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lunedì 13 luglio 2020
 
 

Israele, la sfida degli stomaci vuoti

11/05/2012  Continua lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane senza cure mediche e senza visite dei familiari. Appello della Croce Rossa Internazionale.

Palestinesi con le fotografuie dei loro familiari imprigionati nelle carceri israeliane protestano a Gerusalemme davanti alla sede dell'Unione Europea (Reuters).
Palestinesi con le fotografuie dei loro familiari imprigionati nelle carceri israeliane protestano a Gerusalemme davanti alla sede dell'Unione Europea (Reuters).


da Betlemme


Trentuno anni fa Bobby Sands terminava i suoi giorni nel carcere di Maze a Long Kesh. Era il 5 maggio 1981: Bobby, membro dell’IRA, si spense dopo 66 giorni di sciopero nella fame, estrema protesta contro l’occupazione britannica dell’Irlanda del Nord. Mentre nelle sale italiane arriva Hunger, pellicola che racconta l’agonia di Bobby Sands, oggi 9 maggio Bilal Diab e Thaer Halahlah, prigionieri palestinesi detenuti da Israele, giungono al loro 73esimo giorno di sciopero della fame. Insieme a loro oltre 1.600 prigionieri palestinesi in carceri israeliane stanno rifiutando il cibo dal 17 aprile.

La chiamano la “battaglia degli stomaci vuoti”, mettere i propri corpi al servizio della causa.
Nel silenzio dell’opinione pubblica mondiale: solo ieri la missione dell’Unione Europea in Cisgiordania e il Comitato Internazionale della Croce Rossa hanno fatto appello a Israele perché intervenga immediatamente a favore dei detenuti in sciopero, permettendo loro di ricevere visite familiari e di accedere a cure mediche adeguate. Bilal e Thaer rifiutano il cibo da oltre due mesi come forma di protesta per gli ordini di detenzione amministrativa spiccati nei loro confronti dalle autorità israeliane.

Si tratta di una misura cautelare extragiudiziale, illegale per il diritto internazionale perché prevede l’incarcerazione a tempo indeterminato senza capi d’accusa e di conseguenza senza processo. Una pratica usuale in Palestina, dove basta l’ordine di un comandante militare israeliano e un “file segreto” per detenere per mesi e anni civili palestinesi.

Lunedì scorso Bilal e Thaer sono stati condotti in sedia a rotelle di fronte all’Alta Corte israeliana per discutere della loro petizione: la richiesta di rilascio immediato per mancanza di accuse. Ma il giudice Elyakim Rubinstein ha rigettato il loro appello. Nonostante la Corte abbia espresso preoccupazione per le loro condizioni di salute e criticato l’utilizzo smodato che Israele fa della pratica della detenzione amministrativa, il giudice li ha lasciati dietro le sbarre: nella pratica, condannati a morte.

A loro si aggiungono altri 1.600 prigionieri politici palestinesi in sciopero contro le politiche a cui l’Israeli Prison Service li costringe. Partita il 17 aprile, Giornata Nazionale dei Prigionieri Palestinesi, la protesta si sta allargando a macchia d’olio. Ogni giorno nuovi gruppi di detenuti di tutte le fazioni politiche, da Fatah ad Hamas fino al Fronte Popolare, aderiscono allo sciopero.

Nonostante minacce e punizioni collettive con cui Israele tenta di spezzare il movimento: multe fino a 100 euro al giorno per chi sciopera, confisca del sale da mettere nell’acqua per proteggere lo stomaco dalla mancanza prolungata di cibo, perquisizioni corporali, divieto di ricevere visite di famiglie e avvocati.

E ancora: cancellazione dell’ora d’aria, trasferimenti da un carcere all’altro (tutti in territorio israeliano, in violazione della IV Convenzione di Ginevra che impone al potere occupante di detenere i prigionieri nel territorio occupato, in questo caso Gaza e Cisgiordania). E la messa in isolamento, pratica volta ad emarginare dal resto della protesta e dal mondo esterno i manifestanti.

Eppure le richieste del movimento dei prigionieri palestinesi non possono che apparire ragionevoli: fine della detenzione amministrativa, in cui oggi sono costretti oltre 320 prigionieri – alcuni da anni, dietro le sbarre senza conoscere il crimine commesso; fine dell’utilizzo dell’isolamento come misura punitiva – è il caso di Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare, isolato in una cella da anni; abolizione della cosiddetta Legge Shalit, voluta e implementata dal premier Netanyahu lo scorso giugno per punire collettivamente i detenuti palestinesi per la prigionia del soldato dell’IDF Gilad Shalit, in mano ad Hamas a Gaza fino all’ottobre scorso.

