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sabato 08 agosto 2020
 
Brexit, la testimonianza
 

Brexit, «Sono inglese, mi sento europeo, voglio diventare italiano»

02/07/2016  A pochi giorni dal referendum che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea un inglese che vive in Italia ci racconta come ha vissuto queste ore e come vede il futuro del suo Paese. E ha messo la firma per diventare italiano.

Per scherzare ora gli amici lo chiamano Claudio Marrone. Clive Brown, inglese di Torquay, vive a Milano da diversi anni e ha sposato molti anni fa una donna italiana, Silvana. E ora, dopo lunghe pratiche, è diventato anche italiano. La firma al comune di Monza l'ha fatta a poche ore dal voto per la Brexit nel suo Paese ed è un po' deluso.
«Nelle ore che hanno preceduto il referendum ho cercato di creare un po' di proseliti tra i miei amici inglesi su Facebook, perché votassero come a me sembrava meglio, e cioè per il Remain nella Comunità Europea», spiega lui. «Ma poi mi sono reso conto che non capivano cosa stessero votando. Quasi tutti votavano per l'uscita ma non sapevano veramente spiegare il perché. Sono contento perché ora che ho anche la nazionalità italiana continuerò a essere quello che mi sento: un autentico europeo».

- Secondo lei, perché così tanti hanno votato per uscire dall'Ue?
«Il voto è di paura. Ogni anno entrano quasi 330.000 persone comunitarie nel Regno Unito per lavorare. Hanno paura che questa "città" che si sposta nel loro Paese rubi i posti di lavoro. Del resto, la generazione di mia madre, quella che ha votato per il Brexit, non si è mai sentita veramente europea. Da noi è normale pensare che l'Europa è qualcosa "dall'altra parte". C'è sempre stato il Continente e il Regno Unito, due realtà lontane e distinte per gli inglesi. Siamo un'isola, non bisogna dimenticarlo».

 - Sua madre come l'ha presa ora che è anche italiano?

«Non gliene importa, anzi forse le dà anche un po' fastidio, anche se capisce che l'essere italiano è ormai parte della mia vita. Noi inglesi siamo fatti così. Durante la guerra i bollettini dicevano: "c'è la nebbia sulla manica, il Continente è isolato", a nessuno veniva in mente che quelli che erano isolati eravamo noi».

- E i giovani che avrebbero voluto rimanere in Europa?
«Sono disinterssati e stanchi della politica. Solo il 25% di loro è andato a votare. Forse erano sicuri che la Brexit non sarebbe passata, ma ormai è fatta. Mancano gli ideali e la stagione calda della politica per loro non è mai esistita. Hanno preso tutto un po' troppo sotto gamba».

- Come vede il futuro del suo Paese?
«Sicuramente le due Irlande si uniranno, doveva succedere da tempo, e con la Scozia voteranno per staccarsi dal Regno Unito. Per me tutto questo è un pericolo. Già molti di quelli che hanno votato per la Brexit sono pentiti. Il nazionalismo è una vera calamità per i britannici. Pensiamo ancora di essere ai tempi della Regina Vittoria e del colonialismo, quando permettevamo ai cittadini dei Paesi del Commonwealth di entrare nel nostro Paese per fare i lavori che non volevamo fare.... ». 

 - Ci sono altre ragioni che hanno portato a votare per il Brexit?

«Sicuramente lo scontento per le burocrazie della comunità europea e le politiche agricole, che hanno portato disastri non solo in Inghilterra. Gli inglesi hanno dato alla Comunità europea molto più di quello che hanno ricevuto. Ma questo succede agli Stati importanti. E' il gioco delle parti verso i Paesi più poveri, che è giusto aiutare».

- Si dice già che l'inglese non sarà più lingua ufficiale a Bruxelles...
«Rispolvereremo l'esperanto... Mi pare una sciocchezza».

- E per quanto concerne le importazioni e le esportazioni?
«Certo si creeranno nuovi protezionismi. Il primo problema sarà il marchio di qualità Ce. Nel Regno Unito dovranno rispolverare i vecchi standard britannici di qualità per esportare i loro prodotti».

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