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Caressa: il calcio? Una favola

11/06/2012  Un libro, "Gli angeli non vanno mai in fuorigioco", per raccontare al figlio le magie del pallone. E rivivere i miti di una grande storia.

Fabio Caressa con la moglie Benedetta Parodi.
Fabio Caressa con la moglie Benedetta Parodi.

Non importa quale squadra ha nel cuore. Se Roma o, come dicono i soliti bene informati, Juventus. Tanto non lo confesserà mai. Quello che importa è che ama il calcio. E vuole che si parli dello sport più amato al mondo solo per le grandi imprese delle squadre sul campo, per i campioni che hanno contribuito e contribuiscono a farne la storia e gli aneddoti che, inevitabilmente, ne arricchiscono l’affascinante contorno. Fabio Caressa, che insieme a Beppe Bergomi forma una delle più celebri coppie di telecronisti di Sky Sport, dopo 25 anni sul campo è sempre più convinto che il calcio si tramandi con le immagini ma anche con i racconti che, con il tempo,  assumono le sembianze di veri e propri miti. Per non perdere le tradizioni e raccogliere gli episodi più significativi di questo nostalgico sport ha scritto un libro. Gli angeli non vanno mai in fuorigioco. La favola del calcio raccontata a mio figlio. Pagine da leggere ai figli per scoprire che non vale l’affermazione “era meglio prima”. Certo cambia il modo di giocare ma il calcio rimane uguale a se stesso e continua a dare le stesse emozioni. Emozioni che uniscono padri e figli anche nei momenti in cui il rapporto, nella fase adolescenziale, diventa più conflittuale.

-Grazie al calcio genitori e figli ritrovano un’unità che con altri argomenti si perde?

«Sicuramente. Nel cosiddetto periodo della ribellione, che tutti attraversano, la tua  squadra diventa l’unico punto di contatto». 

-È stato così anche per te?

«Sì. Mio padre lavorava fuori Roma e tornava solo per il fine settimana. Io e mio fratello non vedevamo l’ora che tornasse per andare insieme allo stadio».

 -Sei padre orgoglioso di tre bimbi. Due femminucce e un maschietto che si chiama Diego, come il protagonista del tuo libro. Diego come Maradona o come De La Vega?

«Come Maradona, per me. Come Zorro, per mia moglie Benedetta. Così siamo contenti entrambi».

-Ricorri a un felice stratagemma per raccontare una parte della storia del nostro calcio.

«È la storia di cinque ragazzi che giocano a calcio nella piazza di un piccolo paese dell’Abruzzo. Il pallone finisce nel giardino di uno strano “vecchio” che racconterà loro il calcio come non lo hanno mai conosciuto. Attraverso i racconti del nonno analizzo anche il momento politico degli anni ’70/’80 che, guarda caso, è molto simile al momento attuale. Il libro, purtroppo, si è rivelato di grande attualità. Anzi, più attuale oggi di quando l’ho scritto, qualche mese fa. Perché, a mio avviso, il calcio è sempre l’espressione del popolo e del tempo che lo produce. Credo che attraverso l’analisi del calcio si possa capire meglio anche il nostro paese. Il calcio è la prima e vera espressione culturale e morale di un paese».

-E allora come definiresti il calcio di oggi?

«Come la società. Nevrotico, preoccupato dalla situazione economica, alla ricerca di qualcosa di nuovo. E corrotto».

-È vero che puoi capire un popolo anche da come gioca a calcio?

«È esattamente così».

-Facciamo qualche esempio?

«Gli inglesi, tradizionalmente, giocano a palla alta e vogliono conquistare l’area di rigore perché la loro storia è questa: proiettarsi oltre la Manica, conquistare nuove terre. I francesi hanno sempre avuto, grazie alle loro colonie, un calcio multietnico. Sono aggressivi, frizzanti, un po’ presuntuosi. La Spagna, barocca, ha espresso il meglio di sé nell’arte quando ha trovato Velasquez. Anche il barocco della nazionale spagnola era stucchevole prima che arrivasse il Barcellona di Guardiola. E l’Italia, sempre invasa, perché non dovrebbe difendersi?»

-Gli aneddoti che racconti sono veri o romanzati?

«Per mantenere il tono leggendario non ho chiesto conferme delle mie informazioni ai diretti interessati. Alcune storie sono vere, altre romanzate. Sta al lettore interpretarle».

-Alcune molto crude come quella che riguarda Duckadam, il portiere dello Steaua che vinse la Coppa dei Campioni nel 1986...

«In finale parò quattro rigori su cinque al Barcellona e tornò in patria da eroe dopo aver ricevuto in premio dal re di Spagna, Juan Carlos, una Mercedes. Si racconta che Valentin Ceauscescu gliela chiese ma il portiere non volle separarsene. Allora il figlio adottivo del dittatore romeno gli fece fratturare entrambe le mani per porre fine alla sua brillante carriera».

-Ruud Gullit fu il primo giocatore a essere pagato una cifra altissima?

«Circa tredici miliardi delle vecchie lire, quasi quanto Maradona. Fu Berlusconi a iniziare l’era dei grandi investimenti. Da quel momento abbiamo visto giocatori pagati cifre assurde. Considera che Buffon ha avuto una valutazione di 100 milioni di euro».

-Racconti anche di Paolo Rossi che all’epoca del Mundialito del 1982 era talmente teso e provato che aveva perso cinque chili in pochi giorni.

«Questa è storia. Per farlo riprendere tutte le sere gli venivano concesse brioches e tè in camera prima di dormire».

-È vero che Platini quando firmò con la Juventus non si accontentò del succo di frutta che gli venne offerto ma chiese champagne?

«Chiese champagne, ma Boniperti recuperò solo del prosecco».

-I tifosi più giovani, leggendo questo libro, possono scoprire cose che non avevano mai sentito nominare. Per esempio, cos’era il SuperSantos?

«Per quelli della mia generazione, sono del ’67,  il SuperSantos è stato il pallone con la p maiuscola, in spiaggia come in strada. Richiama tanti di quei ricordi e poi costava veramente poco. Era un divertimento alla portata di tutti».

-Perché si chiamava così?

«Perché era stato forgiato sullo stampo del pallone con il quale il Brasile aveva vinto il Mondiale del 1962. Poi il Santos era anche la squadra di Pelè e così l’hanno chiamato Super Santos.

-La tua squadra leggenda?

«Il Boca Junior, una delle squadre più blasonate al mondo. Ho avuto la fortuna di visitare il Museo del Boca a Buenos Aires ed è una cosa straordinaria. C’è un settore tutto multimediale che ti fa rivivere, al momento, tutti i successi della squadra argentina. Un tuffo nella storia».

-Non ami parlare del calcioscommesse...

«È vero. Il calcio sopravviverà nonostante tutto. Ma in questo momento rispecchia più che mai l’andamento del paese».

-Hai avuto la fortuna di vivere l’entusiasmante esperienza dei Mondiali del 2006, cosa ti aspetti dai prossimi europei?

«Non moltissimo per l’Italia. Entrare nei primi quattro sarebbe un risultato straordinario».

-Che squadra abbiamo rispetto al 2006?

«Una squadra che ha molti punti interrogativi perché è un momento di cambiamento generazionale. Ci sono giocatori che possono dare molto ma bisogna vedere cosa faranno sul campo. Credo anche che il blocco Juventus arriverà un po’ stanco dopo la sbornia della vittoria scudetto».

-Chi assolutamente non deve mancare?

«Pirlo».

-Alla fine di questo campionato ci sono stati molti addii. Quale di questi ti ha emozionato particolarmente?

«Quello di Alessandro Del Piero alla Juventus. Credo sia stato uno dei momenti più emozionanti da quando faccio telecronaca».

-Se fossi un allenatore chi non potrebbe mancare nella tua squadra?

«Ancora una volta devo dire Pirlo, e poi Chiellini».

-E come presidente meglio Pozzo, Berlusconi, Moratti , o De Laurentiis?

«Sicuramente Pozzo, presidente dell’Udinese per la sua politica. Ti lascia lavorare e ti offre sempre giovani campioni da crescere».

-Se avessi giocato a calcio a quale giocatore avresti voluto assomigliare?

«Tecnicamente a Totti».

-Ti è mai venuta voglia di dire: “Adesso basta con il calcio!”. Magari a causa del calcioscommesse…

«No, il calcio è quello che è. Tutti i settori sono contaminati. Con quello che sta succedendo nel mondo della politica allora non si dovrebbe neanche più andare a votare».

-A casa chi cucina?

«Mia moglie, ci mancherebbe! Con il lavoro che fa…»

-Chi è il vecchio del libro, testimone degli ultimi trent’anni del nostro calcio, che ha visto e sentito tutto, tanto da poter dire sempre: “Io c’ero, io ho sentito”?

«Verso le ultime pagine credo si possa intuire. Magari nel prossimo libro si capirà qualcosa di più».

-Un indizio?

«La piuma, ma sono sicuro che i lettori avranno già capito…»

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