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venerdì 24 settembre 2021
 
 

Paolo Franchi: "Matteo spinge il Pd verso la fine"

05/07/2013  La "guerra" interna del sindaco di Firenze può fare molto male al Partito Democratico. Fino addirittura a spingerlo alla dissoluzione. E' il parere di Paolo Franchi, editorialista del Corriere della Sera e scrittore.

La "guerra" tra Matteo Renzi e i compagni di partito può fare molto male al Pd. Fino addirittura a spingere l'intera formazione politica alla sua dissoluzione. E' il parere di Paolo Franchi, editorialista  del Corriere della Sera e scrittore.

- Lo scontro su Matteo Renzi , non è di fatto lo scontro tra due anime del Pd (ex Ds ed ex Margherita) che non si sono mai incontrate?

«Sicuramente non c’è mai stata l’integrazione tra le due tradizioni che chiamiamo post comunista e post democristiana, ma la questione Renzi è ben più complessa. Basta pensare che ci sono tanti popolari, come Marini e Fioroni, tanto per fare due nomi, che non lo sostengono e signori di radici Ds, per esempio Veltroni, che rendono sempre più esplicita la  loro simpatia per il sindaco di Firenze».

 

- L’interrogativo però resta: Renzi è un problema o una risorsa?

«Uscendo dalle tattiche e dalle guerriglie interne al partito, è curioso vedere come la situazione è paradossale: Renzi è considerata una risorsa per il paese e una iattura per il suo partito. In ballo c’è anche la tenuta del governo Letta, una delle argomentazioni anti-renzi.
Renzi segretario del Pd, infatti, significa aprire un problema, così come avvenne nel 2007/2008 quando la nomina alla segreteria di Veltroni portò di fatto alla fine del governo Prodi. Ma a me viene in mente un precedente della Prima Repubblica, con il doppio incarico a Ciriaco De Mita nel febbraio 1989, presidente del Consiglio e segretario Dc. All’interno della Democrazia Cristiana, un partito strutturalmente avverso all’uomo solo al comando, gli scontri diventarono sempre più aspri, e proprio sulle regole. Da lì a due anni, ovviamente anche per altre ragioni che sappiamo, la Dc si estinse».

 

- Ci sta dicendo che il Pd ha vita breve?

«Questo non si può prevedere, ma quando si entra in scontri di questo tipo, incomprensibili per chi non è nella partita, in genere si finisce male...».

- Quello di Renzi è davvero un nome vincente?

«Se partecipasse a un congresso vero (ma nel Pd non ci sono mai stati congressi veri, si parla di programmi solo nei convegni) sarebbe costretto a uscire dai panni del vincente per antonomasia, facendo proposte, cercando di convincere, confrontandosi. Ormai si dà per scontato che Renzi sbaraglia tutti, che si tratti del partito o della bocciofila. Anche la base del partito subisce la divisione dell’establishment: da un lato è l’unico con cui puoi sperare di vincere (e chi è che non vuole vincere?), dall’altro è sentito come un corpo estraneo».

 

- Per la sua formazione cattolica?
«No, per il so dire sempre “io, io, io”. Questo è un atteggiamento che non è nella natura della sinistra, dove prevale il “noi”. Anche se non c’è da sottovalutare che il successo avuto con le primarie, soprattutto nella sua regione, è legato anche alla voglia degli iscritti di cambiare i dirigenti delle segreterie locali. Il lavoro che sta facendo Fabrizio Barca con il suo viaggio per i circoli e le sezioni, però, secondo me alle persone piace di più».

 
 
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