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martedì 21 settembre 2021
 
 

In Tv va in scena il processo parallelo

05/06/2013 

Le grandi storie di cronaca nera ci appassionano e la giustizia in democrazia non può che essere un fatto pubblico, ma il modo con cui lo diventa a volte distorce la percezione che ne abbiamo. Per i salotti Tv trasformati in surrogati del tribunale Glauco Giostra, professore ordinario di Procedura penale all'Università La Sapienza di Roma, attualmente membro laico, cioè non magistrato, del Consiglio superiore della magistratura, ha coniato l'espressione "processo parallelo". Gli abbiamo chiesto di aiutarci a capirne qualcosa di più.

Professor Giostra, perché in uno Stato democratico, è così importante che i cittadini siano correttamente informati in materia di giustizia?
«Ogni collettività democraticamente organizzata ha vitale bisogno di credere nella sua giustizia, per evitare che  la risoluzione dei conflitti venga affidata ad altri strumenti, socialmente dirompenti (la vendetta, i rapporti di forza, il dispotismo politico; i poteri criminali). Si può arrivare a dire che per la tenuta sociale di un Paese la fiducia dei consociati nella giustizia è almeno altrettanto importante del modo stesso in cui viene effettivamente amministrata. La    funzione di “collante” sociale della giurisdizione pog­gia su una circolarità virtuosa, che in termini elementari potrebbe essere così riassunta: il potere legislativo, espressione della collettività - fissa le regole della convivenza e il procedi­mento per accertarne la violazione; un organo “terzo”, a ciò preventivamente deputato per legge, applica le norme nel caso concreto; la collettività controlla il modo in cui si amministra giustizia in suo nome e lo valuta: se insoddisfatta, cambia – per il tramite dei suoi rappresentanti politici – le regole che puniscono i comportamenti di intollerabile disvalore sociale o il procedimento per accertarne la commissione. Si riattiva così il moto circolare che esprime la vi­talità democratica e civile di un Paese. Ciò postula naturalmente  che la collettività possa co­noscere il  modo in cui viene resa  giustizia in suo nome. L’informazione, soprattutto l’informazione sul processo penale ha quindi un ruolo fondamentale e insostituibile in una società democratica. Purché, s’intende, sia libera e pluralista». 

 

Non è questo - par di capire - il tipo di informazione per cui ha coniato l'espressione "processo parallelo", evidenziandone i rischi: riusciamo a spiegare al lettore, digiuno di legge ma telespettatore, che cosa intende con questa espressione? 
«Il problema nasce quando dall'informazione sul processo si passa al processo celebrato sui mezzi d'informazione. Da molto tempo ormai ha preso piede, infatti, la tendenza a scim­miottare le forme e la terminologia della giustizia ordinaria, per presentare all’opinione pubblica la messa in scena di un processo “celebrato”  in Tv : "un’aula mediatica” che si costituisce come foro alternativo, come aula di giustizia più “a portata di popolo”.In effetti, le suggestioni, le possibilità di confusione e di commistione non sono poche, perché entrambe queste attività – quella del giudice ordinario e quella dell’operatore dell’informazione che allestisce la mimesi giudiziaria – tendono al medesimo fine, cioè a ricostruire un accadimento passato attraver­so tracce, testimonianze, dichiarazioni, cose del presente. Bisogna, però, cer­care di tenere sempre ben distinti i due fenomeni, perché sono sostanzialmen­te diversissimi: il processo giurisdizionale ha un luogo deputato, il processo mediatico nessun luogo; l’uno ha un itinerario scandito, l’altro nessun ordine; l’uno un tempo (finisce con il giudicato ed è, di regola, irripetibile), l’altro nessun tempo; l’uno è cele­brato da un organo professionalmente attrezzato, l’altro può essere “officiato” da chiunque».

Ci sono altre differenze, magari meno evidenti agli occhi dei non esperti, ma più profonde?
«Il processo giurisdizionale seleziona i dati più attendibili su cui fondare la decisione; il proces­so mediatico raccoglie in modo bulimico ogni conoscenza che arrivi ad un mi­crofono o ad una telecamera: non ci sono testi falsi, non ci sono domande suggestive, tutto può essere utilizzato per maturare un convincimento. Il pri­mo, è intessuto di regole di esclusione per  evitare che il giudice possa servirsi di elementi suggestivi o inaffidabili; il secondo, inve­ce, conosce  soltanto regole d’inclusione, è onnivoro. Nel primo ci sono criteri di valutazione delle prove, frutto di secolare sedimentazione; nel secondo, invece, valgono l’intuizione, il buon senso, l’emotività. Il processo giurisdizionale ob­bedisce alla logica del probabile, il processo mediatico a quella dell’apparenza. Nell’uno, la conoscenza è funzionale all’esercizio del potere punitivo da parte dell’organo costituzionalmente preposto; nell’altro, serve a propiziare, e spesso indurre, un convincimento collettivo sulle responsabilità di alcuni soggetti. Nel primo, il cittadino è consegnato al giudizio dei soggetti   deputati e preparati  ad amministrare giustizia; nel secondo, alla “folla” me­diatica».

