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martedì 28 maggio 2024
 
il ritratto
 

Simone Inzaghi, l'anti-divo che ha portato l'Inter al trionfo lavorando sodo e senza mai fare polemiche

23/04/2024  Ha saputo aspettare, imparare e maturare dalle sconfitte, dare spazio ai giovani e creare un gruppo affiatato e compatto. Di lui non si ricordano invettive e toni sopra le righe mentre, quasi in penombra, costruiva una squadra capace di giocare benissimo e di vincere. Ritratto del ct della seconda stella nerazzurra che una volta ha detto: «Noi come la Red Bull? Non lo eravamo, è il lavoro che ci ha fatto arrivare qui»

Quando Antonio Conte, il ct del diciannovesimo scudetto vinto tre anni fa, arrivò all’Inter, la prima cosa che fece è togliere l’inno Pazza Inter (bellissimo, peraltro) perché diceva che per vincere la squadra deve abbandonare la follia e diventare una squadra normale. L’inno fu tolto, l’Inter arrivò in finale di Europa League, persa contro il Siviglia, nel 2020 e l'anno dopo vinse lo scudetto. Subito dopo la vittoria, Conte sbatté la porta in polemica con Steven Zhang e la società e se ne andò.

Psicodramma. Polemiche. Molti temevano un pesante ridimensionamento della squadra dopo un mercato incerto. Se Conte se n’è andato è perché l’Inter è in fase di smobilitazione con un club fortemente indebitato e una proprietà traballante, incerta, disinteressata al destino nerazzurro e lontana anche geograficamente, scrivevano (molti) giornali.

Chi avrà il coraggio di prenderne il posto e danzare sulle macerie? Il 3 giugno 2021, un mese dopo la vittoria dello scudetto, viene annunciato il nome del nuovo ct: Simone Inzaghi, piacentino, in arrivo dalla Lazio, per anni conosciuto come “fratello di”, ossia di Pippo, quello che vinceva il Mondiale e segnava in finale di Champions League. Pippo era immediatamente riconoscibile a differenza di Simone, soprannominato non a caso “Inzaghino”.

Per l’ambiente Inter, quasi un alieno. Arriva in punta di piedi ma non è la posa del debutto. Inzaghi è silenzioso, mite, mai polemico, poco cool, per dirla con un termine oggi di moda.

Nulla a che vedere con José Mourinho, il condottiero dello storico Triplete del 2010, il ct che esaltava i tifosi e deprimeva, facendogli saltare i nervi, i detrattori con la sua verve parolaia e seducente, incendiaria e polemicamente scorretta, sempre sulle barricate con gli avversari e anche con i suoi stessi giocatori: «Il primo scudetto lo avete vinto in segreteria, il secondo perché non c’era nessuno, il terzo all’ultimo minuto. Siete una squadra di...», pare disse in spogliatoio dopo un ko con l’Atalanta in cui l’Inter era apparsa molle e poco grintosa.

Nulla a che vedere, Simone Inzaghi, neanche con Antonio Conte, il ct ardimentoso e sempre in polemica con la società, il ct che non vedeva futuro dopo il mercato di necessità virtù imbastito da Beppe Marotta e Piero Ausilio tra parametri zero, addii eccellenti come quelli di Lukaku e Hakimi nel 2021 e la necessità di far quadrare i conti visto il debito sul groppone grande quanto una casa.

Inzaghi allenatore era nato dall’intuito di Claudio Lotito, patron della Lazio e abilissimo nel far di conto: un anno rimanente da contratto da calciatore trasformato in un triennale da tecnico delle giovanili. Ad alcuni quell’incarico sembrava un atto dovuto, invece Lotito e Inzaghi ci avevano creduto per davvero. E infatti dopo aver allenato tutte le formazioni giovanili della Lazio fino alla Primavera (con cui vince due Coppe Italia e una Supercoppa), Inzaghi si siede sulla panchina della prima squadra il 3 aprile del 2016 per la partita contro il Palermo, al posto dell’appena esonerato Stefano Pioli che diventerà il suo rivale a Milano e che ha sempre battuto durante gli ultimi sei derby.

Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, ormai Inzaghi non si discosta dal 3-5-2 dopo il 4-3-3 tentato a inizio carriera. Al suo fianco, da dieci anni, c’è Massimiliano Farris, e, da ancora prima, sono con lui il preparatore atletico Ripert e il match analyst Cerasaro.

L'Inter festeggia a San Siro dopo la vittoria dello scudetto contro il Milan (Ansa)

Calma e pazienza, dicevamo. Anche quando – tra la fine di febbraio e i primi di marzo 2023 – dopo una serie di sconfitte in campionato e la doppia sfida con il Porto per gli ottavi di Champions divenuta giro di boa della stagione, molti (compreso chi scrive) chiedevano la testa di Inzaghi, ct inadatto, dissero in molti, a gestire le fasi di crisi quando invece occorrono nervi saldi per non perdere il bandolo della matassa, far passare la bufera e poi ripartire.

Ma si sa, l’Inter, soprattutto quando la si tifa, è esperienza a tinte forti: passione cieca, zero pazienza, grandi arrabbiature, pathos.

Inzaghi, dopo la vittoria per 1 a o a San Siro, va in Portogallo e con una partita intelligente, ma non remissiva, elimina il Porto e vola ai quarti di Champions League. Poi, incredibile anche a solo a pensarsi qualche settimana prima, porta la squadra in finale dopo la doppia, leggendaria vittoria contro il Milan battuto due volte in semifinale, fino all’atto conclusivo di Istanbul perso per 1 a 0 contro il colosso Manchester City di Pep Guardiola il quale, qualche giorno fa, ha ammesso candidamente che se Lukaku non avesse parato, anziché buttare in rete, quella palla fatidica sulla linea di porta forse il City la Coppa non l’avrebbe portata a casa perché l'Inter ha giocato benissimo ed è stata sfortunata.

