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giovedì 02 dicembre 2021
 
 

Insegnanti e genitori: fanno lo stesso lavoro

17/10/2014  Nel catanese, il professore rimprovera l’alunna che parla al telefonino, il padre irrompe a scuola e lo prende a pugni. Ne parliamo con Emanuela Confalonieri, docente di Psicologia dello Sviluppo dell’Università Cattolica di Milano.

Nel catanese, il professore rimprovera l’alunna che parla al telefonino, il padre irrompe a scuola e lo prende a pugni. Ne parliamo con Emanuela Confalonieri, docente di Psicologia dello Sviluppo dell’Università Cattolica di Milano.

«Quando parliamo di scuola non bisogna generalizzare, questi sono casi eclatanti ma isolati, anche se l’intromissione del genitore in maniera del tutto inopportuna non è nuova. È una sorta di modalità disfunzionale di comunicare che è andata crescendo negli ultimi 10/15 anni. Fa parte della fatica dell’attuale generazione dei genitori a ritrovare la collocazione precedente o a trovare una nuova e diversa modalità di partecipare alla scuola, per cui è giusto, molto più di quanto accadeva qualche anno fa, che io capisca qual è l’esperienza di mio figlio a scuola ma manca la specificità dei ruoli. Ovvero, è bene che io capisca l’esperienza scolastica di mio figlio, ma questo non autorizza da parte mia interventi scomposti. La scuola e l’esperienza scolastica sono esclusivamente del figlio. Suoi e solo suoi. Quello che manca da parte del genitore è fermarsi  e chiedersi il perché di certi interventi, perché i docenti l’avranno fatto. Se mi fido dell’educatore non parte subito l’atto giustificativo e contrario alla scuola, ovvero: “non avranno capito mio figlio, si saranno fraintesi etc”. Alla base di questi comportamenti/interventi c’è un atteggiamento sostituivo rispetto al figlio e ai suoi spazi. Quando invece starne fuori non è disinteresse, ma interesse “alla giusta distanza”.  Il paradosso di questo episodio catanese è la violenza, che va condannata, di fronte per altro a un gesto educativo corretto, in linea con il regolamento. Come i ragazzi non devono fumare e non devono danneggiare i muri della scuola, così non devono usare il cellulare in classe. Ma il regolamento si capisce e interiorizza se sostenuto anche a casa in nome di: “se c’è una regola la rispetti, punto”. Si chiama educazione alla cittadinanza».

E qui potremmo aprire una parentesi sull’uso dei cellulari in classe...

«Il cellulare è una distorsione a cui si è arrivati per il dilagare dei cellulari. So di scuole che hanno tentato il tutto per tutto, anche soluzione più morbide come “lo portate ma lo tenete nello zaino”. Ora, c’è età ed età. Con gli adolescenti non dovrebbero servire tanti escamotage. Se il cellulare non si può usare io mi aspetto che tu rispetti la regola. Non lo fai? Io professore te lo sequestro, ti do una punizione e basta. Così tu genitore, dall’altra, se dai un cellulare a un figlio per controllo e perché ha la sua utilità, deve dirgli anche quando tenerlo spento. È necessario rimarcare regole di vita comunitaria assolutamente di base. Del resto, se a tavola suona il cellulare e loro rispondono poi lo faranno anche a scuola. Casa – scuola, si sa da sempre, sono ambienti contigui dove se c’è coerenza, c’è una vita quotidiana più facile e più semplice per tutti. Perché si sta parlando la stessa lingua».


Come si può educare i ragazzi con questa generazione di genitori che vede nei prof dei nemici?

«Dovremmo ripartire da una questione tra adulti, creando spazi in cui genitori e insegnanti provano
a raccontarsi questa fatica che vivono entrambe le parti. Spesso invece ci si arrocca, genitori da una parte e insegnanti dall’altra; spesso per i genitori è “una scuola che non capisce, che non accoglie, che è noiosa” e lo dicono anche ai ragazzi che arrivano con queste idee nelle orecchie. Gli insegnanti, dall’altra, pensano che sia una generazione non educata e non educabile. E li accolgono con questo preconcetto. Ma in questo i ragazzi non c’entrano nulla. Dovrebbe essere un lavoro adulto dove gli insegnanti chiedono ai genitori di ridefinire insieme spazi, competenze e ruoli. Per esempio facendo dei consigli di classe dove ci si interroga sulle rappresentazioni reciproche in modo realistico e si riparte da quel rispetto tra me come insegnante nei tuoi confronti di genitore e te genitore verso di me come insegnante. Il problema è che è venuta a mancare la fiducia, il pensare che stiamo facendo lo stesso lavoro per quella persona che per te è tuo figlio e per me è il mio studente».

 
 
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