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martedì 20 ottobre 2020
 
CHIESA
 

Un nuovo vescovo a Ragusa, nel segno di don Puglisi

08/10/2015  Riusciva a dare piccole responsabilità persino ai bambini", ricorda monsignor Carmelo Cuttitta, allievo del parroco ucciso dalla mafia e divenuto vescovo di Ragusa.

Padre Pino Puglisi fotografato insieme con un giovanissimo Cuttitta (con la camicia bianca).
Padre Pino Puglisi fotografato insieme con un giovanissimo Cuttitta (con la camicia bianca).

Riproponiamo l'intervista di monsignor Carmelo Cuttitta, vescovo ausiliare di Palermo nominato vescovo di Ragusa, concessa a Ferdinanda Di Monte nel maggio 2013 in occasione della beatificazione di padre Pino Puglisi.

«Ho conosciuto padre Puglisi all’età di otto anni, quando venne a Godrano, nell’ottobre del 1970, dove rimase fino al 1978», rievoca monsignor Carmelo Cuttitta.«Ci ha affascinati tutti: ragazzi, giovani, adulti. Godrano era un piccolo paese rurale ed era la prima volta che vedevamo un sacerdote senza talare, u parrìnu chi càvusi (un prete con i pantaloni). Questa presenza così diversa, il vederlo in mezzo alla strada, visitare la gente, affettuoso e immediato con le persone, mi colpì molto. Aveva, oltre all’immediatezza, anche la capacità di coinvolgere».

– In che modo vi coinvolgeva?

«Riusciva a dare delle piccole responsabilità persino ai bambini come me, nell’aprire e nel chiudere la porta della chiesa oppure nel curarsi dei bimbi più piccoli. Era la pedagogia della partecipazione, del rendersi non solo partecipi ma anche responsabili degli altri. Ne è prova il fatto che lui sceglieva i catechisti tra quelli appena più grandi che andavano già in seconda, terza media, e con l’ausilio di un adulto lo diventavano».

– Cosa le è rimasto più impresso di Puglisi?

«La scoperta di vedere il sacerdote in una veste e in una luce diversa, non come persona distaccata, ma vicina. Non solo fianco a fianco, ma soprattutto una vicinanza fatta di amicizia. Padre Pino riusciva a essere amico degli adulti come amico dei bambini e noi stessi ci affidavamo a lui. Ricordo, per esempio, quando andava a celebrare in un paese vicino, Campofelice di Fitalia, Villafrati, lui chiedeva sempre di accompagnarlo e questo consentiva a noi, di un piccolo paese, durante il viaggio in macchina, di fare una nuova esperienza e di arricchirci. Non solo, ma anche di stabilire una relazione, una relazione quasi alla pari, nel senso che sapeva mettersi al livello dei piccoli, come dei giovani e degli adulti. Don Pino andava anche a trovare gli uomini che lavoravano in campagna e in alcuni momenti dell’anno, il 1° maggio, andava a celebrare la Messa insieme a loro. Un altro aspetto molto bello è che lui ci ha dato la possibilità di vedere gli stessi luoghi ordinari in una luce diversa. Abbiamo scoperto i boschi attorno a Godrano, abbiamo scoperto la bellezza del creato».

– Quanto ha influito sulla sua scelta di entrare in seminario?

«Credo che la mia vocazione sia maturata proprio da questa mediazione umana. La vocazione nasce dal Signore ma credo che padre Pino, la sua figura di sacerdote, abbia inciso molto nella mia vita. Avevo 16 anni e parlai con lui di quanto iniziavo a percepire. Se io non lo avessi incontrato e non lo avessi avuto come parroco, forse la mia vocazione non si sarebbe sviluppata. Credo che sia cresciuta proprio guardando lui, che dedicava tutto il suo tempo agli altri e che, soprattutto, aveva questa dimensione di fede e di vita: non solo come dono di Dio, ma la vita come dono per gli altri».

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