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La vera frase che Mandela recitò al capitano della nazionale di rugby

06/12/2013  Stasera su Rete 4 in seconda serata il film "Invictus" di Clint Eastwood, con Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela, presidente del Sudafrica che riuscì a riunificare la Nazione dopo anni di apartheid puntando sui successi della nazionale di rugby capitanata da Pienaar (nel film matt Demon). Il discorso del presidente americano Theodore Roosevelt che Mandela recitò a Pineear per spronarlo alla vittoria

Invictus è il titolo del film che Clint Eastwood nel 2009 ha dedicato a Nelson Mandela, prende il nome dall'omonima poesia di William Ernest Henley, recitata nella scena del video, sulle immagini di Morgan Freeman che interpreta Mandela e di Matt Damon nei panni di François Pienaar. Sono i versi, nati nell'Inghilterra vittoriana, da cui Mandela traeva forza per resistere ai 27 anni di carcere scontati in isolamento a Robben Island.

Con licenza cinematografica il regista glieli fa recitare, come voce fuori campo, al momento di incoraggiare  Pienaar capitano della Nazionale di rugby che vincerà, nel 2005, il primo Mondiale sotto la bandiera arcobaleno del paese uscito dall'Apartheid. In realtà, il testo che Mandela regalò a Pienaar era un altro: un estratto del discorso del presidente americano  Theodore Roosevelt tenuto nel 1910, in occasione di una visita ufficiale all'Università Sorbona a Parigi:  «Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione.  L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; a colui che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perché non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; ma che combatte davvero per raggiungere un obiettivo; che conosce davvero l'entusiasmo, la dedizione, e si spende per una giusta causa; che, nella migliore delle ipotesi, conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e, nella peggiore, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Per questo il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria né la sconfitta».

C'è stato chi, come sempre in questi casi, ha gridato al tradimento storico, ma la suggestione dei versi e la nuova popolarità della poesia di Henley hanno definitivamente dato ragione al regista convinto che il cinema sia poesia e che una licenza sia concessa, per amore della bellezza.

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