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domenica 19 settembre 2021
 
Criminalità
 

Italia sicura, ma sulla cultura che porta ai femminicidi dobbiamo lavorare

05/03/2020  Siamo il Paese europeo con meno omicidi, Lussemburgo a parte. Nel 2018 sono stati 345, tra il 1988 e il 1992 circa 8.000. Ecco che cosa ci raccontano di noi e della nostra criminalità queste cifre.

Di che cosa parliamo quando parliamo di sicurezza? È utile domandarselo davanti all’ultimo report dell’Istat che fotografa l’andamento degli omicidi volontari fino al 2018. Siamo al minimo storico, 345 persone volontariamente uccise nel 2018, erano state 357 nel 2017 su una popolazione di 60,59 milioni di abitanti. Significa rispettivamente 0,57 e 0,59 omicidi ogni centomila abitanti. Visto da questo angolo siamo il Paese con il più basso tasso dell’Unione europea dopo il Lussemburgo che ha fatto registrare nello stesso anno 0,34 omicidi ogni 100.000 abitanti. Il valore medio dell’Unione è di 1,03.

I numeri rendono in questo senso l’idea di un Paese sicuro, molto più di quanto lo sia stato in passato: soprattutto se lo confrontiamo con l’Italia del quinquennio tra il 1988 e il 1992: in quei cinque anni in Italia gli omicidi sono stati un bollettino di guerra da circa 8.000 morti per strada, di cui un terzo di matrice riconducibile alle organizzazioni mafiose, nella stragrande maggioranza al Sud. Tutto questo ci dice alcune cose di noi: la prima è che le mafie, che ci sono ancora e sono potenti come prova la ‘ndrangheta ramificata in tutto il mondo, rispetto ad allora hanno scelto un’altra strategia, meno appariscente, che alterna atti intimidatori a fenomeni corruttivi, in cui il controllo del territorio si attua applicando quella che Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, nominato il 4 marzo 2020 procuratore della Repubblica a Roma, nel libro Modelli criminali, definiscono «Strategia della sommersione»: una modalità che le rende insidiose, perché agiscono con una violenza subdola ma meno eclatante che da un lato intimidisce dall’altro cerca consenso sociale, in modo da innescare di meno la repressione dello Stato e l’indignazione dell’opinione pubblica. Nel 2018 ha avuto matrice mafiosa un omicidio su 18 di quei 345. Il tasso medio degli omicidi per 100.000 abitanti rimane maggiore nelle regioni meridionali e se Napoli è la quarta città con più omicidi nel 2018, la Calabria è la prima Regione ma con un trend in significativo calo, in caduta libera a confronto di 25 anni fa.

Resta fermo il fatto che l’omicidio è un reato a stragrande maggioranza maschile e che i maschi muoiono in prevalenza per mano di sconosciuti. L’immaginario collettivo che fa sentire le donne insicure fuori casa invece va contro tutte le evidenze statistiche, almeno per quanto riguarda l’omicidio volontario. Non cala purtroppo il trend delle donne uccise con dolo: sono state 133 su 345 vittime totali nel 2018, ma in questo caso 8 su 10 conoscevano il loro omicida e nella maggior parte dei casi il delitto è maturato in famiglia o dentro una relazione in corso o terminata. È la situazione che ha portato la lingua italiana a coniare il termine “femminicidio” per indicare il reato con queste caratteristiche. Si tratta di un tipo di delitto che non si contrasta facendo ricorso a un maggiore presidio del territorio da parte delle forze dell’ordine, perché figlio di retaggi culturali contro i quali non basta cambiare le leggi per cambiare la mentalità e che sono in parte eredità di una società che probabilmente non ha ancora del tutto metabolizzato le leggi che hanno portato alla modifica del Codice Civile e del diritto di famiglia nel 1975. Quel codice compie 45 anni nel 2020, ma dentro la testa delle persone evidentemente non è ancora del tutto entrato in vigore. Un aspetto di educazione collettiva su cui dobbiamo lavorare. Va detto che non è un problema soltanto italiano: la media europea degli omicidi è superiore a quella italiana anche quando le vittime sono donne.

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