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domenica 14 agosto 2022
 
Venezia 2017
 

Intervista a George Clooney: Suburbicon, tragica farsa di un America che non cambia

04/09/2017  George Clooney arriva da mattatore a Venezia con Suburbicon, film che vuole essere divertente e cattivo sull'America di ieri e di oggi: «Non è contro Trump. Però, ci sono innegabili analogie con gli anni ‘50: "Rendere di nuovo grande" il Paese è esattamente ciò che diceva Eisenhower. Chiaro il modello: l’uomo bianco, forte. Oggi siamo di fronte agli stessi problemi»

È vero, ha sbagliato film. Suburbicon è il meno riuscito dei sei che finora ha diretto, malgrado gli incensamenti di una critica compiacente. Perché è privo di quell’ironia e di quella leggerezza necessarie per trasformare la pochade sanguinaria scritta dai fratelli Coen in una favola nera a sfondo sociale (contro la falsità del sogno americano e il suo razzismo immarcescibile). Però George Clooney ha saputo conquistare tutti a Venezia.

In Laguna per l’ottava volta, a tre anni di distanza dalle lussuose nozze con Amal Alamuddin, portandosi appresso la moglie (elegante nel lungo abito di chiffon color glicine) e perfino i gemellini Ella e Alexander, nati tre mesi fa (anche se nessuno li ha visti sempre blindati in albergo), il divo considerato l’erede di Cary Grant ha dispensato sorrisi, autografi, selfie, strette di mano, pacche, complimenti. Non dimenticando nessuno: dallo staff del ristorante preferito (“Da Ivo”) al sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, dai capi della mostra Alberto Barbera e Paolo Baratta ai giornalisti, che incontra sempre come fossero vecchi amici. Piacione? Forse. Ma fa parte della sua indole di galantuomo. Di quel suo incarnare l’americano liberal, colto, umanista, democratico che in tanti vedrebbero bene, in un prossimo futuro, alla Casa Bianca.

“Per carità”, si schermisce di fronte all’inevitabile domanda. “Preferisco continuare a fare ciò che più mi piace ossia film. Vorrei però qualsiasi altra persona, a parte l’attuale inquilino”.

Possiamo dire che Suburbicon è una tragica farsa, un’allegoria contro l’America di Donald Trump?

“Non si tratta di un film contro Trump. Certo, però, ci sono innegabili analogie tra l’America degli anni ‘50 e quella di oggi”.

A che cosa si riferisce?

“Beh, quando si parla di rendere di nuovo grande il Paese è esattamente ciò che diceva Eisenhower. Chiaro il modello: l’uomo bianco, forte. Oggi siamo di fronte agli stessi problemi, in gran parte irrisolti, che dobbiamo affrontare”.

Prima di tutto, la crescente onda razzista…

“Esatto. Trump non ha avuto il coraggio di denunciare apertamente il razzismo. Negli anni ’60 e ’70, siamo cresciuti con la speranza che sparisse per sempre la disgregazione sociale, figlia di quello che chiamerei il peccato originale della schiavitù. Nel film il personaggio di Matt pensa sempre di sfangarla proprio in virtù dei suoi privilegi: non può essere certo un bianco il responsabile di tutto quel sangue”.

Cosa ribatte a chi l’accusa di essere spesso critico, anche con i suoi film, nei confronti degli Stati Uniti?

“La verità è che oggi, nel mio Paese, c’è tanta rabbia. Ho voluto fare un film che fosse allo stesso tempo divertente e cattivo. Io sono originario del Kentucky, dove si usa fare sceneggiate che ricostruiscono le battaglie della Guerra di Secessione. La gente non capisce o non ricorda che i sudisti rappresentavano la schiavitù”.

L’America di oggi rischia di dividersi come allora?

“Dico soltanto che la bandiera che ha simboleggiato l’odio non puoi metterla in un edificio pubblico”.

E’ pessimista sul futuro del suo Paese?

“No, sono un patriota che vede con ottimismo le nuove generazioni”.

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