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domenica 16 gennaio 2022
 
Rapporto coop 2018
 

In Italia chi è povero resta povero

07/09/2018  Il Rapporto Coop 2018 mostra un Paese ancora in crisi dove la lenta ripresa porta benefici solo a chi è già benestante. Le famiglie ricche spendono quattro volte di più rispetto a quelle con bassa capacità di spesa. In tutto questo la popolazione è divisa sull'accoglienza ai migranti ma unita sulla fiducia verso la famiglia.

Non è incoraggiante la fotografia del Paese che emerge dal Rapporto Coop 2018. Un’analisi accurata sulla vita quotidiana degli italiani che mostra un panorama di persistente crisi rispetto agli altri Paese europei, e dove regnano polarizzazioni e divari tra la popolazione.

Se lo scorso anno si era parlato di “ripresina” questa, secondo gli ultimi dati, sembra rallentare.  Dopo quasi 5 anni, è sempre più lenta (+1,2% la variazione attesa del Pil nel 2018 contro 1,5% effettivo del 2017), e  va a vantaggio di pochi, non risolleva le sorti della classe media e addirittura spinge ancora più in basso le condizioni delle famiglie in maggiore difficoltà. In sostanza chi è povero rimane tale: infatti il 62% degli italiani che si trova nel 20% inferiore nella distribuzione del reddito è tale anche dopo 4 anni, una percentuale superiore di 5,5 punti percentuali rispetto alla media dei 36 Paesi Ocse.  

La ripresa in Italia è quindi  «lenta, ingiusta e non sostenibile. Soprattutto sui consumi si evidenziano le sperequazioni: le famiglie benestanti spendono quattro volte di più rispetto a quelle con bassa capacità di spesa e tra una famiglia trentina e una calabrese il differenziale all'anno è pari a 17mila euro» come spiega il presidente di Coop Italia, Marco Pedroni. Anche per quanto riguarda il cibo, crescono i consumi dei più abbienti (+2,8%) mentre volgono in negativo gli acquisti dei più poveri (-4%) e degli under 35 (-7%). Da qui il forte appello al Governo dei vertici di Coop a non aumentare l'Iva e a favorire, con la prossima manovra, il reddito della parte più debole del Paese, attraverso la detassazione del lavoro e altre forme di sostegno.

In tutto questo gli italiani appaiono polarizzati e divisi. Adottano comportamenti diversi a seconda delle disponibilità economiche, ma anche del luogo in cui vivono, dell’età e dell’occupazione che hanno, del livello di istruzione e del loro stesso approccio alla vita. Il 17% degli italiani (18-65enni) sono “esploratori”, rappresentano l’espressione piena della società postmoderna hanno comportamenti – e spesso valori – liquidi, si trovano a loro agio in una sperimentazione continua del nuovo, qualche volta senza un concreto, reale costrutto. Alla polarità opposta si collocano i “nostalgici” (26% del campione) che, complice una condizione economica più incerta, mostrano una netta insoddisfazione per il lavoro e la vita in generale. Contemporanei almeno quanto gli esploratori, sono parte della classe media che ha sperimentato gli effetti più duri della crisi. Nel mezzo sta il Paese: un magma fluido ancora incerto sull’indirizzo da prendere fatto di tradizionalisti (19%) religiosi, dediti ai valori familiari e che percepiscono la quotidianità serena e sicura, e i curiosi (39%) che guardano con interesse al futuro e al cambiamento ma lo fanno con pragmatismo e hanno una percezione positiva del loro tempo e della società.

La diffidenza nei confronti della popolazione immigrata rappresenta oggi una delle distinzioni più marcate tra gli italiani; benvoluti dal 38,5% e oggetto di rancore per il 37,5%. Al contrario dell’immigrazione, le prospettive future che gli italiani condividono sono i valori di sempre. Alla famiglia guarda con affetto oltre il 90% degli italiani e nell’affetto è più estesamente inclusa anche la cerchia amicale (82%), i vicini di casa, il datore di lavoro e i concittadini. Nella lista nera degli italiani, e causa di risentimento infine, ecco al primo posto i politici (75,5%), seguono banche, sindacati, Stato e Chiesa.

 
 
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