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venerdì 20 maggio 2022
 
 

Intervista a Vittorio Emanuele Parsi

19/06/2013 

Barack Obama perde consensi. Gli americani non lo amano più come prima. O almeno non con lo stesso entusiasmo. Stiamo assistendo alla caduta di un mito? A rispondere è Vittorio Emanuele Parsi, politologo, docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano e direttore, nel medesimo ateneo, dell’Aseri, Alta scuola di economia e relazioni internazionali.

Cosa pensa della caduta di Obama nei sondaggi?

Devo premettere che sono stato sempre molto scettico nei riguardi dell’innamoramento nei confronti di Obama da parte di tutto il mondo progressista, anche cattolico. Mi sembrava assurdo. E mi è apparso patetico assegnargli il Premio Nobel per la speranza, sulla base di un bel discorso al Cairo, un po’ come se io decidessi di dare la lode a un mio studente del primo anno sulla base della fiducia. Certo, Bush era caduto talmente in basso nella stima generale che tutti sono stati portati a sopravvalutare l’elezione del suo successore. La vera portata storica gigantesca dell’elezione di Obama è il fatto che sia stato il primo nero alla Casa Bianca: già solo per questo avrà un posto fondamentale nella storia. Ma Obama non era e non è un taumaturgo, come lo dipingevano: a un certo punto la realtà inevitabilmente ha fatto irruzione nel suo programma. In economia, certo, ha fatto delle buone cose, ha preso misure coraggiose, come la riforma sanitaria, ma facendo sempre i conti con la situazione della realtà. Quanto alla politica estera, è sempre stata il suo punto debole:  Obama non l’ha molto compresa ed è venuta fuori una carenza di leadership di fronte a un mondo che si faceva più complesso, meno unipolare ma non per questo più chiaramente multipolare.

Una carenza di leadership che si è dimostrata anche nella crisi siriana…

  

Bisogna capire che il conflitto non può essere risolto da nessuno. Non si può pensare seriamente che dall’esterno qualcuno possa trovare la soluzione. Si risolverà quando i contendenti non ne potranno più di combattersi o quando uno dei due vincerà sull’altro. Probabilmente a un certo punto, per consunzione ed esaurimento, le parti arriveranno a un compromesso. Che dall’esterno si possa fare qualcosa di risolutivo secondo me è illusorio.
Nella crisi siriana, comunque,  i russi sono avvantaggiati: loro sanno cosa vogliono, cioè che se non ci sarà più Assad ci sia comunque un regime che non rappresenti una rottura troppo forte col passato e che tuteli gli interessi russi nell’area. Gli americani e gli occidentali sanno che non vogliono Assad, ma anche l’opposizione fa paura. E allora non trovano una linea comune e non sanno cosa vogliono davvero. E poi, soprattutto dopo l’esperienza libica, possiamo davvero pensare che Obama ora voglia farsi coinvolgere in un nuovo conflitto?

Riguardo al “datagate”, un recente sondaggio rivela che la maggioranza degli americani accetta il programma di intercettazioni telefoniche come misura per la lotta al terrorismo. Insomma, l’impressione è che la vicenda preoccupi di più gli europei che gli americani.

Primo punto: rispetto al sistema delle intercettazioni telefoniche italiane, lo scandalo americano è molto meno grave, perché sono stati registrati i tracciati telefonici ma non i contenuti delle telefonate. Quindi, forse, dovrebbe scandalizzarci di più cosa succede da noi.
Secondo punto: nella prassi americana la videosorveglianza e il controllo dei dati elettronici risalgono molto più indietro rispetto all’Italia. Terzo: in America c’è stato l’11 settembre, ma anche la scia degli altri attentati, ultimo quello della maratona di Boston.
Quando si parla di lotta al terrorismo negli Usa, quindi, dobbiamo pensare a qualcosa di molto vicino nel tempo, molto presente. In definitiva, lo scandalo c’è, ma va molto ridimensionato. Io non mi stupisco negativamente della reazione pacata degli americani, al contrario apprezzo molto la civiltà del dibattito in corso.

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