Una legge che vieta l’accesso a canali tv, radio e libri, abolisce l’educazione scolastica e universitaria all’interno delle carceri israeliane e vieta visite familiari e legali. In questi giorni decine di prigionieri palestinesi sono stati trasferiti nell’ospedale militare di Ramle a causa del rapido peggioramento delle loro condizioni di salute. Non possono essere visitati da medici indipendenti né dagli avvocati. È il silenzio che li sta lentamente uccidendo. Che sta uccidendo i 4.610 prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Tra loro – secondo i dati forniti da Addameer, associazione per il sostegno dei prigionieri – ci sono 322 detenuti amministrativi, 27 membri del Parlamento Palestinese, 203 bambini, 6 donne.

“Quello di oggi è uno sciopero fondamentale – spiega Adnan Ramadan, direttore esecutivo della federazione di organizzazioni palestinesi OPGAI e prigioniero negli anni ’80, quando era ancora minorenne – Fondamentale perché ha riacceso l’attenzione della società civile palestinese sulla questione dei prigionieri. Il movimento dei prigionieri si sta riappropriando del proprio ruolo di collante della resistenza”.

Numerose le manifestazioni di solidarietà a Gaza e in Cisgiordania: marce, tende e sit-in nei villaggi e nelle città, manifestazioni di fronte alle sedi di ONU e Croce Rossa a Ramallah. “Dagli anni ’70 – aggiunge Khader Abu Kabbara, presidente del Club Ortodosso di Beit Jala e assiduo frequentatore delle carceri israeliane – il movimento dei prigionieri si è organizzato, è diventato strutturato.

Le proteste sono divenute collettive, guidate da leader politici ma anche da intellettuali e professori. ll carcere per i detenuti è università, educazione politica, presa di coscienza. È il luogo in cui leggere libri, confrontarsi, scambiare opinioni e idee. Per questo l’obiettivo israeliano oggi è spezzare il movimento dei prigionieri, cercando di ricacciarli in un pericoloso individualismo”. “Il nostro giorno verrà”, scriveva Bobby Sands dalla cella della prigione. Verrà anche quello di Bilal, di Thaer, del popolo palestinese?

                                                                                                Emma Mancini

Preghiere palestinesi, all'esterno del palazzo della Croce Rossa a Gerusalemme, a sostegno dei familiari in sciopero della fame e detenuti in Israele (Reuters).
Preghiere palestinesi, all'esterno del palazzo della Croce Rossa a Gerusalemme, a sostegno dei familiari in sciopero della fame e detenuti in Israele (Reuters).


da Gerusalemme

“L’esercito israeliano ha arrestato 17 palestinesi ricercati in Cisgiordania”. La notizia compare stamattina, come molto spesso succede, tra le informazioni in breve sul sito del più importante e diffuso quotidiano d’Israele, Yediot Ahronot. Nulla è cambiato, dunque, nella politica di sicurezza di Tel Aviv, neanche in queste ultime settimane, segnate dal più imponente sciopero della fame dei prigionieri palestinesi detenuti negli istituti di pena israeliani. Almeno 1600, stimano le autorità carcerarie. Forse di più.

Digiunano non solo per le condizioni in cui vivono, dalle restrizioni sempre più evidenti delle visite delle famiglie alle cure mediche considerate insufficienti. Dal 17 aprile, dal giorno che i palestinesi dedicano ai prigionieri, digiunano soprattutto contro la detenzione amministrativa. Una pratica consolidata, frequente, che negli anni ha portato in cella migliaia di palestinesi, dalla Cisgiordania, da Gaza, da Gerusalemme est.

Vengono arrestati e tenuti in prigione senza un processo, e soprattutto senza accuse: un limbo in cui le autorità militari israeliane tengono i detenuti per cercare le prove necessarie per istruire il fascicolo. Un limbo che può durare anni, con un semplice rinnovo di sei mesi in sei mesi.