Da lì è cominciata la rinascita, o meglio la maturazione.

Il campionato di quest’anno è stata una dolce, lunghissima cavalcata, un’impresa sportiva paragonabile a quelle del Napoli di Spalletti e della Juventus record di Conte.

Eppure, dal racconto che si fa di quest’Inter che ha vinto lo scudetto – il ventesimo della sua storia, l’agognata seconda stella – Inzaghi sembra quasi un co-protagonista, un personaggio secondario, lasciato ai margini, messo su quella zona del palcoscenico dove la luce diventa fioca e la scena sfuma nel retroscena.

«È come se venisse considerato l’amministratore di una fortuna che gli è toccata in sorte, non il fautore del suo patrimonio», ha scritto Francesco Gerardi sulla rivista Undici, «come un manager che gestisce la ricchezza prodotta da altri e non l’imprenditore che quella ricchezza se l’è inventata».

Di Inzaghi, in questi anni all’Inter (e neanche prima con la Lazio) non si ricordano polemiche capaci di incendiare i social, invettive, toni volgari o sopra le righe, isterismi.

Senza mai polemizzare con nessuno, né con i giornalisti (a differenza di altri suoi colleghi), né con gli arbitri, tantomeno con la società, con quella faccia un po’ così, adatta ai meme che intasano i social e girano su WhatsApp («spiaze», il più iconico e il più usato dagli interisti per sfottere soprattutto gli eterni rivali juventini e milanisti), ha costruito un’Inter capace di trionfare e dominare, con un gioco non solo efficace per i risultati ma anche bello da vedere.

Inzaghi, zitto zitto, ha trovato finalmente la via italiana al calcio moderno, ha messo insieme la tradizione e gli insegnamenti di un Paese come il nostro, arretrato e retrogrado anche nel football (palla a scavalcare il centrocampo e via…) e ha costruito una squadra di lusso usando le macerie del dopo Conte, spesso accontentandosi, talvolta arrendendosi (ma senza mai polemizzare in pubblico), sempre aspettando.

S’è fatto architetto, ingegnere e muratore di una squadra che non solo vince ma è bella da vedere. A tratti irresistibile, come quando San Siro si esalta sull’ennesima ripartenza mandata giù a memoria, livelli di calcio spaziale contro avversari spesso e volentieri tramortiti. In Italia, ma anche in Europa.

I giocatori, tutti, che corrono e si muovono anche senza palla, i passaggi di Lautaro Martinez (monumentale, quest’anno) per la sgroppata di Dimarco, il cross a tagliare verso Dumfries.

Inzaghi s’è inventato Calhanoglu regista dopo anni di domande sul suo ruolo effettivo, Thuram, chiamato a sostituire tra mille perplessità Lukaku, con lui è diventato una punta spietata, Pavard un difensore solido, Niccolò Barella da intemperante e a volte troppo polemico è diventato un leader, Matteo Darmian e Alessandro Bastoni, lanciati da Conte, definitivamente maturati e abilissimi a spingere avanti e ripiegare indietro per dare una mano in difesa.

Frattesi e Carlos Augusto pronti ad essere decisivi partendo dalla panchina che non piace fare a nessun calciatore e il cui umore è compito del ct gestire senza creare rancori e divisioni nello spogliatoio.

Simone Inzaghi con il capitano dell'Inter Nicolò Barella durante Inter-Juventus del 4 febbraio scorso (Ansa)

Il 4 marzo scorso, dopo la vittoria in casa contro il Genoa (e alla vigilia della dolorosissima eliminazione ai rigori contro l’Atletico Madrid in Champions), Inzaghi ha commentato così la stagione: «Io leggo e sento tutto, ho letto anche che siamo stati paragonati alla Red Bull da qualcuno: ad agosto non lo eravamo, è il lavoro che ci ha fatto arrivare qui. Cosa abbiamo di simile alla Red Bull? C'è il lavoro quotidiano con lo staff e i giocatori, supportato ogni giorno dalla società sempre al nostro fianco che cerca di aiutarci in tutte le piccole cose. Avere un gruppo così è una fortuna e dobbiamo continuare».

Il manifesto perfetto, senza tanti fronzoli, dell’Inzaghi pensiero e del suo stile. Senza il lavoro duro e tenace i risultati non arrivano mai.

Il tecnico ha saputo aspettare il momento buono, l’occasione giusta, l’anno perfetto. Una successione che descrive perfettamente la grandezza dell’Inter – che torna a vincere con stile e nel modo più bello ed elegante – e il trionfo personale del suo allenatore, il quale ha saputo imparare più dalle vittorie (due volte la Coppa Italia e tre la Supercoppa italiana) dalle sconfitte in quella che può apparire una frase fatta o scontata ma che in questo caso è la pura realtà dei fatti.

Quello della finale agrodolce di Istanbul era già un altro Inzaghi, più concentrato, più maturo, capace di proteggere il gruppo dalle pressioni esterne. Un Inzaghi pronto a diventare grandissimo dopo essere stato solo grande. Missione compiuta quest'anno.

I tifosi dell'Inter festeggiano in piazza Duomo a Milano dopo la conquista dello scudetto (Ansa)

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