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venerdì 06 dicembre 2019
 
Basta guerre
 

Giù le armi, Italia: economia e politica costruiscano la pace

01/08/2017  Cent'anni fa esatti, era il primo agosto 1917, Benedetto XV definì il primo conflitto mondiale una «inutile strage». Ma il nostro Paese sembra non aver memoria di quell'accorato appello. «Vendiamo bombe all’Arabia Saudita che bombarda e uccide nello Yemen, costruiamo un’altra portaelicotteri, le nostre esportazioni belliche aumentano. Vangelo e Costituzione, però, dicono ben altro», ragiona don Renato Sacco, di Pax Christi.

Don Renato Sacco, sacerdote della diocesi di Novara, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia.
Don Renato Sacco, sacerdote della diocesi di Novara, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia.

Sono passati 100 anni (1° agosto 1917) dalla Lettera di Benedetto XV ai “Capi dei popoli belligeranti”, in cui definiva la guerra mondiale in corso una «inutile strage». Questa definizione di guerra non ha preso piede nel mondo ecclesiale e tanto meno in quello politico.

La guerra ci scandalizza sempre meno. Anzi, spesso viene definita “umanitaria”, “operazione di pace”, a volte la si definisce ancora “giusta”. E così oggi ci troviamo di fronte – in barba all’articolo 11 della nostra Costituzione che ripudia la guerra – a numerosi conflitti in atto e a folli spese per la loro preparazione. L’Italia prevede una spesa militare per il 2017 di circa 23 miliardi di euro, 64 milioni al giorno, più di 40 mila al minuto. Pochi giorni fa sono iniziati i lavori per la nuova portaelicotteri Trieste. Sarà pronta nel 2022 con la modica spesa di 1 miliardo e 100 milioni euro. Per essere precisi si tratta della nuova unità multiruolo d’assalto anfibio. Poi ci diranno tutti i pregi “umanitari” di questo gioello, come è successo anche per la nave Cavour. Nel 2001 l’allora presidente di Pax Christi Italia, monsignor Diego Bona (scomparso lo scorso 29 aprile), scriveva in riferimento alla Cavour: «Ne abbiamo proprio bisogno? Certamente i tecnici della lobby industrial-militare adducono tante ragioni per giustificarne l’opportunità. Salta agli occhi il collegamento tra l’enorme povertà di tanta umanità e le spese militari».

Oggi la situazione è peggiorata. Nel 2016 le esportazione italiane di armamenti hanno registrato un fatturato di 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell’85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015. E tra i destinatari troviamo anche l’Arabia Saudita, sostenitrice ideologicamente e militarmente dell’Isis e in guerra con lo Yemen. «Basta vendere armi!», ci continuano a chiedere gli amici dall’Iraq e da tutto il Medio Oriente. Ma l’Italia continua a vendere bombe a Riyad.

Dobbiamo rompere il muro di indifferenza e chiedere che l’Italia smetta di vendere armi a regimi e Paesi in guerra; che il nostro Paese aderisca, anche se in ritardo, al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, firmato il 7 luglio all’Onu da 122 Stati; che non consenta l’arrivo in Italia delle bombe nucleari B61-12 destinate ai nuovi caccia F-35 (ciascuno dei quali costa circa 130 milioni di euro). Ce lo chiedono le vittime delle guerre. Ce lo chiede il Vangelo. Ce lo chiede papa Francesco, che - dobbiamo ammetterlo - rischia su questi temi di essere sempre più isolato.

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