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martedì 29 settembre 2020
 
Intervista con Jeffrey Thielman
 

Il manager che accoglie rifugiati da tutto il mondo: «Pura follia quella di Trump»

08/02/2017  Parla il presidente dell’International Institute of New England, al servizio ogni anno di almeno 1.700 persone, piu’ spesso intere famiglie, in fuga da guerre, persecuzioni, indigenza estrema, o tutte queste cose messe insieme. Il decreto di Trump, per ora sospeso, non fa altro che gettare benzina sul fuoco del terrorismo e dell’odio. I gruppi come l’ISIS basano il loro reclutamento sullo scontro di civilta’, di culture e di religioni, sull’assunto che i cristiani odiano i musulmani».

Sono tempi pazzeschi, di pura follia!”. Non usa mezzi termini Jeffrey Thielman, presidente dell’International Institute of New England, una delle maggiori e piu’ antiche associazioni d’America di aiuto pratico, legale e professionale per immigrati e rifugiati da tutto il mondo. Il decreto presidenziale di Trump che in pratica blocca l’accesso negli USA da 7 nazioni a maggioranza musulmana per 90 giorni e sospende il programma di ricollocamento profughi per 120 e’ arrivato come una bomba negli uffici di questo istituto fondato 98 anni fa a Lowell, periferia – un tempo industriale - di Boston, dove immigrati, tra cui molti siciliani, convergevano in massa per lavorare negli opifici del – un tempo fiorente - settore tessile.

 

Jeffrey Thielman, presidente dell’International Institute of New England
Jeffrey Thielman, presidente dell’International Institute of New England

Oggi, forte di una settantina di collaboratori, l’International Institute of New England è al servizio ogni anno di almeno 1.700 “clienti” come li chiamano loro – persone, o piu’ spesso intere famiglie, in fuga da guerre, persecuzioni, indigenza estrema, o tutte queste cose messe insieme in cerca di un futuro migliore, o almeno nella maggior parte dei casi “decente”. Finanziato da un mix di donazioni private e fondi pubblici, l’Istituto fornisce prima accoglienza, consulenza legale e, soprattutto, formazione e collocamento nel mondo del lavoro. Numerose le storie di successo, come il lungo sodalizio con Claudio del Vecchio, (figlio del famoso Leonardo patron di Luxottica) titolare di Brooks Brothers, marchio di riferimento per la moda maschile americana, che dopo aver assunto molti dei “clienti” dell’associazione nelle sue fabbriche ha recentemente ricevuto dalla stessa il premo ‘Golden Door”, Porta d’Oro.

 

Ebbene quella porta per ora e’ chiusa a chiave; e a seconda dell’esito dello scontro frontale senza precedenti tra poteri esecutivo e giudiziario scatenato dal provvedimento Trumpiano, potrebbe anche restarci a lungo. Nel frattempo il sito web dell’associazione si apre su una pagina nera, stile manifesto mortuario, con al centro una sola parola: “Denied” ovvero “Negato”, nel senso di accesso, riferito, ovviamente, non al sito ma alla nazione intera. “Da quando si e’ diffusa la notizia i “clienti” ci stanno chiamando continuamente: vivono nella paura di essere deportati,” racconta Thielman. “Noi facciamo il possibile per rassicurarli: diciamo loro: ‘se non commettete reati, se vi comportate bene, da buoni cittadini, nessuno puo’ toccarvi’”.

 

Per ora... Lo stop al decreto di un giudice di Seattle, James Robart e’ attualmente all’esame di una corte federale dopo l’appello del vice ministro della giustizia Dana Boente. Quest’ultimo era subentrato a Sally Yates, il ministro ad interim rimasta in carica dall’amministrazione Obama in attesa che il nuovo ministro nominato da Trump Jeff Sessions, venisse approvato dal Senato. La Yates si era immediatamente opposta al decreto sigilla-frontiere – o al “muslim ban” (la messa al bando dei musulmani) come ormai lo chiamano tutti - cosi’ come I ministri della giustizia di 16 stati dell’unione, e per questo altrettanto immediatamente licenziata da Trump. Il contenzioso ha tutto il potenziale per arrivare alla Corte Suprema, dove comunque in attesa che il Senato confermi il nono giudice c’e’ un sostanziale equilibrio (4 a 4) tra posizioni conservatrici e progressiste. E sullo sfondo, le continue manifestazioni di protesta che praticamente dal giorno dell’inaugurazione di Trump affollano strade, piazze e addirittura aeroporti di tutte le maggiori citta’ d’America, a complicare un pasticcio istituzionale dall’esito piu’ che mai incerto.

 

“Qui siano tutti nervosi,” ammette Thielman visibilmente agitato anche lui dalla situazione nonostante cerchi di mantenere un contegno. “Ci sentiamo sotto attacco. Anche se non lavoriamo solo con i rifugiati, e dunque il provvedimento non riuscira’ a farci chiudere del tutto i battenti, di sicuro ci sta facendo molto male, e chi sa quanto altro ce ne fara’ in futuro” E secondo questo iperattivo manager, da due anni al timone dell’associazione (una delle circa 200 su suolo Americano) fara’ male anche all’America in generale. “Un atto del genere non fa altro che gettare benzina sul fuoco del terrorismo e dell’odio. I gruppi come l’ISIS basano il loro reclutamento sullo scontro di civilta’ di culture e di religioni, sull’assunto che I cristiani odiano I musulmani. Ecco adesso hanno un argomento in piu’”, sospira, rimpiangendo il fatto che fino a un paio di settimane fa la sua maggiore preoccupazione era il restyling dell’immagine dell’Istituto.

 

“Oltretutto il grosso del terrorismo, qui come altrove, e’ di ‘produzione propria’ viene da persone gia’ legalmente residenti nei nostri Paesi occidentali". Ormai Thielman e’ un fiume in piena: “I profughi sono controllatissimi, in certi casi stanno due anni in un limbo, parcheggiati in qualche nazione terza, ad aspettare che si facciano tutti i controlli del caso, dai telefonini alle pagine Facebook alla verifica dei documenti che provano torture persecuzioni e quant’altro, addirittura in certi casi si controlla la data in cui la loro casa e’ stata bombardata. E infatti tra i nostri clienti non c’e’ mai stato, non solo un terrorista, ma nemmeno qualcuno condannato per un crimine grave".

 

Si alza in piedi e si avvia verso le finestre del suo ufficio ad angolo affacciato su quella che una volta si chiamava “Combat Zone”, parzialmente riqualificata e tuttavia ancora frequentata da mendicanti, senzacasa, e disadattati di varia natura … quasi a ricordare visualmente le “masse esauste e disperate” di cui parla la poesia incisa sulla base della Statua delle Liberta’ ad Ellis Island e alle quali qui, in questo ufficio, da quasi un secolo si cerca ogni giorno di dare una mano. “Nel mondo ci sono piu’ di 21 milioni di profughi e finora l’America, la nazione piu’ potente del mondo, ne accoglieva appena l’uno per cento” . ‘Gli occhi chiari, gelidi, ancora piu’ evidenti sul cranio rasato e lucido guardano lontano, oltre le torri di vetro e d’acciaio costruite di fresco, in tempi record, “…e adesso … zero. Pura follia!

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