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Carolina Crescentini racconta il suo "Mare fuori" e «quei ragazzi fragili che si credono boss»

07/10/2020  «Il mio personaggio si adopera perché chi finisce in carcere prenda coscienza dei suoi errori. I pericoli più grandi? Bullismo e cameratismo»

Le cronache ci raccontano di ragazzi che delinquono: ci indigniamo di fronte ai loro crimini, ma la narrazione finisce con il loro ingresso in un carcere minorile. Che cosa succede lì dentro, che tipo di vita fanno, quali reali possibilità di riscatto dalla loro condizione hanno non lo sappiamo.

La serie Mare fuori, diretta da Carmine Elia, su Rai 2 in 6 puntate dal 23 settembre, ci porta invece all’interno di un Ipm (Istituto di pena minorile) di Napoli, dove è più alta la percentuale di crimini anche efferati compiuti da giovanissimi. Un racconto corale dove impariamo a conoscere le storie di ragazzi e ragazze che la vita ha precocemente segnato. La direttrice del carcere, l’inflessibile Paola Vinci, è interpretata da Carolina Crescentini.

L'Intevista a Carolina Crescentini, l'inflessibile Paola Vinci nella fiction Mare Fuori

Un personaggio molto duro il suo. Lontano dalla sua personalità?

«Sono sicuramente molto diversa da lei, più accogliente ed empatica. Ma so anche essere severa all’occorrenza. Per entrare in un personaggio bisogna scavare molto dentro di sé, e fare il tifo per lui anche se non approvi i suoi comportamenti».

Paola Vinci si appella molto alle regole. Un suo limite o l’unica strada per far funzionare le cose in un ambiente come quello?

«Sì, lei sa che l’unica strada per tenere insieme i ragazzi in quel contesto è il rispetto delle regole. Inoltre vuole che i giovani prendano coscienza di quello che hanno fatto, se ne assumano la responsabilità perché poi una volta usciti non continuino a delinquere. In un carcere minorile la responsabilità di chi dirige è doppia, perché i ragazzi hanno tutta la vita davanti. Sono rimasta molto colpita da una cosa che mi disse un’operatrice del carcere di Poggioreale: “Qui escono ed entrano, si vedono sempre le stesse facce”».

Che cosa si nasconde dietro il passato di Paola Vinci?

«Lei ha perso la sua vita precedente, ne porta le cicatrici nel corpo, in quanto è costretta a camminare con un bastone, e nell’anima, che si è indurita. Eppure avrebbe bisogno anche lei di affetto, di farsi abbracciare. Ma nel corso della storia sarà toccata dall’umanità dei ragazzi».

Lei aveva fatto un sopralluogo in un carcere minorile?

«Non direttamente, ma mi sono molto informata vedendo documentari e interviste ai ragazzi del carcere di Nisida su Youtube. Mi sono resa conto che sono dei cuccioli di uomo che si atteggiano a boss. In un tessuto sociale in cui molti ragazzi crescono in famiglie che delinquono da generazioni è più difficile uscirne, ma la propria strada può sempre essere diversa».

Crede che, per come sono strutturati oggi, questi luoghi di detenzione siano efficaci per favorire il recupero dei minori?

«Certamente, a patto che offrano attività coinvolgenti in grado di tenerli lontani da dinamiche fatte di bullismo e cameratismo. Purtroppo non sempre sono adeguatamente finanziati dallo Stato e spesso sono sovraffollati».

Lei ha studiato recitazione al Centro sperimentale di cinematografia. Crede che sia importante per un attore ricevere una formazione specifica?

«È stato fondamentale per me. Ancora mi ricordo gli esercizi che mi hanno insegnato. Per esempio come modificare la respirazione per generare un particolare stato emotivo. Ci può anche essere un talento naturale, ma studiare recitazione ti rende versatile a interpretare parti molto diverse tra di loro».

Di recente è stata la protagonista di un thriller psicologico, Letto n. 6...

«Il Covid ha impedito la normale programmazione nei cinema e ora si può vedere su Sky. È un film particolare, io sono un medico che lavora in un ospedale pediatrico che una volta era una manicomio infantile e ancora vi aleggiano inquietanti presenze».

In quel film le musiche sono di suo marito, il cantautore Francesco Motta. Era la prima volta che lavoravate a uno stesso progetto?

«Sì, ed è stato molto interessante perché condividevamo le impressioni del set e della composizione».

Le è mai capitato di desiderare di fare il lavoro del personaggio che interpretava?

«Sì, quando ho fatto l’addestratrice di delfini in Notte prima degli esami oggi. Ho vissuto un mese con loro, sono intelligentissimi. Ricordo che un delfino, quando pulivo la loro vasca, mi portava in dono dei pezzetti di plastica in cambio di un’aringa. Adoro gli animali. Anche se non avrei mai fatto la veterinaria. Detesto vederli soffrire».

(Originariamente pubblicato su Famiglia Cristiana N. 38, 2020. Foto in alto: Carolina Crescentini, Ansa)

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