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lunedì 30 novembre 2020
 
famiglie e consumi
 

In dieci anni la crisi s'è "mangiata" 200 mila tra negozi e botteghe artigiane

11/11/2019  A dircelo è l'ultimo rapporto della Cgia di Mestre sui consumi in Italia. Dal 2007 ad oggi le famiglie italiane hanno tagliato spese (che da sole rappresentano il 60,3% del Pil) per un importo di 21,5 miliardi di euro.

La crisi economica è tutt’altro che alle nostre spalle, almeno a guardare l’andamento della spesa delle famiglie e quello del commercio al dettaglio. A dircelo con evidenza è l’ufficio studi della Cgia (Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre che analizza l’andamento dei consumi in Italia in questi ultimi dieci anni. Ebbene, rispetto al 2007, l’anno precedente alla crisi, le famiglie italiane  hanno “tagliato” i consumi  per un importo pari a 21,5 miliardi di euro. L’anno scorso, la spesa complessiva dei nuclei familiari del nostro Paese è stata pari a poco più di 1.000 miliardi di euro. Nonostante la contrazione, questa voce continua comunque ad essere la componente più importante del Pil nazionale (pari al 60,3 per cento del totale).    

Il Sud ha subito la riduzione più importante. Dal 2007 al 2018 le famiglie meridionali hanno “tagliato” la spesa mensile media di 131 euro (mediamente di 1.572 euro all’anno), quelle del Nord di 78 euro (936 euro all’anno) e quelle del Centro di 31 euro (372 euro all’anno).

A  pagare il conto sono stati anche gli artigiani e i piccoli negozianti: in meno di dieci anni si registrano, infatti, 178 mila imprese artigiane in meno, pari al -12,1% e la chiusura di quasi 29.500 negozi al dettaglio, pari al 3,8%. Complessivamente, pertanto, hanno chiuso i battenti più di 200 mila negozi di vicinato in dieci anni. Mentre le vendite al dettaglio, che costituiscono il 70 per cento circa del totale dei consumi delle famiglie, sono scese del 5,2 per cento.

“In effetti i piccoli negozi e le botteghe artigiane faticano a lasciarsi alle spalle la crisi”, afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo: “Queste imprese vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e sebbene negli ultimi anni ci sia stata una leggerissima ripresa, i benefici di questa inversione di tendenza non si sentono. Dal 2007, anno pre-crisi, al 2018 il valore delle vendite al dettaglio nei negozi di vicinato è crollato del 14,5 per cento, nella grande distribuzione, invece, è salito del 6,4 per cento. Questo trend è proseguito anche nei primi 9 mesi del 2019: mentre nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini le vendite sono aumentate dell’1,2 per cento, nelle botteghe e nei negozi sotto casa la contrazione è stata dello 0,5 per cento”.     

A commento di questi dati il segretario della CGIA Renato Mason aggiunge: “Sebbene la manovra 2020 abbia scongiurato l’aumento dell’Iva e dal prossimo luglio i lavoratori dipendenti a basso reddito beneficeranno del taglio del cuneo fiscale, il peso del fisco continua essere troppo elevato. L’ aumento della disoccupazione registrato con la crisi economica sta condizionando negativamente i consumi. Inoltre, come dimostrano i dati relativi all’artigianato e al piccolo commercio, è diventato sempre più difficile fare impresa, anche perché il peso della burocrazia e la difficoltà di accedere al credito hanno costretto  molti piccolissimi imprenditori a gettare definitivamente la spugna”.    

Sempre in merito ai consumi delle famiglie, a livello regionale le situazioni più negative in termini assoluti ed espressi in valore nominali medi si sono verificate in Umbria (- 443 euro al mese), in Veneto (-378 euro) e in Sardegna (-324 euro). In contro tendenza, invece, i risultati ottenuti in Liguria (+333 euro al mese), in Valle d’Aosta (+188 euro) e in Basilicata (+133 euro). La situazione di difficoltà è proseguita anche nell’ultimo anno, in particolar modo al Nord: in Lombardia, in Trentino Alto Adige, in Emilia Romagna, in Piemonte, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia la spesa mensile media delle famiglie nel 2018 è stata inferiore a quella relativa al 2017.    

Dall’analisi delle funzioni di spesa, invece, sempre tra il 2007 e il 2018 la contrazione più importante ha riguardato l’acquisto dei beni (-10,3 per cento), mentre i servizi sono cresciuti del 7 per cento. Nel dettaglio, i beni non durevoli (es. prodotti cura della persona, medicinali, detergenti per la casa, etc.) sono crollati del 13,6 per cento, quelli semidurevoli (es. abbigliamento calzature, libri, etc.) si sono ridotti del 4,5 per cento e quelli durevoli (es. auto, articoli di arredamento, elettrodomestici, etc.) del 2,8 per cento. La caduta dell’acquisto dei beni è proseguita anche quest’anno:  tra il primo semestre 2019 e lo stesso periodo del 2018 la contrazione è stata dello 0,4 per cento con una punta del -1,1 per cento dei beni non durevoli. Interessante, invece, l’esito dei beni durevoli: quest’anno la crescita è stata del 2,9 per cento.  

Tra le voci di spesa più significative va segnalata quella  dei trasporti (auto, carburanti, biglietti treni, bus, tram, etc.): tra il 2007 e il 2018 la caduta è stata addirittura del 16,8 per cento ed è proseguita anche quest’anno con un preoccupante -1 per cento. In controtendenza, invece, le telecomunicazioni (cellulari, tablet e servizi telefonici, etc.) hanno segnato degli aumenti  straordinari: negli ultimi 10 anni +20,1% e nel solo ultimo anno +7,7%.  

Tornando, infine, alle imprese artigiane e del piccolo commercio, in termini percentuali la regione più colpita dalla moria di aziende artigiane è stata la Sardegna che negli ultimi 10 anni ha visto scendere il numero del 19,1 per cento. Seguono l’Abruzzo con il 18,3 per cento e l’Umbria con il 16,6 per cento. L’andamento delle imprese attive nel piccolo commercio, invece, ha subito la riduzione più significativa in Valle d’Aosta con il 18,8 per cento, in Piemonte con il 14,2 per cento e in Friuli Venezia Giulia con l’11,6 per cento. Rispetto al trend negativo, risultano essere di segno opposto la Calabria (+3 per cento), il Lazio (+3,3 per cento) e la Campania (+4,6 per cento).        

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