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domenica 05 dicembre 2021
 
Voce di speranza
 

Comunicativo, poetico, anticonvenzionale Pier Carlo Morello: «Autistico a chi?»

23/08/2016  Non riusciva a parlare, poi la svolta con la comunicazione facilitata. Laureato, è assistente in una scuola. Ha scritto un’autobiografia inimitabile che spazza via ogni pregiudizio

«Quando ero piccolo, credevo di non esistere; pensavo di essere la coda della mamma». Quanta strada ha fatto Pier Carlo da quella prima sensazione. «La prova più difficile era la parola », una parola che non usciva, che era ansia, muro invalicabile, ossessione. «Mio papà Luciano mi voleva aiutare parlandomi continuamente. Mi diceva: “A me gli occhi”, per farmi stare attento. Il gioco mi piaceva e riuscivo a capire le parole. È stata la prima volta che sono riuscito a comunicare con qualcuno. Dicono che avevo cinque anni».
Pier Carlo Morello è un autistico severo e ora di anni ne ha 35. Vive con i genitori a Volpago del Montello, nella Marca Trevigiana, e lavora tre giorni alla settimana come assistente delle maestre in una scuola dell’infanzia nella vicina frazione di Venegazzù. Si è diplomato in Agraria, quindi s’è pure laureato nel 2014 in Scienze umane e pedagogiche all’Università di Padova: primo autistico in Italia. Notizia che ha fatto, ovviamente, il giro della Penisola.

LA BARRIERA DEL MUTISMO

La storia di Pier Carlo è come quella di molti altri ragazzi autistici, piena di problemi e di esclusioni, di speranze e disillusioni. Frequenta le scuole dell’obbligo supportato da tanti insegnanti di sostegno. «Fino alle medie ricordo di aver colorato in silenzio tanti pallini a quadretti nei corridoi della scuola». Aveva imparato a leggere, sì, ma il suo mutismo era una barriera contro la quale sbatteva qualsiasi desiderio di autonomia e inclusione sociale. «Gola con lacci impedisce uscita parola richiesta per scolastica riuscita».
Poi, a 14 anni, dopo innumerevoli viaggi della speranza, da specialisti e professori, come ricorda mamma Marta, il felice incontro con la neuropsichiatra Vittoria Cristoferi Realdon, che lo avvia all’apprendimento di una tecnica di comunicazione facilitata scritta. È la svolta nell’esistenza di Pier Carlo. A seguirlo è l’équipe del CentrOikia di Padova (Centro sperimentale disturbi dello sviluppo della comunicazione e dell’apprendimento, diretto dalla professoressa Cristoferi). «Ora comunico i miei pensieri. Scrivo e lento è il mio scrivere. A strati, a salti, a scatti. Ambiguo». Ma aggiunge: «Da tempo sono uscito dalla mia clandestinità: scrivo». Quel che non esce dalla bocca, esce dalla penna, anzi dalla tastiera del computer che Morello usa, seguito da uno psicologo facilitatore, per scrivere.
È con questo strumento che ha trovato la forza di frequentare l’università, sostenere esami e laurearsi, contro i tanti pregiudizi e i sospetti di chi ha perfino messo in dubbio il suo autismo, dopo la sua performance.

VITTORIE E SCONFITTE

  

Adesso questa complicata, incredibile storia di “inclusione” sta raccolta in un libro di cui lui stesso è autore: è appena uscita, infatti, Macchia, autobiografia di un autistico, per Salani editore, in cui sono riassunte vittorie e sconfitte, solitudini e sfide degli ultimi quindici anni della sua vita. Lo scopo del libro sta scritto a pagina 59: «Forzo il mio scrivere per sfasciare la sicurezza antica sull’autismo. Canto la difficoltà della persona autistica nel comunicare. Negati alla parola, ma ibridi nelle comunicazioni sospese dentro la sinuosa comunicazione facilitata».
E ancora, in un altro punto si legge: «Il mio Q.I. (quoziente intellettivo, ndr) serve a porre limiti. Io sono anche possibilità», sembra urlare, sfidando gli scettici.
Il libro è un affascinante diario di un riscatto personale, realizzato in un linguaggio straniante, senza sintassi, impressionista, in realtà così poco “autistico”, perché così comunicativo, poetico, anche se in modo per niente convenzionale e usuale. Sembra davvero un “italiano” re-inventato da un extraterrestre. D’altra parte, è lui stesso a scrivere queste parole: «Siamo macchine venute da altri mondi, sdoganate dentro sale d’attesa, circondate da viali saturi di suoni».
Ma cos’è la comunicazione facilitata? E lui in questa densa, essenziale neolingua ci risponde, digitando lento sulla tastiera: «La momentanea mia salvezza, per mia possibilità di socialmente avere mio posto nel mondo ». E della laurea che ci dici? «Non aspettavo altro per mie potenzialità far vedere», compone orgoglioso sul pc.
Pier Carlo sembra affaticato, allora Laura, la sua giovane facilitatrice, gli chiede se vuole fermarsi. E lui: «Ascolto di me e un po’ mi distraggo, ma con sicurezza ora sto ad ascoltare ». E poi continua: «Cosa mi dà più fastidio del comportamento della gente davanti a un autistico? La negazione della nostra umanità. Perché è una molteplice personalità. Non solo autistico, sono». Un sogno? «Che persone con disabilità non siano nominate solo come malati da curare e da assistere con angeli custodi. Voglio che siano persone incluse in nobili Comunità che a tutti sanno fare posto». Un posto nella società, non da emarginato. Riuscire semplicemente ad andare a una festa e «ballare assieme agli altri» senza sentirsi a disagio.
Il sorriso stampato sul suo volto, mentre entra in un bar a mangiarsi un panino in compagnia di un’amica, tirocinante del CentrOikia, dice davvero tutto.

 
 
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