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martedì 25 gennaio 2022
 
Referndum sull'aborto
 

Irlanda, una sconfitta del pensiero laico

28/05/2018  Una grande occasione persa per la cultura dell’uomo contemporaneo, per ripensare il tema dei diritti della donna, del diritto alla salute, e del diritto al’inviolabilità della vita per ogni persona, anche la più fragile.

Sul Referendum del 25 maggio in Irlanda vincono con netto margine i “Sì”, e quindi verrà cancellato l’Ottavo Emendamento della Costituzione, che “riconosce il diritto alla vita del concepito, e, con la dovuta attenzione all’uguale diritto alla vita della madre” lo protegge nelle sue leggi. Si tratta di una clausola introdotta con un referendum nel 1983, voluto dai movimenti pro-life per impedire che venissero introdotte leggi pro-aborto (e vinto con il 66,9% di voti). Diversi altri passaggi (compreso un referendum nel 1992) hanno progressivamente rotto questo “muro di protezione” attorno al valore della vita del concepito, e oggi nella legge irlandese verrà introdotto, al suo posto, la formula “possono essere introdotti per legge disposizioni per la regolazione dell’interruzione di gravidanza”. In 35 anni si sono rovesciate le proporzioni di voto: due persone su tre nel 1983 hanno votato contro nuove leggi a favore l’aborto, nel 2018 due persone su tre hanno votato a favore di una sua introduzione nelle leggi.

 

La sensazione è che si sia trattato di una grande occasione persa per la cultura dell’uomo contemporaneo, per ripensare il tema dei diritti della donna, del diritto alla salute, e del diritto al’inviolabilità della vita per ogni persona, anche la più fragile. I commenti prevalenti, che parlano di una vittoria del progresso, sembrano radicarsi sempre di più, anche senza volerlo, in una logica di individualismo sfrenato (senza freni, senza limiti), per cui la libertà di scelta dell’individuo è unico criterio di verità e di giustizia, senza preoccuparmi se le mie scelte incidono sulla vita (o sull’esistenza stessa) di qualcun altro. Davvero l’uomo contemporaneo non è capace di proteggere i più fragili? Davvero i  bambini non ancora nati, che non hanno voce, non hanno nessuno che li difenda? E che dire delle persone disabili, che spesso non vengono nemmeno fatte nascere, come per tanti Down, ma che non sono protette neanche quando sono nate, giudicandole portatori di una “qualità di vita senza dignità”? Triste, una società che abbandona la cura delle persone fragili, e che sostiene che “gli inguaribili sono anche incurabili”. Cioè, se rimarrai malato gravemente, non servirà prendersi cura di te.

Per l’Irlanda si apre adesso un nuovo capitolo, in cui la politica dovrà decidere quali regole porre all’aborto; e magari anche in Irlanda succederà quello che è già successo in troppe altre nazioni (Italia inclusa): dall’autorizzazione in pochi casi, entro poche settimane, si scivolerà inevitabilmente su un piano inclinato che legittimerà l’autodeterminazione “senza se e senza ma”. E si potrà anche superare il limite della nascita, come è avvenuto nella tragedia di Charlie Gard, dove un bambino nato, esistente e resistente, “bello come il sole”, tenacemente attaccato alla vita, è stato “terminato”, per decisione dello Stato, persino contro l’esplicita e tenace volontà di cura dei suoi primi custodi e tutori, i suoi genitori, alla fine impotenti contro il Leviatano statale, sempre più disumano. La legge – e non solo in Gran Bretagna - sembra sempre più pronta a qualunque intervento per sostenere il diritto “a farla finita”, favorendo scelte di morte, ma si rifiuta, invece, di aiutare chi vuole farsi carico delle vite più fragili e vulnerabili. Così l’ipocrisia del potere vende la sua ultima menzogna: “lo faccio per il tuo bene”. Ma davvero chi ama il progresso dell’umanità crede che questa prospettiva sia il futuro migliore che vogliamo? Il futuro nostro e dei nostri figli può essere ancora diverso da come ce lo vogliono raccontare in troppi. Il progresso vero è sempre più spesso “fermarsi a pensare”, anziché dare per scontato e rincorrere uno sviluppo infinito. Su tecnologia, ambiente ed ecologia lo abbiamo capito, e ci stiamo riflettendo; perché non riflettere anche “sull’ecologia della persona umana”, a partire dalla cura dei più fragili e di chi non ha ancora voce?

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