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Benessere

Ipertensione: una cura efficace

01/04/2015  L’importanza della prevenzione. Solo dopo i 50 servono i farmaci. Valori più alti per gli anziani...

La pressione alta non è una malattia ma un “fattore di rischio” che, pur non provocando sintomi, favorisce l’insorgere di malattie del cuore e dei vasi sanguigni, tra queste l’infarto. Si combatte prendendo sempre le medicine suggerite dal medico di fi ducia, specie tra 40 e 60 anni, l’età in cui un trattamento ben seguito può migliorare la qualità di vita futura.

Negli anziani valori fi no a 90 e 150 fanno meno paura. Tutti dovremmo misurare la pressione periodicamente, anche se ci sentiamo sani e siamo sportivi: non si può predire quando le cose cambiano. Per abbassare di qualche punto i livelli sono utili pure stili di vita sani, meno stress e una dieta con poco sale.

A una pillola in più per la pressione si può rinunciare, se ce ne sono tante altre da prendere. Le ultime linee guida dell’American college of cardiolo y fanno tirare un sospiro di sollievo a molti anziani. D’accordo, le pastiglie vanno sempre prese, ma fino a 150 di massima i valori sono accettabili e in grado di ridurre molto il rischio di complicazioni al cuore. Se poi l’età è avanzata, a 160 millimetri di mercurio la pressione si deve ritenere sotto controllo. Medico di famiglia esperto del tema, Damiano Parretti sottolinea che anche le Linee guida europee sul management dell’ipertensione, oltre a quelle Usa, suggeriscono di trattare più “dolcemente” gli anziani. «Dopo i 75-80 anni, pur restando sorvegliata speciale, la pressione non va buttata troppo giù. Mantenersi a 150 di massima basta a ridurre la probabilità d’infarti, scompenso, angina, il dolore oppressivo che rivela l’intasamento di un’arteria all’altezza del cuore. Solo in quel caso troppe medicine possono dare più rischi che benefici: ad esempio, se l’anziano si mette all’improvviso in piedi la pressione si può abbassare di colpo (si chiama ipotensione ortostatica) e può causare cadute, danni se le ossa sono fragili. In ogni caso, i 90 di pressione minima e 140 di massima non vanno oltrepassati nelle fasce d’età più giovani».

Negli adulti e nei giovani

Di pressione alta soffre un adulto su quattro, e con l’aumentare dell’età la proporzione sale: a 65-70 anni è iperteso un soggetto su due. L’ipertensione va scoperta e trattata dal medico: «Ma proprio perché è così diff usa se intasassimo gli ospedali e gli ambulatori specialistici la spesa sanitaria e il disagio per i cittadini non finirebbero più. D’ipertensione si deve occupare il medico di famiglia, almeno finché non c’è danno organico», dice Parretti. «Nel 90 per cento dei casi l’ipertensione è “essenziale”: in età adulta, cioè, per motivi ereditari, le arterie si irrigidiscono (vedi box); dopo i 40 anni, persone con uno o entrambi i genitori ipertesi iniziano a presentare valori più alti. Ma ci sono giovani con valori anomali e vanno seguiti in modo particolare – dice Parretti – prima un’ipertensione arriva e più è aggressiva e può provocare danni al cuore e ai vasi. Se la pressione è troppo alta, a discrezione del medico, le pastiglie le devono prendere anche i giovani. Ma le medicine non sono la sola cura. Bisogna cambiare gli stili di vita

Imparare a vivere meglio

  

«La prima cosa è ridurre l’apporto giornaliero di sale», dice Parretti. «Nella persona ipertesa non si dovrebbero superare i 5-6 grammi al giorno così da ridurre i valori di pressione arteriosa da 2 a 8 millimetri di mercurio. In media noi italiani assumiamo anche il triplo di sale. Un consiglio? Verdure e pesce fresco sono da preferire a carni e insaccati».

Una dieta povera di sale e grassi «può ritardare l’esordio dell’ipertensione. Meglio poi organizzarsi la vita in modo non troppo stressante. Per le nostre arterie, l’attività fi sica da prediligere è “aerobica”: anche corsa, bici, nuoto 30-45 minuti almeno 3-4 volte a settimana ritardano la comparsa della pressione alta. Questa stessa attività è consigliabile anche quando l’ipertensione è arrivata. Certo, se il paziente ha 200 di massima va prima sistemato, e poi indirizzato ad attività benefi che per il cuore. Chi non ha danno d’organo può anche fare la partita di tennis».

I fattori di rischio

Combinati con l’ipertensione, altri fattori aumentano il rischio che interessa l’apparato cardiocircolatorio. I grassi nel sangue – trigliceridi e soprattutto colesterolo – si attaccano alle pareti e creano voluminose placche che le restringono contribuendo a irrigidirle fi no a causare il blocco della circolazione. Il famigerato fumo di sigaretta può provocare lo stesso danno, accelerando gli eff etti già deleteri dell’ipertensione essenziale. «Se una persona ha pressione alta e colesterolo alto il rischio di un infarto aumenta in modo brusco». Il diabete è in assoluto il rischio più grosso, correlato com’è a un irrigidimento delle pareti interne dei vasi. Inoltre, l’alterazione della secrezione di insulina (l’ormone che combatte lo zucchero nel sangue), favorisce lo sviluppo della placca che restringe il lume delle arterie. «Il paziente con diabete e ipertensione va trattato di più, in particolare», aff erma Parretti, «deve avere meno colesterolo degli altri. Con specifi che medicine, le statine, ci prefi ggiamo di abbattere il colesterolo a livelli pari a quelli suggeriti a pazienti che hanno avuto l’infarto, almeno sotto i 100 milligrammi per decilitro, e in certi casi anche sotto i 70 milligrammi/ decilitro».

Le terapie

  

In 60 anni di ricerca, gli scienziati sono arrivati a inventare sei principali famiglie di farmaci anti-ipertensione. «A queste famiglie chiediamo di rendere più elastiche le arterie. Ciascuna ha un suo meccanismo d’azione e il medico di fi ducia può indirizzare il paziente al farmaco più effi cace. Le cure non vanno mai abbandonate.

Il 70 per cento dei pazienti ipertesi necessita perlomeno di due farmaci diversi e di alcuni controlli periodici. «È molto importante tornare ai valori normali e poco importa se non c’erano sintomi: quando rileviamo questi ultimi», sottolinea Parretti, «la pressione ha già fatto danni».

Il cardiologo (o il medico del Centro ipertensione) può essere interessato quando non ci sono sintomi per valutare se ci sono danni; ma deve essere interessato nella fase del danno d’organo, perché molto può fare quando il cuore o i reni sono in difficoltà. Proprio per evitare preoccupazioni nel “dopo”, al paziente che si sente giovane e non ama l’idea di curarsi per tutta la vita, bisogna spiegare che le cose andranno meglio rispettando le prescrizioni del medico di famiglia. «Se dico “curati o ti viene l’ictus” non sempre offro un messaggio efficace, i messaggi migliori sono quelli positivi: “con i farmaci conserverai la capacità di fare esercizio sportivo, perché i tuoi organi si manterranno più giovani senza andare incontro a complicazioni”. È la verità: curarsi, oltre che vivere di più, vuol dire più qualità di vita»

 
 
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