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martedì 30 novembre 2021
 
 

Questo professore sembra don Milani

27/11/2012  Fabrizio Pulcinelli insegnò in una scuola media dell'Appennino toscano negli anni Sessanta. E come il sacerdote di Barbiana dovette inventare un nuovo metodo pedagogico.

Lezione in una scuola media negli anni Sessanta (Olycom).
Lezione in una scuola media negli anni Sessanta (Olycom).

Oggi si parla di “precari della scuola”, un termine che negli anni ’60 ancora non si usava. Si diceva, più semplicemente, “supplenti”. Il supplente si intitola un bellissimo romanzo autobiografico di Fabrizio Puccinelli, pubblicato per la prima volta nel 1972 da Franco Maria Ricci e ora riproposto da et al./edizioni (postfazione di Giovanni Mariotti, pagine 104, euro 10,00).

L’autore, lucchese, era nato nel 1936 ed è morto nel 1992. Il supplente è l’unico volume pubblicato da lui in vita: per il resto, uscirono soltanto alcuni racconti in rivista, mentre postumo verrà edito Gabbie (Marsilio 2006), testimonianza di un soggiorno di alcuni mesi in una clinica psichiatrica. Diario di un professore di montagna Il supplente è la narrazione di due anni di insegnamento nelle scuole medie dell’Appennino toscano all’indomani dell’istituzione della media unificata. Allora fu necessario reclutare molti giovani “professorini”, a volte prima ancora della laurea. Docenti proiettati dalle città in scuole ancora deamicisiane. Come la prima a cui approda Puccinelli: “Tutte le aule sono riscaldate con stufette di terracotta. I ragazzi vanno su e giù tutto l’inverno, dalle aule alla cantina, scavano una caverna nel mucchio e portano la legna”.

Il protagonista del libro di Puccinelli si interroga su come avvicinare alla cultura i ragazzi di paesini sperduti, spesso provenienti da famiglie nelle quali essi sono la prima generazione ad accostarsi agli studi. Per rendersi conto da dove vengano i suoi scolari, Puccinelli gira per i monti e i paesini da cui provengono. Cercando di comprendere la loro visione del mondo, legata a quella dei genitori e delle persone che hanno conosciuto. E poi si chiede: “Come si può eliminare la loro timidezza? Come possono fare figli di contadini e pastori a liberarsi della maschera dell’assoggettamento che gli sta sul volto da secoli?”.

Aldo Fabrizi in "Mio figlio professore" del 1946 (Olycom).
Aldo Fabrizi in "Mio figlio professore" del 1946 (Olycom).

Sono le domande che in quegli stessi anni si poneva a Barbiana don Lorenzo Milani.  L’insegnante vede di fronte a sé ragazzi “impauriti”, che sentono la scuola “estranea”, quando non addirittura “minacciosa e nemica”. Ma la disponibilità umana del docente e l’interesse per le nuove metodologie pedagogiche (recepite e utilizzate senza eccessi ideologici, ma all’insegna di un concreto buon senso) riescono a colmare il divario che lo divide dalle sue classi.

Ad esempio, non impone temi su argomenti percepiti dai ragazzi come astrusi o lontani
, ma li spinge a scrivere di ciò che vogliono, dando loro pochi consigli, secondo una moderna didattica della scrittura creativa. E anche della lettura, di cui il protagonista intuisce tutta la forza: “La lettura stacca i ragazzi dalla dipendenza dagli altri, soprattutto dalla dipendenza spirituale”. Il libro ha un importante valore di documento. Ma si segnala anche per una grande forza stilistica, giocata tutta sull’essenzialità. Sul “romanzo del maestro” si innesta una riflessione esistenziale, che talora scaturisce dal rapporto con il paesaggio: “In certi mesi di inverno […] a stare tra quelle gole, la disperazione scende nel petto appena calano le ombre”. Una disperazione lenita dal quotidiano contatto del professore con i “suoi” ragazzi.

 
 
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