Ce ne sono trecento, adesso, di palestinesi in detenzione amministrativa. Carcere preventivo, si sarebbe detto in Italia. Le fonti ufficiali israeliane dicono che il numero sia molto diminuito, rispetto agli anni precedenti, quando si arrivava anche a 1500 detenuti in via cautelare. Anche quei trecento, però, sono troppi, per le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Soprattutto quando diventano – con un digiuno collettivo – una questione scottante.

Lo sanno bene le autorità israeliane, che già una settimana fa prevedevano proteste e denunce da parte di paesi europei e organizzazioni internazionali. Così è stato. Ha protestato l’Unione Europea, e ieri è sceso in campo anche Ban Ki Moon perché il tempo stringe. Ci sono due detenuti che rischiano di morire, Bilal Diab e Thaer Halahle. Digiunano da 73 giorni. Almeno altri otto sono in condizioni critiche. Digiunano da oltre quaranta giorni, altri da sessanta.

Nell’establishment israeliano della sicurezza, che nelle ultime settimane ha dedicato alcune riunioni alla “questione prigionieri”, si comincia a riflettere sulla detenzione amministrativa. Lo ha fatto sapere un funzionario a un giornalista di Haaretz. Secondo l’indiscrezione, il ministro della sicurezza pubblica, Yitzhak Aharonovitch, avrebbe sostenuto che Israele “deve ridurre l’utilizzo della detenzione amministrativa”. “Dobbiamo essere sicuri di fare un uso adeguato della detenzione amministrativa, secondo le necessità”, avrebbe detto il ministro.

Nessuna marcia indietro, dunque. Piuttosto, un ‘uso adeguato’ della detenzione amministrativa. Il significato è chiaro: Israele non mette in discussione la sua politica di sicurezza nei confronti dei palestinesi che, in particolare durante e dopo la seconda intifada, è stata gestita privilegiando il secondo termine (sicurezza) rispetto al primo (politica). I palestinesi sono una questione di sicurezza, per Israele. Un atteggiamento che, secondo Tel Aviv, spiega anche ciò che le autorità militari e politiche hanno fatto sul terreno, dal Muro di separazione ai checkpoint, dalle strade separate alle barriere. Sino agli arresti dei palestinesi, una pratica che ha portato in carcere – stimano le associazioni dei detenuti – oltre settecentomila uomini, donne, minori dal 1967 in poi.

Il primato della politica, dunque, ha ceduto il passo da anni al primato della sicurezza. O anche della mano pesante, quando per esempio si devono gestire le manifestazioni settimanali contro il Muro in alcuni paesi della Cisgiordania, o le fiammate di tensione nei quartieri di Gerusalemme est dove aumenta la presenza dei coloni israeliani radicali. La differenza da registrare, rispetto al prima, non è tanto un cambiamento nella politica di sicurezza seguita dai governi israeliani negli ultimi anni, da Ariel Sharon a Benjamin Netanyahu.

La differenza è, semmai, in questo sciopero della fame, che preme su tutti: Israele, Autorità Palestinese, Hamas e Fatah, comunità internazionale.
Il file delle migliaia di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane (ve ne sarebbero ora circa cinquemila, ma i numeri cambiano ogni giorno) è stato nei fatti accuratamente messo da parte, nei negoziati. Nonostante colpisse, quotidianamente, l’intera società palestinese, ogni famiglia, ogni paesino, la macchina produttiva.

Le prigioni, però, non sono una parentesi, nella vita dei palestinesi, neanche nella vita degli attivisti delle diverse fazioni, che anzi continuano a far politica in cella, e a incidere sulle stesse decisioni che le fazioni prendono fuori dai muri degli istituti di pena. E questo sciopero della fame ne è la dimostrazione.


La pratica del digiuno è stata aperta qualche mese fa da un attivista della Jihad Islamica, Khader Adnan, senza una precisa strategia della fazione palestinese che più aveva usato la violenza. La decisione di un singolo, insomma, che poi è stata seguita da un’altra detenuta in carcere preventivo, Hana Shalabi, e via via da altri. Sino a che le fazioni non sono state – per così dire – costrette a decidere uno sciopero collettivo per non farsi sopravanzare dai casi isolati.

Ora la questione dei detenuti è divenuta una questione reale, nonostante molta della stampa occidentale non se ne sia accorta. Una questione che la politica palestinese non può risolvere con un semplice compromesso. E che mette Israele di fronte a una scelta di fondo: se difendere la sua sicurezza solo attraverso la sicurezza, o se rimettere in gioco la politica. 

                                                                                                Paola Caridi

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