 

Come influisce, se influisce, il "processo parallelo" sulla nostra idea di giustizia?
«È innegabile  che, nonostante le differenze siderali che intercorrono tra il processo giudiziario e quello mediatico, non sem­pre l’utente riesce a distinguere i due fenomeni, e a coglierne i diversi signifi­cati, le diverse garanzie e il diverso grado di affidabilità. E anzi, quando li pone a confronto, è la dimensione formale del processo ordinario – e quindi del suo prodotto, la sentenza – a far risultare meno comprensibile il "rito"e meno “giusto” il suo prodotto finale: la sentenza. Si registra, cioè, una certa insofferenza per la giustizia istituzionale, intessuta di regole e di limiti, a fronte del presunto accesso diretto alla verità, che sembra assicurato dall’avvicinamento di un microfono o di un obbiettivo alle fonti».

Vuol dire che in qualche modo la sentenza finisce per apparire agli occhi dell'opinione pubblica "meno vera" rispetto al convincimento che ciascuno ha maturato davanti alla Tv?
«Liberata da ogni forma del procedere, quella fornita dai mass media sembra l’unica verità immediata. E con ciò si sconfina nell’ossimoro, trattan­dosi invece della verità mediata per definizione e per eccellenza. L’insidiosa idea, sottesa a questo "favore" per il processo celebrato sui mezzi di informazione, è che il miglior giudice sia l’opinione pubblica. Questa idea ne evoca un’altra: il sogno della democrazia diretta, della gestione della cosa pubblica da parte dei cittadini senza l’intermediazione della rappresentanza politica. Sarebbe bene, al contrario, tenere ferma almeno una convinzione: il pro­cesso reso nell’agorà mediatica, in cui il giudice è l’opinione pubblica, ha a che fare con la giustizia quanto un potere politico, che debba rispondere sol­tanto al popolo e ai sondaggi, senza mediazioni e contrappesi istituzionali, ha a che fare con la democrazia: cioè nulla, assolutamente nulla».

 

C'è il rischio che il "processo parallelo" intralci in qualche modo l'andamento del processo vero?
«La circostanza che la "vera" giustizia sia affidata a soggetti professionalmente attrezzati diminuisce i rischi che sia influenzata da quella, "taroccata", di tipo mediatico. Tuttavia, ci sono diversi rischi di condizionamento che vanno considerati. Vi è anzittutto, il rischio che le persone informate sui fatti riferiscano dinanzi alla folla mediatica ciò che hanno già detto all'inquirente nella fase segreta delle indagini, disvelando possibili orientamenti investigativi. Se invece è il giornalista ad avvicinare per primo il testimone potendo rivolgergli domande in forma suggestiva o subdola o "conducente", potrebbe indurre risposte cui poi il teste rimane psicologicamente vincolato anche dinanzi all'autorità giudiziaria; rischio che assume le caratteristiche di una quasi-certezza quando si ha a che fare con "soggetti deboli" (minori, psicolabili), i quali tendono ad elaborare la risposta in base al modo con cui viene loro rivolta, per la prima volta, la domanda».

Questo può valere per testimoni, imputati, persone informate sui fatti. Esiste anche il rischio di influenzare il giudizio?
«La precoce rappresentazione del processo mediatico altera, in ogni caso, la regola fondamentale del processo vero è quella, cioè, per cui la prova si forma davanti al giudice del dibattimento (quello che pronuncia la sentenza), il quale non deve conoscere ciò che si è acquisito durante le indagini. Càpita, invece, che il giudice apprenda dalla Tv (per esempio dichiarazioni di testi) ciò che il sistema gli impedisce di conoscere nel processo (per esempio quelle medesime dichiarazioni acquisite dal Pm durante le indagini). Resta, infine, pericolo che possa subire un condizionamento psicologico -pericolo assai consistente nei giudizi di corte di assise, in cui siedono giudici popolari- chi deve pronunciare una sentenza, che il giudizio mediatico e quindi la collettività hanno già pronunciato. Queste le più rilevanti ripercussioni sul singolo processo, ma, per quel moto circolare di cui dicevo all'inizio (leggi - giustizia amministrata-informazione sulla giustizia – modifica delle leggi), non è difficile cogliere più in generale i rischi che una rappresentazione distorta della giustizia, come quella offerta dal processo mediatico possa inquinare quel circuito democratico inducendo a cambiare ciò che merita di essere conservato o, talvolta, a conservare ciò che dovrebbe essere cambiato».

 
 
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