logo san paolo
lunedì 30 gennaio 2023
 
La lettera
 

«Io, neomamma, vi racconto il mio mondo all’ingiù»

24/08/2019  Pubblichiamo la lettera di Myriam, mamma di Emanuele che racconta, con un pizzico di ironia, quanto l’arrivo del figlio le abbia cambiato la vita. E propone come antidoto al pericolo di vivere questo momento nella solitudine: «Più porte aperte e favori non ricambiati».

Orgogliosamente superati i famigerati quaranta giorni, alle soglie del secondo mese dal parto, qualche riflessione timidamente inizia a farsi strada e a districarsi, con fatica, da quella vorticosa foschia, groviglio di emozioni, pensieri, viaggi, scoperte che è il post-partum.

Catapultata in un mondo all’ingiù con ansia alle stelle e lucidità sotto i piedi, la neomamma si ritrova così, senza neanche accorgersi, una mattina (o forse pomeriggio??!) sola in una casa sottosopra come il suo cuore, e brancola a tentoni cercando di capirci qualcosa, non solo di quel frugoletto urlante che ha sorprendentemente tra le braccia ma anche di quel caterpillar che pare esserle passato sopra-dentro-e-fuori con il parto.

Il senso di inadeguatezza è alle stelle, la giornata sembra non finire più, e dalle 6 di mattina ti ritrovi a fare il conto alla rovescia delle ore che ti separano dal rientro a casa di tuo marito. Ogni urlo del piccolo è un embolo che parte, ogni novità sembra insormontabile. Quelle piccole cose che prima erano banali ora sembrano così complicate: mangiare un boccone un’impresa, riuscire a fare pipì non ne parliamo.

E così i giorni passano difficili e interminabili, e pensi che “non posso sopravvivere a un altro giorno così ..”. E invece, non si sa come, sopravvivi, ma la fatica è tanta, uscire sembra una missione impossibile, la paura di non riuscire a calmare il pianto, di sentirti una cattiva mamma davanti al mondo, di non sapere gestire le situazioni così nuove e spaventose. Tra pianti a fontana un giorno sì e l’altro anche, la depressione ti sbircia dietro l’angolo e si sfrega le manine. Finché, all’ennesimo pianto, non ti dici che “qui c’è bisogno di qualcosa”, o meglio di qualcuno. Sì, di qualcuno.

Eh già. Perché qui, diversamente da quelle culture che spesso non esitiamo a definire “primitive”, i quaranta giorni che spettano alle puerpere per il riposo del corpo e per l’adattamento alla nuova vita, attorniate dalle donne della famiglia che la lavano, la massaggiano, le preparano da mangiare, la aiutano con la casa e con la gestione del bimbo, non ci sono. Qui, nella nostra modernissima cultura, ci sei tu, una nuova piccola e fragile vita fra le mani, e tanto bisogno di aiuto.

E le alternative che hai davanti non sono molte: chiuderti in casa in compagnia della tua inadeguatezza, della frustrazione di non poter fare più nulla di quello che facevi prima (in cima alla lista, dormire!) e delle paure ingigantite da una sensibilità che fuoriesce da tutti i pori, preda dei feroci agguati della depressione; accettare l’aiuto di coloro il cui aiuto è socialmente accettato e caldeggiato e non ti fa perciò sentire in colpa - sante nonne - con, in alcuni casi, la spinosa conseguenza di accorciare pericolosamente le distanze faticosamente calibrate negli anni; chiedere aiuto a chi non è di famiglia esponendoti con tutta la tua fragilità in un mondo dove l’obiettivo è cavarsela da soli e dove l’incontro fisico sta diventando sempre più complicato, man mano che l’incontro virtuale si semplifica, e cosciente che incontrare qualcuno significherà richiedere l’appuntamento settimane prima, sperando che riesca ad incastrarti tra le sue mille attività e corse quotidiane, chiedergli/le di infilarsi in macchina nel traffico magari con bimbo/i al seguito mettendo in coda una lista infinita di altre cose da fare. Superfluo dire che l’incontro potrebbe non essere vissuto così spensieratamente. Incontrarsi addirittura con una certa frequenza è fantascienza. A tamponare questa solitudine -santi consultori - pur di incontrare qualcuno, uscire dalla monotonia e scambiare due parole con altre mamme, ti iscrivi a tutti i corsi in programmazione in consultorio, che alla fine potresti quasi tenere tu le consulenze tanto è vasta la tua conoscenza di massaggi infantili, allattamento, perineo, filastrocche, svezzamento, e, perché no, bullismo (ci si porta avanti che non si sa mai).

Certo è che, a mente fredda, dopo aver guardato in faccia la profonda solitudine in cui una neomamma può ritrovarsi, non posso non pensare a quanto poco umana sia una società in cui sei vincente se sei autonomo, se sai gestire tutto da solo, se non hai bisogno di nessuno. Sì, perché se l’incontro, il confronto e lo scambio non sono scontati, ancor meno lo è chiedere aiuto. Richiede coraggio, umiltà e una forza che chi sta male non sempre riesce a trovare.

E non posso non constatare che si è neomamme solo per un periodo, da cui, più o meno sane, si uscirà, godendo delle mille soddisfazioni che la maternità regala. Mentre chissà quante persone, di cui raramente ci si ricorda, per le situazioni di disagio più varie avranno sempre bisogno di aiuto, per una vita intera. E, ogni giorno, li aspettano salti mortali non solo per fare quello che per altri è scontato ma anche per incontrare, parlare, ed uscire almeno per un momento dalla propria isola di disagio e di fatica. Perché condividere, spesso, è già una medicina.

Non può che spaventarmi un mondo dove si è talmente isolati che talvolta si può morire senza che per giorni qualcuno se ne accorga. Non posso che augurarmi un po’ più di porte aperte, di favori non ricambiati, fatti per il gusto di entrare in relazione, due parole in più sul pianerottolo. Al costo di perdere un pochino della nostra intoccabile privacy e di scompigliare un po’ la tabella di marcia quotidiana, ma con la ricchezza di umanità che possiamo averne in regalo.

Myriam

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo