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sabato 21 maggio 2022
 
 

In balia dei ribelli

04/10/2013  Intervista a Stefania Figini, volontaria in Repubblica Centrafricana: «Il colpo di stato e la mia disavventura con i ribelli». Ecco cosa sta accadendo nel Paese. E cosa è successo alla cooperante italiana.

Era partita a gennaio, senza immaginare a cosa andava incontro: Stefania Figini, 46 anni, di Desio (provincia di Monza e Brianza) è missionaria laica in Repubblica Centrafricana dal 1995. Dopo undici anni di presenza stabile, ora vive in Italia e trascorre ogni anno alcuni mesi a Bwabuziki, un piccolo villaggio della diocesi di Bouar, dove svolge attività di sviluppo rurale e pastorale in collaborazione con la parrocchia locale, sostenuta dall'associazione Talità Kum onlus.

Era tornata in Centrafrica con la madre Ardelia, che la accompagna da sempre, per seguire i progetti costruiti negli anni: la scuola materna Ss. Anna e Gioacchino, il laboratorio di pelletteria gestito da diversamente abili, il laboratorio di taglio e cucito per donne, l'assistenza sociosanitaria pre e post parto nel centro sanitario di Yenga. Erano pronte a far fronte alle mille difficoltà di quella terra poverissima. Ma mai si sarebbero aspettate di trovarsi nel mezzo di un colpo di Stato.

«Era il 23 marzo», ricorda Stefania. «Eravamo uscite per andare in una missione, ma quando arrivammo, la trovammo deserta: “Cosa fate in giro? Non avete saputo? I ribelli stanno prendendo Bangui!”». La capitale era caduta, il presidente in fuga, la coalizione Séléka aveva conquistato il potere quasi senza resistenza.

«La nostra bianca non ha paura di niente!»

«C'erano militari ovunque, non si capiva se governativi in fuga o ribelli che avanzavano. Abbiamo trascorso due settimane con la tensione a mille, le comunicazioni quasi assenti, i cellulari senza campo. Era la Settimana Santa, abbiamo tenuto aperta la scuola materna per sottrarre i bambini alla tensione. Ma quando giocavamo al gioco del silenzio, capivano che stava accadendo qualcosa...».

Un giorno arrivano dei soldati governativi in fuga: uno ha la moto in panne e cerca un meccanico. Vede Stefania e domanda: «Ma quella bianca non ha paura di star qui in questo momento?». «La nostra bianca non ha paura di niente!», risponde fiero il meccanico, che riassume così chi è Stefania: indomita, coerente, ma soprattutto percepita dalla gente del villaggio come “nostra” e da loro sempre protetta.

Il volo di rientro è prenotato da tempo, la situazione pare un po' più stabile e si decide di partire. Quasi 400 i chilometri per la capitale. Stefania e Ardelia scelgono un autista loro amico fidato, musulmano. Sì, perché i ribelli Séléka sono filo-islamici. E in queste settimane si sono levate molte voci preoccupate che le tensioni si polarizzino in uno scontro religioso. Anche la Conferenza Episcopale Centrafricana ha sollevato la questione. Ma Stefania su questo è categorica: «Non è un discorso religioso! Chi lo dice getta benzina sul fuoco. È un problema politico. In gioco ci sono enormi interessi e questi ribelli sono finanziati dall'esterno».

"Devo testimonare il disastro che si sta consumando nell'indifferenza generale"

  

Partono, ma si imbattono in un convoglio di ribelli, armati fino ai denti e con un'auto in panne. Le fermano. La situazione precipita. Basta poco: una parola sbagliata, un soldato ubriaco o drogato... Con sangue freddo, Stefania chiede del capo: si presenta un capitano che parla quattro lingue ma non pare centrafricano, forse è ciadiano o sudanese. Lei cerca di contrattare, punta sulla sua conoscenza del sango (la lingua locale) e sul suo impegno per la popolazione.

Si giunge a un compromesso: Stefania e gli altri traineranno l'auto in panne fino alla base dei ribelli, a 130 km. Per sette ore restano in balia dei miliziani. Giunti a destinazione, alcuni non vogliono lasciarle andare. Ma interviene il capo: «Ho dato la mia parola». Una sventagliata di mitra trancia la catena che traina il pickup in avaria. Ultimo attimo di terrore. Ed è finita. Una corsa fino a Bangui e il rientro in Italia.

«Ora so perché ci è capitato», riassume Stefania. «Perché devo raccontare qui in Italia quello che sta accadendo laggiù. Testimonare il disastro che si sta consumando nell'indifferenza generale. È il senso della mia scelta di vita: stare a fianco di questa popolazione inerme e dar loro voce».

 
 
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