i Carabinieri, nelle indagini di questi giorni, stanno lavorando con grandissima professionalità e attenzione verso la mia famiglia: un altro segnale del cambiamento di clima rispetto al ‘78. Ma ciò che soprattutto ci ha sostenuto e continua a darci forza sono le espressioni spontanee di solidarietà giunteci da moltissime persone e realtà politiche e associative sparse per l’Italia».

Se potessi parlare dai microfoni di Radio Aut (la radio locale con cui Peppino irrideva i mafiosi) cosa diresti a coloro che hanno organizzato l’attentato?
    «Direi loro che non hanno concluso nulla con la loro azione dimostrativa. L’obiettivo, posso garantirlo, non è stato raggiunto: nonostante i danni ingenti, la pizzeria riaprirà in primavera e siamo certi che tutti gli amici della Casa della Memoria ci aiuteranno a ripartire con maggiore forza. Questo attentato mi ha dato ancora più convinzione nell’andare avanti senza paura».

A chi chiedi oggi aiuto per poter ripartire con la tua attività commerciale?
    «L’attentato è avvenuto su un’attività privata che, per quanto importante per il significato delle tante iniziative sull’antimafia che abbiamo organizzato, voglio che rimanga tale. Non chiedo alcun aiuto di carattere economico. Chiedo, a chiunque lo desideri, di venire a trovarci a Cinisi per conoscere le attività che svolgiamo e sostenerci moralmente. Invito a visitare il sito della nostra associazione (http://www.peppinoimpastato.com/) o ad inviarci una mail (casamemoriaimpastato@gmail.com) per continuare a sostenerci così come è avvenuto, con migliaia di persone, in questi ultimi trent’anni».

 
 
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