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martedì 21 settembre 2021
 
elezioni
 

Voto in Israele, vittoria a metà per Netanyahu nonostante la campagna dei vaccini

24/03/2021  Il Likud si conferma il primo partito, ma per formare un nuovo Governo il premier uscente dovrà rivolgersi all'estrema destra di Yamina. Nel Paese più di 5 milioni di abitanti su 9 milioni sono stati immunizzati (almeno la prima dose). Ma Medici senza frontiere lancia l'allarme per la situazione drammatica dell'epidemia nei Territori palestinesi, dove a metà marzo meno del 2% delle persone ha ricevuto il vaccino

Un palestinese riceve il vaccino AstraZeneca a Jenin, in Cisgiordania (foto Reuters).
Un palestinese riceve il vaccino AstraZeneca a Jenin, in Cisgiordania (foto Reuters).

(Foto Reuters sopra: il premier israeliano Benjamin Netanyahu con la moglie Sara al suo fianco, all'indomani delle elezioni)

Benjamin Netanyahu vince ma non sfonda. Alle quarte elezioni in meno due anni (la seconda dall’inizio della pandemia) che si sono svolte il 23 marzo in Israele lo stallo politico non si sblocca. Il Likud del premier si conferma il primo partito, ma a livello di coalizione non raggiunge la maggioranza (61 seggi su 120) nella Knesset, il Parlamento. Il vantaggio non è dunque sufficiente per la formazione di un nuovo Governo.  Netanyahu dovrà rivolgersi, con tutta probabilità, all’estrema destra di Yamina - alleanza di partiti nata nel 2019 e guidata da Naftali Bennett - per ottenere quella maggioranza che gli permetterà di restare al potere. Il dato più rilevante riguarda l’elevatissimo astensionismo: con più del 67% dei voti, è l’affluenza più bassa registrata dal 2009. L'abbandono delle urne sarebbe strettamente legato alla pandemia, nonostante Israele sia uno dei primo Paesi al mondo ad essere uscito dalla situazione di emergenza sanitaria. La massiccia campagna di vaccinazioni portata avanti da Israele. che ha portato a un drastico calo nel numero dei nuovi contagi, sembrava l’asso nella manica di Netanyahu, la carta che avrebbe assicurato una vittoria schiacciante al premier uscente. Invece il risultato è stato molto al di sotto delle aspettative.

Attualmente in Israele più di 5 milioni di persone su una popolazione totale di 9 milioni di abitanti ha ricevuto almeno la prima dose del vaccino Pzifer. Ed è già cominciata la campagna di immunizzazione dei più giovani. Il Governo ha dato il via libera alla ripresa delle attività economiche e culturali, alla riapertura di bar e ristoranti. E ha introdotto il sistema del Green pass, una sorta di passaporto sanitario che indica la doppia vaccinazione o la guarigione dal virus e permette a chi lo possiede di accedere un numero maggiore di servizi. Intanto, una società israelo-statunitense, la Orovax, sta mettendo a punto un nuovo vaccino in compresse che, secondo gli studi, dovrebbe fornire una buona protezione sia dal virus classico che dalle varianti e permetterebbe una distribuzione molto più vasta e rapida, grazie alla facilità di assunzione.

Tuttavia, mentre Israele esce dalla crisi sanitaria e prova a tornare a una vita normale, nei Territori palestinesi una nuova pesante ondata di contagi da Covid-19 sta mettendo in ginocchio un sistema sanitario già fragile. L’allarme arriva da Medici senza frontiere, impegnata con il suo staff medico in prima linea per fronteggiare l’epidemia. «Abbiamo raggiunto il più alto numero di casi dall’inizio della pandemia», dichiara il dottor Juan Pablo Nahuel Sanchez di Msf che lavora in terapia intensiva a Hebron, uno dei governatori più colpiti della Cisgiordania. «Attualmente all'ospedale di Dura a Hebron, unica struttura per pazienti Covid-19 nel sud della Cisgiordania, abbiamo 71 persone ricoverate, di cui 27 in terapia intensiva. L'ospedale sta operando oltre le sue capacità. Non ci sono spazi, letti o personale a sufficienza per aiutare tutti pazienti in condizioni critiche e le persone stanno morendo». Aggiunge Sanchez: «La percentuale di giovani positivi al Covid-19 è aumentata notevolmente. Un terzo dei pazienti ricoverati all'ospedale di Dura ha tra i 25 e i 64 anni, mentre prima la maggior parte dei pazienti aveva più di 64 anni». La situazione è allarmente anche a Nablus, nel Nord della Cisgiordania. Nella Striscia di Gaza, spiega Msf, il sistema sanitario è già paralizzato dall’occupazione israeliana e dal prolungato blocco economico.

Alla metà di marzo, meno del 2% dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania avevano ricevuto il vaccino. «Siamo molto preoccupati per la lenta distribuzione dei vaccini», commenta Ely Sok, capomissione di Msf nei Territori palestinesi. «Da un lato, la grande disponibilità di dosi in Israele consente al Governo israeliano di andare verso l'immunità di gregge, senza dare alcun contributo significativo all’avanzamento delle vaccinazioni nei Territori palestinesi. Dall'altro, è stato difficile avere un quadro chiaro della disponibilità e della strategia vaccinale delle autorità sanitarie palestinesi. Nel frattempo, i sanitari in prima linea e le categorie più vulnerabili in Palestina non sono neanche lontanamente protetti dalla malattia».

 
 
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