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lunedì 20 maggio 2024
 
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Indi Gregory, di fronte a una sentenza iniqua si accende una speranza che si fa preghiera

07/11/2023  Il governo italiano concede la cittadinanza italiana alla bimba inglese affetta da una malattia incurabile e condannata a vedersi staccare la spina da un tribunale locale. Ora, se Italia e Gran Bretagna trovano un accordo, la piccola potrà essere traferita al Bambin Gesù di Roma per trovare una cura compassionevole. Il commento di Giuseppe Anzani

C’è nella vicenda di Indi Gregory, la bimba di otto mesi destinata a morire per sentenza dell’Alta Corte inglese perché affetta da una malattia ritenuta incurabile, una parola grande e paradossale che suscita dapprima un moto di pietosa speranza e poi invece di stupefatta indignazione. Indi è in un lettino d’ospedale al Queen’s Medical Center dell’Università di Nottingham, affetta da una malattia mitocondriale rara e gravissima. I medici la ritengono incurabile e dolorosa, costretta com’è all’impiego di terapie di sostentamento vitale. Vorrebbero “staccare la spina”. I genitori, affranti, vedono nei movimenti e negli occhi della loro creatura la domanda di vivere.

Il caso finisce davanti alla giustizia dei tribunali e vi insinua quella parola grande che deve far collimare ciò che si proclama giusto con il bene; il bene della bimba, il suo interesse, il migliore interesse, il meglio del meglio per lei, il best interest come si usa dire in quelle aule. E il cuore per poco si allarga, e tosto si dispera, perché quella parola è la stessa che è comparsa nei casi di Charlie Gard e di Alfie Evans, e nel sistema del diritto inglese, che loro chiamano common law, i precedenti contano come fossero legge, come tracce d’un giudizio prenotato. Si scrive best interest, si legge morte.

Ma che giustizia è una giustizia così? Di che cosa si fa padrona, che competenza si arroga una Corte umana sulla vita o la morte di un essere umano? Lo sconcerto si fa indignazione nell’apprendere che i genitori, sconfitti e annientati dall’Aula in tutti i riscorsi e gli appelli, hanno portato la loro disperazione a conoscenza del mondo, e un Ospedale pediatrico italiano d’eccellenza, il Bambin Gesù di Roma ha offerto di accogliere la bimba per una nuova osservazione diagnostica e nuove cure di sostentamento. Che senso ha avuto allora negare il trasferimento, se non un orgoglio crudele? Forse da nessuna parte, allo stato della scienza e della ricerca, Indi potrà essere guarita. Ma curata sì, curata fino all’ultimo. Perché la cura d’ogni vita non può essere disertata: e se giunge al suo esito per impossibilità di terapia proporzionata, la si accompagna nel suo transito con la delicatezza d’un amore persistente. Non la si spegne in discarica per decreto.

 

Mamma Claire con la figlia Indi.
Mamma Claire con la figlia Indi.

La piccola Indi Gregory.

Anche più pungente la contraddizione di una giustizia che si fa violenza, quando straripa fuori dal conflitto interno fra medici e genitori. Un conto è tenere i medici immuni da una rampogna di omesso soccorso, se non vogliono più curare la bambina, un altro conto è sequestrarla in ospedale a morire, impedendo ai genitori di portarla via. È un delitto contro la libertà, proprio nella patria dell’”habeas corpus”, che qui diventa un habeas cadaver. Avesse detto “qui non c’è più posto, portatevela via” sarebbe stata una crudeltà semplice; l’aver detto “la porta è chiusa, con vostra figlia dentro, la riavrete in una bara” è una inciviltà inammissibile; è semplicemente contro i diritti umani.

L’Italia ha dato a Indie Gregory la cittadinanza, con una iniziativa provvidenziale del governo che ha riacceso una fiammella di speranza e uno spiraglio inatteso nelle procedure giudiziarie riaperte e sospese. Ora Indie è italiana, se viene da noi non espatria, perché noi siamo l’altra sua patria. Al momento in cui scriviamo non si sa quando partirà, e neppure se potrà partire. Noi ci aggrappiamo alla speranza che la commozione per il dolore innocente, per il mistero del dolore innocente, ci ha messo in cuore. E che spontaneamente si fa preghiera.

 
 
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