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«Io, sopravvissuta al dottor Mengele»

27/01/2022  La testimonianza di Lidia Maksymowicz, che a soli tre anni fu internata nel campo di concentramento di Birkenau e fece da cavia per disumani esperimenti.

Il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau è stato il più grande luogo di sterminio. Qui trovarono la morte in meno di 5 anni oltre un milione di persone, per la maggior parte ebrei. Fra questi anche oltre 230 mila bambini e adolescenti. La loro sorte fu sostanzialmente la stessa degli adulti: fame, freddo, lavori forzati, punizioni, morte. Molti furono usati per i terribili “esperimenti medici” del famigerato dottor Mengele. Tra i circa 700 minorenni sopravvissuti c’era una bambina polacca, Lidia Maksymowicz, che a soli tre anni entrò nel campo, dove le fu tatuato sul braccio il numero 70071 che porta a memoria delle sofferenze subite. Lidia, che oggi ha 82 anni, ha raccontato la sua storia nel libro La bambina che non sapeva odiare (Solferino).

In quali circostanze finì nel campo di concentramento?

«Nel 1941 i tedeschi invasero la Polonia dell’Est occupata dall’Armata Rossa. I sovietici si ritirarono bruciando il villaggio e la nostra casa. La mia famiglia si dovette nascondere nella foresta. Dormimmo in buche scavate per conservare le patate. Il cibo era scarso ed eravamo sempre in allerta. Cercavano i partigiani e noi venivamo visti come fiancheggiatori. In una delle retate presero anche me, mia madre e i miei nonni. Ci caricarono su carri bestiame. Viaggiammo stipati per giorni con la sensazione di morire soffocati».

Come furono i primi momenti a Birkenau?

«Non sapevamo dove eravamo arrivati quel 4 dicembre 1943, a -20 gradi. Ci buttarono fuori dai vagoni dandoci ordini in una lingua sconosciuta. Ci divisero in due file: io e mia mamma in quella di destra, gli anziani nell’altra, compresi i miei nonni. Poi separarono i bambini dalle madri. Poco dopo rividi mia madre rasata e completamente nuda. Fummo sistemate in due baracche diverse».

C’erano migliaia di bambini.

«I bambini ebrei provenienti dai ghetti delle città erano molto deperiti e finivano subito nelle camere a gas. Non erano abituati alle terribili condizioni di vita del campo e morivano presto per fame, freddo, malattie. Io, in qualche modo, ero più preparata. I primi anni di vita passati nella foresta mi avevano abituata a ogni disagio».

Come finì nelle mani di Mengele?   

«Quando arrivavano i prigionieri era presente anche lui, che sceglieva il “materiale umano”, e fra questi anche bambini, per i suoi “studi”. Io ero abbastanza sana e robusta. Penso che fu per questo che finii nella baracca dei bambini da sottoporre agli esperimenti di quest’uomo terribile di cui avevamo tanta paura».

Come era la vita nella baracca?

«Di attesa e di paura. Ogni mattina facevano l’appello: stavamo tutti in piedi davanti alle baracche mentre la guardiana leggeva i numeri. Se qualche numero non rispondeva, i nostri carcerieri andavano a controllare: di solito trovavano un bambino morto che veniva subito caricato su un carro e portato al forno crematorio e il suo numero veniva cancellato. Poi ci rimandavano dentro. Stavamo seduti o sdraiati tutto il giorno ammassati come le sardine sui ripiani di legno. Ognuno restava chiuso nel suo silenzio in attesa di essere chiamato».

Cosa le faceva?

«Mi praticava delle trasfusioni di sangue e mi inoculava vari veleni. A volte svenivo e ci volevano giorni perché mi riprendessi. Spesso il mio corpo si riempiva di pustole. Avevo bruciori terribili agli occhi. Anni dopo ho appreso che certe ditte farmaceutiche tedesche mandavano a Mengele i nuovi vaccini da sperimentare su di noi».

Che sentimenti nutriva verso i suoi aguzzini?

«Non comprendevo cosa accadeva intorno a me, capivo solo che il mio compito era sopravvivere anestetizzandomi per non provare nulla. Ho imparato a soffocare i miei sentimenti. Non odiavo, ma non potevo nemmeno amare».

Come è stato possibile resistere tredici mesi?

«Grazie all’aiuto di mia madre, alla mia voglia di vivere e perché sono stata in qualche modo fortunata. È stato un miracolo della Provvidenza Divina. A volte penso di essere sopravvissuta, io così piccola, per poter ricordare a tutti, ancora oggi, cos’è stato l’inferno dei campi di concentramento».

Cosa è successo al momento della liberazione?

«Improvvisamente i tedeschi sparirono e arrivarono altri soldati che parlavano russo. Io e gli altri bambini restammo nella baracca, non ci rendevamo conto che eravamo liberi. Il giorno dopo vennero dei polacchi da un paese vicino, incoraggiati, come seppi più tardi, dal sacerdote che aveva informato le donne di Oswiecim [nome polacco di Auschwitz, N.d.R.] della presenza di bambini vivi nel campo, orfani a cui serviva una famiglia. Mi si avvicinò una di loro, Bronislawa Rydzikowska, che divenne la mia mamma adottiva. Non so perché scelse me. Mi raccontò che ero sporca, senza capelli, stavo seduta in disparte muta, senza scarpe e con le gambe congelate. Ero uno straccio che camminava a malapena. Mi chiese: “Vuoi venire con me?”. Risposi di sì. “Farai la brava?” mi chiese ancora. Risposi di nuovo di sì. Mi prese con sé e mi insegnò a vivere perché non sapevo nulla della vita fuori dal campo».   

Perché è importante ricordare?

«All’inizio non volli sapere più niente della guerra e dell’orrore nazista. Dopo ho pensato che avrei dovuto parlarne per chi non è sopravvissuto, perché con il passare del tempo ci si dimentica di tali crimini. Ho deciso di non coltivare odio o vendetta per rimanere me stessa, libera, una donna che voleva soltanto amare».

L’anno scorso, durante un’udienza, papa Francesco le ha baciato il braccio con il numero 70071. Lo ha incontrato ancora pochi giorni fa. Cosa ha significato quel gesto?

«Papa Francesco, attraverso la mia modesta persona, ha reso omaggio a tutti coloro che hanno sofferto e sono morti nei campi di concentramento tedeschi».

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