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Padre Albanese: fuori dalle sacrestie

28/09/2012  Incontro con padre Giulio Albanese, sacerdote comboniano: "La nostra missione non è un fattore per professionisti di Dio. Dobbiamo smetterla di aspettare che la gente entri in chiesa".

La copertina dell'ultimo libro di padre Giulio Albanese “Missione XL. Per un Vangelo senza confini” edito da Edizioni Messagero Padova
La copertina dell'ultimo libro di padre Giulio Albanese “Missione XL. Per un Vangelo senza confini” edito da Edizioni Messagero Padova

Un’analisi dello stato di salute della Chiesa di oggi e una fotografia del missionario del XXI secolo. Padre Giulio Albanese tenta di tracciare nel suo ultimo libro Missione XL. Per un Vangelo senza confini edito da Edizioni Messagero Padova, l’identikit dell’evangelizzatore, fornendo una ricetta per arginare una crisi antropologica dilagante, sottolineando come la missione non è un fattore per “professionisti” di Dio, ma deve essere un atteggiamento costante di chi abita il mondo Chiesa.
“Se non c’è missione, non c’è Chiesa”, esordisce Padre Albanese, direttore della rivista Popoli e Missioni e fondatore della celebre agenzia di informazione missionaria Misna.

Padre Giulio Albanese, direttore della rivista Popoli e Missioni e fondatore della celebre agenzia di informazione missionaria Misna (Fotogramma).
Padre Giulio Albanese, direttore della rivista Popoli e Missioni e fondatore della celebre agenzia di informazione missionaria Misna (Fotogramma).

“Stiamo vivendo un tempo di missione per eccellenza”, afferma Albanese, “mai come oggi è necessario uscire dalle sacrestie, smettendola di aspettare che la gente entri in chiesa. Dobbiamo arginare il deficit di testimonianza, che è fondamentale per trasmettere il messaggio evangelico, perché il cristianesimo è soprattutto un evento e una relazione con Gesù Cristo, non un compendio di leggi”.
Le parole del missionario appaiono dure ma vere, anche quando afferma: “La nostra fede ha bisogno di essere scongelata. Dobbiamo saper voltare pagina, osservare il mondo ed interpretare i segni dei tempi nella misura in cui sappiamo ascoltare la gente. Ciò che conta è la vita diretta e l’unica via per passare dalle parole ai fatti è attraverso il dialogo, rifuggendo dai fondamentalismi”.

E proprio in merito alla dimensione esperienziale cita più volte figure carismatiche del nostro tempo come Don Tonino Bello e il Card. Carlo Maria Martini. Il libro è prima di tutto una riflessione sulla missione in sé. “Dobbiamo smettere di contrapporre la missio ad extra e quella ad intra, la missione è una! Questa deve saper valicare i confini, perché la frontiera non è solo una categoria spazio temporale, ma soprattutto mentale, quindi bisogna andare oltre ai nazionalismi”.
Un libro, che come dichiara Albanese ha scritto pensando a tutti, non solo al mondo dei comunicatori o a chi la Chiesa la abita da dentro, e che ci sprona a riflettere sulla nostra identità cristiana e a ridisegnare il nostro modo di comunicare la parola di Dio.
Il prelato parla anche dei giovani dichiarando come la chiesa abbia un’eredità nei loro confronti. “Il problema non sono loro, ma gli adulti che hanno tradito queste generazioni. Chiediamoci che sfera valoriale abbiamo veicolato in questi anni?
Per questo penso sia necessario lavorare molto sulla catechesi degli adulti”.

Il sacerdote comboniano traccia anche un quadro valoriale in crisi partendo dall’attualità, sottolineando come il periodo che stiamo vivendo è frutto anche di logiche che abbiamo reiterato per troppo tempo, in antitesi con il nostro essere cristiani. “Non dimentichiamoci che questa accelerazione della vita, sono successi più avvenimenti negli ultimi 50 anni che in secoli di storia, è disorientante. Inoltre guardando questa crisi internazionale, che non è solo finanziaria ma anche antropologica, mi chiedo come sia possibile in un paese come il nostro, che si professa cristiano, continuino ad esistere mafia, camorra e logiche clientelari.

Dobbiamo sfruttare momenti come questo per cambiare e metterci in discussione”. Infine parlando di nuova evangelizzazione afferma: “Non dobbiamo pensare a nuove tecniche per avvicinare nuove pecorelle, ma partire prima di tutto da noi stessi, riaffermando la centralità della parola di Dio e la dottrina sociale della chiesa che troppo spesso lasciamo chiusa in un cassetto”.

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