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venerdì 05 giugno 2020
 
Pistoia
 

Nella diocesi di Pistoia... le donne del Vescovo

18/10/2016  Monsignor Fausto Tardelli ha costituito un “Consiglio speciale” tutto in rosa che lo aiuterà nel suo lavoro di pastore. «La loro voce non si sente, manca il punto di vista femminile. Lo si invoca, ma poi…»

Non ha rispettato nemmeno la regola delle “quote rosa”, quelle a salvaguardia della parità di genere. Monsignor Fausto Tardelli, 65 anni, vescovo di Pistoia, ha sparigliato tutte le carte con una mossa originale e ha costituito, con decreto canonico, un “Consiglio speciale” formato da sole donne. Sono dodici, come i dodici apostoli o le dodici tribù d’Israele. Dovrà offrire pareri e suggerimenti sulla vita della diocesi, aiutando in questo modo il vescovo nel suo ministero episcopale.
Qualcuno la potrà anche giudicare mossa d’assalto o bizzarra o eccentrica. In realtà il vescovo Tardelli ha soltanto colto l’essenziale di una situazione e ha aperto un processo: «È inutile negare che nella Chiesa non esista una questione femminile e non solo nella Chiesa cattolica, ma in tutte le religioni. Senza le donne potremmo chiudere il catechismo. Eppure la loro voce non si sente, manca il punto di vista femminile. Lo si invoca, ma poi…».
E così monsignor Tardelli ha superato la regola delle quote rosa, quasi per riparare a un debito. Il canone 228, comma 2, del Codice di diritto canonico spiega che i laici «uomini e donne » possono aiutare il vescovo come consiglieri ed esperti. Lui l’ha citato nel suo decreto, ma subito ha fatto la mossa del cavallo: «Ho voluto dare un segnale, nulla impedisce un Consiglio di sole donne, organismo stabile di rilevanza istituzionale che diventa un messaggio chiaro».

«NOI SCONSIGLIEREMO»

Nell’episcopio settecentesco di Pistoia, attorno al tavolo coperto di broccato rosso, adesso si avvia una nuova narrazione. Non ci sono tutte. Tuttavia l’impresa risulta vincente e potrebbe anche portare a risultati clamorosi. C’è una suora, Giovanna Cheli, che sorride e dice già: «Noi sconsiglieremo». C’è un medico, Letizia Vannucchi, che insiste sul fatto “innegabile” di una «elaborazione femminile nei processi di decisione». C’è Irene Ginanni, dottorato in Filosofia, secondo  figlio in arrivo, che allontana «l’idea della rivincita» e spiega che il vescovo ha solo «valorizzato il genio femminile di cui con tanta profondità parlò Karol Wojtyla».
Ancora, c’è Valentina Raimondo, assistente sociale e presidente dell’Azione cattolica diocesana, che dice soltanto: «Bene, era ora, siamo sul pezzo». E c’è Selma Ferrali, che è responsabile dell’Ufficio diocesano della pastorale del lavoro, segno evidente che a Pistoia una parte di debito è già stata pagata.
Il lavoro comincerà nei prossimi giorni e nessuno anticipa nulla. Ma è evidente che non si tratta solo di organizzazione. Spiega monsignor Tardelli: «Ci sono molte questioni da approfondire su una maggiore partecipazione femminile al governo della Chiesa. Spesso in passato molte cose non sono state affrontate con la scusa di argomenti legati dall’ordine sacro. Altre volte è stato il dibattito sul sacerdozio femminile a provocare una reazione di difesa di fronte a rivendicazioni considerate femministe. Ma essere prudenti non significa alzare argini a difesa della casta dei maschi».

ANCORA ALL’ULTIMO GRADINO

  

Monsignor Tardelli mette in  fila nomi di mistiche e teologhe, dottori della Chiesa, donne audaci, memoria femminile che rischia di essere inchiodata solo al mito e ammette: «Sì, c’è un po’ di timore del genio femminile». Lui già quattro anni fa, quando era vescovo di San Miniato, in una lettera in occasione dell’8 marzo aveva chiesto perdono alla donna «ancora all’ultimo gradino in tante parti della terra», definendola «capolavoro della creazione» e «l’opera più sublime, più straordinaria, più sorprendente che il buon Dio abbia creato». Ora ha costituito il primo Consiglio rosa nel panorama ecclesiale. Ragiona di Karol Wojtyla, che ha esaltato il “genio” delle donne, ma poi non ha fatto riforme per loro: «Eppure ha gettato un seme, spiegando che l’umanità ha un debito incalcolabile verso le donne». Ragiona di papa Francesco, che ha istituito una Commissione per il diaconato femminile, «argomento tabù  fino a poco tempo fa: Bergoglio potrebbe raccogliere ciò che Wojtyla ha seminato». Ma c’è altro. Soprattutto c’è quella Commissione dimenticata suggerita a Paolo VI dal Sinodo dei vescovi del 1971 per studiare il ruolo della donna nella società e nella Chiesa che lavorò per tre anni, presieduta da monsignor Enrico Bartoletti, formata da 15 donne e 10 uomini, che per prima sbaragliò la regola delle quote rosa: «Nella Chiesa vi sono tanti fiumi carsici che scavano la roccia con pazienza. Scompaiono e riemergono, segno dell’instancabile opera dello Spirito».
Il suo motto episcopale monsignor Fausto Tardelli lo ha preso da un passo di Isaia: In spe fortitudo, nella speranza sta la forza. Spiega: «L’originalità di un racconto femminile della storia della salvezza è una carta che non abbiamo mai veramente giocato, ma è arrivato il tempo di avere più coraggio. E non si tratta solo di maggior collaborazione, ma di uno specifico femminile che in una Chiesa schierata “in uscita” da papa Francesco deve poter ottenere totale cittadinanza».

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