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giovedì 18 aprile 2024
 
le proteste in iran
 

"In gara senza velo per errore": ma Elnaz Rekabi diventa comunque un simbolo di libertà

19/10/2022  La campionessa iraniana di arrampicata sportiva ha spiegato che, ai campionati di Seul, l'hijab le era caduto involontariamente. Intanto, il grande movimento di protesta in Iran non si ferma. Ma, purtroppo, neppure la repressione da parte del regime, che stavolta è seriamente a rischio

All’aeroporto di Teheran, accolta da una marea festosa di sostenitori, è arrivata con un cappellino con la visiera e il cappuccio della felpa sulla testa. Ma domenica 16 ottobre il mondo intero l’aveva vista, e ammirata, mentre ai Campionati asiatici in Corea del Sud si cimentava nell’arrampicata sportiva, la sua specialità sportiva, con i capelli raccolti in una coda e una fascia nera, senza l’hijab, il velo islamico, obbligatorio per tutte le donne iraniane anche all’estero. Elnaz Rekabi, 33 anni, prima donna iraniana a vincere una medaglia ai Campionati mondiali di arrampicata, in un post su Instagram ha poi spiegato che il velo le era caduto in modo involontario subito prima della gara. Al rientro a Teheran ai media ha ripetuto la stessa spiegazione data sui social dichiarando che «a causa della situazione durante la finale della competizione e del fatto che sono stato chiamata per gareggiare quando non me l'aspettavo, mi sono ritrovata impigliata nella mia attrezzatura tecnica (...). Per questo non ho fatto attenzione al velo che avrei dovuto indossare». Aggiungendo: «Sono tornata in Iran in pace, in perfetta salute e secondo il programma previsto. Mi scuso con il popolo iraniano per le tensioni che si sono create».

Dopo la gara, per un po' si erano perse le tracce dell’atleta. Si è poi diffusa la notizia che la Rekabi una volta tornata a Teheran, sarebbe stata rinchiusa nel famigerato carcere di Evin – dove è ancora detenuta la giovane travel blogger italiana Alessia Piperno e dove sabato scorso è scoppiato un incendio nel quale sono rimasti uccisi almeno otto detenuti -, ma la campionessa ha voluto – o dovuto - abbassare i toni della vicenda e, probabilmente, fornire una spiegazione ufficiale al suo comportamento in gara contro la legge in vigore sotto il regime degli ayatollah. Una legge che, oggi, le donne iraniane, ma anche gli uomini, non sono più disposte ad accettare: l’obbligo del velo islamico è il simbolo più evidente di una pesante e ormai insostenibile ingerenza dello Stato nella vita quotidiana delle persone, nella loro libertà individuale. Manifestare contro l’obbligo dell’hijab significa combattere contro un regime autoritario e repressivo, per le donne e per gli uomini, che ha fatto sprofondare il Paese in una gravissima crisi socio-economica creando un profondo e diffuso malcontento.

Non si sa se le scuse di Elnaz Rekabi siano vere, o una scappatoia diplomatica obbligata. Lei stessa aveva disegnato un abbigliamento per l’arrampicata sportiva, comprensivo di hijab, per conciliare la sua specialità con le norme del regime teocratico iraniano. Ma le associazioni per i diritti umani denunciano che le autorità iraniane spesso esercitano pressioni sugli attivisti, sia nel Paese che all’estero, estorcendo loro confessioni pubbliche. Fatto sta che il suo gesto ha improvvisamente posto Elnaz Rekabi sotto i riflettori internazionali e l’ha trasformata in una coraggiosa eroina, un simbolo della protesta in Iran. E proprio così, come un’eroina, è stata accolta dai fan all’aeroporto. Ora, non si sa quale sia il suo destino e dove sia stata condotta dopo l’arrivo all’aeroporto. Secondo il sito IranWire, fondato da un giornalista iraniano-canadese, sarebbe stata portata nel carcere di Evin.

La protesta della popolazione non accenna a fermarsi e coinvolge tutti i settori della società, dagli studenti ai lavoratori dell'industria petrolifera, in più di cento città iraniane. Tuttavia non si placa neanche la repressione da parte del regime che, stavolta, è seriamente a rischio: ad Ardabil, nel Nord del Paese, una studentessa di 16 anni è morta in ospedale. Le forze dell’ordine erano entrate nel liceo femminile dove studiava e avevano picchiato le ragazze che si erano rifiutate di cantare canzoni a sostegno del regime. Lei, Asra Panahi, sarebbe deceduta a causa delle ferite riportate. Secondo gli attivisti per i diritti umani, almeno 200 persone sono state uccise nelle violenze delle forze dell’ordine per reprimere le proteste e migliaia di manifestanti sono stati rinchiusi in carcere.

(Foto Ansa: Elnaz Rekabi all'aeroporto di Teheran)

 
 
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