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mercoledì 15 luglio 2020
 
 

Molti dicono: “Io non sono razzista”. Ma con le parole...

23/10/2014  Riccardo Grassi, direttore Ricerca della Swg, commenta il sondaggio realizzato dalla nota società di comunicazione per la campagna sociale di Famiglia Cristiana. «L’intolleranza», spiega, «non è solo un tema sociale sensibile, ma un’esperienza vissuta in prima persona da moltissimi di noi». «E anche chi si definisce “non razzista” per principio», aggiunge, «magari lo è nei fatti e nel linguaggio»

  Gli italiani sono buoni o cattivi? Razzisti o tolleranti? L’indagine  realizzata per “Famiglia Cristiana” dalla SWG  sugli “Italiani e la discriminazione” non ha lo scopo di dare il voto in condotta al nostro Paese.
    “Il senso della ricerca - spiega Riccardo Grassi, direttore Ricerca della SWG - che sposa bene lo scopo della campagna lanciata dal vostro settimanale,  è un altro e cioè che sentirsi discriminati  può riguardare tutti; e che ognuno di noi,  allo stesso tempo,  può diventare discriminante, a partire dai piccoli comportamenti quotidiani. E’ bene acquisire la consapevolezza  che anche una parola, una banale parola, può trasformarsi in gesto di intolleranza, o essere sentita  come tale. Ed è altrettanto  importante saper reagire positivamente  a situazioni  negative  che ci coinvolgono in questo senso, senza finire con l’alimentare la spirale dell’odio sociale. La questione fondamentale è aiutare le persone a essere ‘generative’, capaci, cioè, di elaborare cultura della vita. Ma non solo per gli altri, ma anche nei confronti di se stessi”.

#migliorisipuò | Anche le parole possono uccidere


L’assunto di partenza dell’indagine è che per orientarsi nell’insieme delle relazioni che caratterizzano la quotidianità, tutti noi dobbiamo usare  strumenti di pre-comprensione della realtà basati  sia sull’esperienza individuale (“cosa m’è accaduto in una situazione del genere?”), sua su quella collettiva (“che si dice in giro su quanto sarebbe accaduto ad altri  in una situazione del genere?”). Insomma: l’esperienza vissuta assieme a quanto mi dicono i media, le agenzie educative e la famiglia  su un determinato  tema sono il bagaglio necessario che costituisce sempre la nostra “visione del mondo”, che a volte  può generare atteggiamenti e comportamenti discriminatori. 

“Alla radice  della discriminazione – osserva Grassi -  spesso vi sono le esperienze personali, le emozioni negative, in particolare quelle di paura e  di invidia, che riducono  la nostra capacità di analisi ed interpretazione razionale delle situazioni”.
   La ricerca ha sottoposto agli intervistati  otto situazioni tipo (dal “vedere  per strada due omosessuali prendersi per mano”, a “essere fermati da persone di colore  che vendono merce”) , misurando le  emozioni riferite per ciascuna di esse. I risultati evidenziano come vedere persone che chiedono la carità, un tossicodipendente accasciato su una panchina o un gruppo di persone Rom generino prevalentemente  emozioni negative: disagio nei confronti dei mendicanti (32% degli intervistati), rabbia verso i tossicodipendenti (29%) e paura nei confronti dei Rom (25%).

  “Il pregiudizio  è una categoria interna al nostro modo di leggere la realtà in modo emotivo. Così può accadere, per restare aderenti alla cronaca recente, che dei genitori  impediscano a una bambina africana di entrare a scuola, per l’irrazionale paura di un contagio di Ebola”, aggiunge il direttore  ricerca di SWG. “Un importante ruolo nella creazione del pregiudizio lo  hanno certamente i media, la tv, ecc.. E’ innegabile che se vengo bombardato ogni  giorno dallo slogan ‘magro è bello’, rischio di  discriminare  le persone grasse. Ma al di là della narrazione collettiva, che può essere più o meno ‘cattiva’, c’è poi la personale rielaborazione  nel nostro ambiente di vita che fa il resto. Se per esempio stigmatizzo negativamente un rom, passeggiando con mio figlio, è probabile che inneschi un pre-giudizio nella sua visione della realtà che un domani potrebbe portare a d atteggiamenti  di intolleranza”.    Le parole pronunciate non sono indifferenti. E anche chi si definisce  “non razzista” per principio, magari lo  è nei fatti e nel linguaggio. “E se due  intervistati su tre dichiarano di aver sperimentato almeno una discriminazione ai loro danni, significa che l’intolleranza non è solo un tema sociale sensibile ma un ingiusto vissuto in prima persona. Pertanto   si tratta di fenomeni a cui dare la massima attenzione, anche per  mettere in atto una reazione positiva che elabori  l’episodio discriminatorio, o vissuto come tale, per uscirne senza danni. Ciò è utile soprattutto quando si tratta di minori”, conclude Grassi. 

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