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«Conoscevo Claudia e gli altri, ci stavano vicino. Siamo preoccupati»

06/07/2016  La testimonianza di un missionario italiano in Bangladesh racconta gli italiani uccisi a Dacca: «Ho incontrato molte delle vittime italiane: amavano questo Paese, facevano comunità, avevano amici bengalesi»

«Sì, li conoscevo, almeno alcuni di loro». A parlare è un missionario italiano che da dieci anni opera in Bangladesh e da sei anni proprio nella capitale Dacca.

«Conoscevo molto bene Claudia, una veterana del paese... Lei e Gian Galeazzo (sopravvissuto alla strage) si erano sposati due anni fa. Al di là del suo business, era impegnata nel sociale, aveva creato un gruppo di medici italiani che venivano ogni anno per operare gratuitamente persone povere. Claudia era un punto di riferimento per la comunità italiana, anche per noi missionari, era sempre disponibile con noi. Conoscevamo lei, ma anche Cristian, che era qui da quindici anni, Nadia, Adele... erano persone che ci stavano vicino, ci fornivano vestiti per i bimbi di strada, o aiuti economici. Era gente che, al di là di tutto, amava questo paese: non erano qui solo per fare affari, amavano la città, la gente, il paese, avevano amici bengalesi, non erano certo persone che vivevano isolate».

Una comunità di circa duecento persone, quella italiana in Bangladesh, dove inevitabilmente ci si conosce un po' tutti. Il missionario, raggiunto al telefono da Famigliacristiana.it, preferisce non rendere note le sue generalità e prosegue nel racconto, parlando di un clima di tensione, più polizia in circolazione, paura ad uscire la sera, quartiere diplomatico e locali vuoti.

«Anche loro erano preoccupati ultimamente, come tutti noi. Dopo la morte di Tavella e degli altri stranieri, il governo aveva iniziato a dire che si trattava di tentativi di destabilizzazione da parte delle opposizioni per indebolire il governo. Ma poi sono iniziati gli omicidi di hindu, buddisti, intellettuali, attivisti LGBT...». Qualcosa non quadrava con la narrazione ufficiale. «In realtà, dietro a quest'ultimo attentato e ai fatti precedenti, pare ci sia il JMB, Jamaetul Mujahdeen Bangladesh, una sigla nata nel 1998 ma venuta alla ribalta il 20 maggio 2002, con l'arresto di otto islamisti trovati in possesso di 25 bombe e molti documenti compromettenti. Il governo li ha messi fuori legge nel 2005 e alcuni di loro sono stati arrestati negli ultimi anni, ma questo non li ha indeboliti».

«Qualcosa era nell'aria – prosegue il religioso –, ma un fatto del genere nessuno se lo aspettava, un attacco di queste proporzioni non era mai avvenuto prima.» Il ministro degli interni bengalese Asaduzzaman Khan ha dato ufficialità all'ipotesi, affermando che sono stati quelli del JMB a colpire al Holey Artisan Bakery, aggiungendo che si trattava di ragazzi ricchi e annoiati e che essere militanti di questo gruppo è diventata “una moda”. Il nostro missionario, forte della sua conoscenza del paese e della capitale Dacca, commenta: «Mi pare ci sia un vuoto nella società bengalese, soprattutto nella sua componente giovanile. Una mancanza di punti di riferimento, una forte insoddisfazione in questi ragazzi che studiano ma non sanno che fare della loro vita. Ragazzi vuoti di valori, che pensano solo ai soldi, che studiano per avere un buon lavoro che faccia loro guadagnare tanto denaro per avere una bella casa e una macchina potente...  Qui, chi ha i soldi ha il potere, gli altri devono solo sottomettersi, con un “yes, sir”. Che società creiamo così?». Una proposta come quella terroristica consente a questi giovani disorientati di mostrare “forza”, li fa sentire machi.  

«Tra le molte analisi che sto leggendo – prosegue il religioso –, qualcuno afferma che in realtà non ci sono legami internazionali forti ed evidenti.» Niente Isis, per intenderci. «Il JMB pare che abbia la sua roccaforte verso l'India, che alcune frange vivano oltre confine e da lì lavorino per colpire in Bangladesh.» «Dove vogliano arrivare non lo so, certo il paese non ne esce con un'immagine positiva. L'obiettivo del JMB è quello di sostituirsi al governo e instaurare la sha'ria come legge dello stato, vietando l'accesso all'istruzione alle donne, bandendo i cinema e così via. Dietro poi c'è anche una problematica politica: questo governo tenta di amministrare il paese, ma non riesce a trovare collaborazione dalle opposizioni, non c'è dialogo e si vive in una costante instabilità politica. La premier Hasina ultimamente ha inaugurato ponti, strade, treni, però la politica resta un po' traballante. Basti pensare che qui esiste il Ministero della religione e noi missionari per i visti passiamo da lì!».

