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giovedì 21 novembre 2019
 
Madre Nyirumbe
 

Suor Rosemary che cuce la speranza

29/09/2016  La religiosa ugandese ha accolto nelle sue scuole di cucito e cucina oltre duemila ragazze rapite e seviziate dai miliziani di Joseph Kony, ridando loro dignità e autonomia

Qualcuno la vedrebbe benissimo come prossimo premio Nobel per la pace. Se glielo ricordi, sister Rosemary si fa una grassa risata: Non scherziamo. Non ho mai pensato di compiere imprese straordinarie, ma piccole cose fatte con amore. Sarà. Ma intanto suor Rosemary Nyirumbe, pur operando da sempre fuori dai riflettori mediatici, in quel desolato e tormentato buco d’Africa che è il Nord Uganda, è già stata nominata nel 2007 “eroe dell’anno” dalla Cnn e inserita nel 2014 dal settimanale Time tra le cento persone più influenti del mondo, unica cattolica assieme a papa Francesco.
Sessantadue anni, religiosa ugandese appartenente alla congregazione delle suore del Sacro Cuore di Gesù, fondata da un comboniano trentino, ostetrica, laureata e con master in Etica dello sviluppo, Suor Rosemary è diventata suora a soli 15 anni, «per amore dei bambini», confessa. «Preferisco praticare al predicare» è uno dei suoi motti. E la sua vita è un contagioso inno alla Carità.
La sua è una storia da ”film. Per ora negli Stati Uniti le hanno dedicato una bella biografi”a, Sewing hope, ora tradotta in italiano dalla Emi (“Rosemary Nyirumbe. Cucire la speranza”, di Reggie Whitten e Nancy Henderson) e un documentario a cui ha prestato la voce il premio Oscar Forest Whitaker.
Quella di suor Rosemary è la storia di una donna africana coraggiosa e determinata che opera nel contesto del conflitto brutale acceso dal terrorista Joseph Kony, capo dell’Lra, l’Esercito di resistenza del Signore. Una guerra civile che ha insanguinato l’Uganda dagli anni ’80, dopo la fi”ne del feroce regime del dittatore Amin, e che ha provocato 30 mila morti, due milioni di profughi e centomila minori rapiti e trasformati in baby soldati.
La piccola grande suora ugandese, mettendo a repentaglio più d’una volta la vita, è riuscita a scrivere una pagina di speranza e pacifi”cazione in questa terra martoriata al confi”ne col Sud Sudan e la Repubblica democratica del Congo. Come? Andando a cercare nella savana, accogliendo, dando istruzione, lavoro e dignità a tantissime giovani donne che erano state rapite dai miliziani dell’Lra, schiavizzate, violentate e trasformate in automi, addestrati solo a uccidere. «Ho visto coi miei occhi le violenze dei miliziani su queste ragazze, sui bambini», dice. «Io stessa sono stata una loro vittima. E mi sono salvata per miracolo. Io e le mie consorelle ci siamo dovute abituare a vivere nella paura. Ma neanch’io immaginavo l’orrore vissuto da queste ragazze segregate per anni nella foresta».
A Gulu, nella scuola professionale femminile di Santa Monica, da lei fondata nel 2001, con laboratori di cucito e di cucina, sono passate oltre duemila ragazze con i ­figli nati dai “matrimoni” imposti dai guerriglieri di Kony. Qui hanno trovato un rifugio e la possibilità di ricostruire dalle macerie una vita nuova. «Io ho solo dato affetto, un abbraccio caldo, senza fare domande, e la possibilità di un riscatto esistenziale», spiega la religiosa. «La cosa più tragica è che queste donne sono doppiamente vittime, perché anche una volta fuggite dai loro torturatori, non sono più accettate nelle loro comunità, neanche dalle loro famiglie».
Molte di loro ci hanno messo anni per con­fidare quanto subìto. Come Sharon, che aveva solo 13 anni quando fu rapita e che fu costretta a uccidere a coltellate la sorellina. Oggi è “risorta”: lavora a Santa Monica e insegna cucito alle nuove allieve. O come Ellen, la bella ragazza che era stata la “moglie” del sanguinario Kony, che, arrivata solo due anni fa e fi­nito il corso di sartoria sarebbe diventata portavoce delle ex sequestrate e presidente di un’associazione in difesa dei diritti delle donne vittime della violenza.
Il passaggio più diffi­cile per queste ragazze? «Riuscire a scaricare questo insopportabile senso di colpa, il terribile fardello del passato. Un passato che non viene perdonato dagli altri e neanche da loro stesse. E anche oggi, a guerra ­finita, il problema maggiore non è la povertà della mia gente», aggiunge la religiosa, «ma il carico psicologico che si portano addosso queste donne sfortunate, che di notte sentono ancora gli spari e l’odore del sangue».
«Il nostro lavoro è solo all’inizio», ammette la religiosa, ma il suo impegno e quello delle consorelle ha, comunque, contagiato già tanti volontari e benefattori in giro per il mondo. Primi tra i quali alcuni gruppi italiani provenienti da Magenta e trentini del paesino di Nago. Negli Stati Uniti sono sorte associazioni no profi­t, come la Pros for Africa fondata dall’avvocato Reggie Whitten, che sostengono suor Nyirumbe, la quale nel frattempo non s’è fermata. Oggi le scuole e gli orfanotrofi ­ sono diventati tre: Santa Monica, Thorit (nel Sud Sudan) e Atiak. E adesso ha aperto sempre nel Nord Uganda una scuola di agraria e altre case-famiglia.
L’infaticabile suora ugandese s’è pure inventata una linea di borse da donna prodotte dalle abili mani delle sue ragazze a Santa Monica: borse speciali come le loro produttrici, e uniche al mondo perché realizzate con un singolare materiale di scarto, le linguette d’alluminio delle lattine. Pezzi unici che grazie alla Sisters United, fondata da Rosemary, saranno commercializzate in tanti Paesi. 
«Da un mucchio di rifi­uti nasce una cosa bella. È un po’ la storia di queste donne: da un rifi­uto della società nasce una persona nuova», afferma convinta suor Nyirumbe.
E con orgoglio mette in mostra la borsa modello “Rosemary” cucita da Jane: un migliaio di linguette assemblate in una settimana di lavoro. Valore della borsa? «Inestimabile», risponde con passione subito la suora ugandese: «Un pezzo di dignità di una giovane africana».

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