«La gente è stanca – conclude il missionario – di questa politica stagnante e della corruzione diffusa. Il Bangladesh è una democrazia ancora giovane (nata nel 1971), in cui si giocano la palla da anni Hasina e Khaleda, le due leader contrapposte. E dopo di loro chi ci sarà? Si parla del figlio della Hasina, che ora studia negli Stati Uniti... Figuriamoci!» Una democrazia ancora debole e incerta, come si è visto anche nella gestione dell'assalto al Holey Artisan Bakery. Ma secondo il nostro missionario, le forze dell'ordine hanno fatto tutto quanto in loro potere. Erano sì impreparate a un evento simile, che non si era mai verificato, e avevano paura di sbagliare, essendo coinvolti così tanti stranieri, per questo hanno atteso ore prima di intervenire e sono state fiancheggiate dall'esercito nell'assalto finale. Più di così non avrebbero potuto fare.

«Invece, mi domando se questo clima non sia anche una conseguenza dell'impiccagione dei cosiddetti “traditori della patria”, l'elite del Jamaat-e-Islami, patito nato ai tempi del Pakistan e considerato un partito terrorista, che si oppone all'indipendenza del Bangladesh.» Siamo sempre a una lettura di politica interna, che resta la lettura prevalente, «anche se alcuni parlano di gruppi finanziati dall'estero e di madrasse che ricevono sovvenzioni da soggetti non ben identificati e andrebbero più controllate dal governo. Anche le armi circolano sul territorio e bisognerebbe capire da dove entrano...».  

In questo quadro fosco, il religioso difende il paese in cui vive e ci tiene a ribadire con fermezza che non deve passare l'idea che il popolo bengalese sia violento. Tutt'altro: «Al momento, la gente sta subendo questi terribili atti di terrorismo (non dimentichiamo sono rimasti uccisi che anche due agenti). I bengalesi in questi giorni continuano a ripetermi: “Ci spiace, ci vergogniamo per quello che è accaduto!” La maggioranza di loro non vuole questa deriva, ma hanno paura a scendere in piazza perché chi si oppone rischia la vita.»

«Colpisce che l'attentato sia accaduto il 27° giorno di Ramadan, quando nella preghiera della sera si fa memoria del Profeta che ebbe l'ispirazione del Corano. È una grande offesa anche per il mondo musulmano, la premier Hasina ha detto chiaramente che gli attentatori sono “persone senza religione, non possono ritenere di essere musulmani”. Poi, c'è un altro piccolo fatto che ci fa sperare: non molto tempo fa è stata emessa una fatwa che dice di non ammazzare e che chi ammazza persone non è musulmano: anche dal mondo islamico sta nascendo questa sensibilità. Qualcosa si muove: si sta diffondendo una coscienza a livello di giovani e di intellettuali – spiega il nostro religioso – gli scrittori fanno affermazioni importanti, nella capitale c'è uno sviluppo non solo tecnologico, anche di pensiero, mentre nei villaggi rurali queste grosse problematiche non si sentono».

Nelle campagne i problemi sono altri, spiega il nostro interlocutore. E ci racconta di essere stato a visitare una fabbrica di tè, qualche tempo fa: chi lavorava nella fabbrica per l'essicazione del tè era pagato 69 take al giorno, che al cambio corrente equivalgono a 0,79 €. Ma era già un lusso: le donne che raccoglievano le foglie di tè nei campi e a sera andavano alla fabbrica a venderle, ricevevano i 69 take solo se erano riuscite a raccogliere 23 kg, cosa quasi impossibile. Tutte ne avevano fra i 18 e i 20 kg. Paga quindi ancora più bassa, per una giornata intera di lavoro estenuante.

«Avevo parlato con le suore di Madre Teresa, che danno assistenza ai lavoratori del tè, e mi avevano raccontato che molta gente è anemica perché non mangia abbastanza, che masticano foglie di tè per combattere fame e stanchezza, che lavorano in condizioni di fatica e anche di pericolo, fra serpenti e zecche, che i loro bimbi sono denutriti... e parliamo della zona a nord del Bangladesh, una zona verde e bellissima, dove arriva anche il turismo.» Di contro, ci spiega il missionario, almeno la situazione dei lavoratori del tessile è migliorata, negli ultimi anni. Dopo il gravissimo incidente del Rana Plaza, nel 2013, quando un cedimento strutturale uccise oltre mille lavoratori (il peggiore incidente della storia nel settore tessile), sono state fatte leggi sulla sicurezza, sono state aumentate le paghe minime e si è consentito ai sindacati di organizzarsi. Un settore vitale, per il Bangladesh, che tuttavia, dopo quest'ultimo attentato, rischia il tracollo: alcuni colossi giapponesi, come l'industria tessile Uniqlo (ma anche Toshiba), hanno sospeso i viaggi dei loro dipendenti in Bangladesh, dove hanno impianti di produzione.

Anche la britannica Marc & Spencer starebbe pensando di ritirarsi, magari per delocalizzare in India o Sri Lanka. «Temo che lo faranno in molti. Noi stiamo pensando di sospendere il viaggio annuale di alcuni medici italiani che vengono a operare. Come missionari siamo preoccupati. Cerchiamo di cogliere segni di speranza: quale futuro per il Bangladesh? La nostra presenza qui che senso ha? Sono domande che restano aperte e ci interrogano... Ma sono certo che il paese può crescere in positivo. Lavorare tutti insieme è la sola via per la pace e la giustizia. Speriamo!»

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