logo san paolo
giovedì 21 ottobre 2021
 
ius culturae
 

Ius culturae, David Edith e l'altro milione di bambini che ancora aspettano di essere italiani

15/09/2021  Voci di ragazzi nati in Italia, perfettamente integrati, che ancora non hanno diritto alla cittadinanza italiana. Gli studenti di origine straniera sono ormai il 10 per cento della popolazione scolastica

«Chi nasce negli Stati uniti è statunitense. Chi nasce in Canada? È canadese. Chi nasce in Brasile? È brasiliano. E chi nasce in Italia? Dovrebbe essere italiano, ma è straniero.  Io sono nato in Italia, ma non sono italiano, io sono un straniero». Sono le parole di David, 12 anni, nato in Toscana da mamma georgiana. Ha iniziato gli studi della seconda media a settembre dopo aver concluso il ciclo elementare e la prima media con tutti  i voti alti. Il nome che riportiamo è di fantasia e lo ha scelto lui stesso. Quando sarà grande vuole fare il medico pediatra perché «ci sono bambini che hanno malattie rare difficili da curare e io li vorrei curare». Come  oltre un milione di minori  nati o cresciuti in Italia, David vive la condizione di straniero. «Io adoro i libri e leggo tantissimo. Mi piaciono i libri fantasiosi, ma leggo anche quelli seri. Uno dei miei preferiti è Nevermoore, di Jessica Townsend e tra quelli seri mi piace Per questo mi chiamo Giovanni, su Giovanni Falcone, un giudice che non era amico della mafia,  scritto da Luigi Garlando»,  ci racconta, poi continua «mi piaceva molto il nuoto, ma poi il mio allenatore mi voleva far fare le competizioni e quello non mi è piaciuto per niente, così ho smesso di frequentare la piscina».  Ora David si dedica all’atletica leggera e corre, corre tanto e veloce, verso un traguardo che dovrebbe essere quello di una civiltà vera, più inclusiva, tanto da permettere a chi nasce o chi vive e studia in Italia di poter essere riconosciuto cittadino italiano, per non dover provare quell’imbarazzo quando gli domandiamo, “chi nasce in Italia, che cos’è?” e permettere a lui e ad altri  un milione di minori che vivono in Italia di poter rispondere senza esitazione che chi nasce in Italia è italiano.

Lo “Ius soli” (una curiosità, bisognerebbe dire “il” Ius soli perché la i è semiconsonante, ma non lo fa nessuno e dunque seguiremo la vulgata), che dal latino significa “avere diritto al suolo”, per i minori nati in un determinato Paese e lo “Ius culturae”, un principio del diritto secondo cui i minori stranieri possono acquisire la cittadinanza del Paese in cui sono nati o in cui vivono regolarmente, a condizione che in quel Paese abbiano frequentato almeno un ciclo scolastico completo o abbiano compiuto percorsi formativi per un determinato numero di anni, è tornato al centro del dibattito politico nazionale  e anche delle polemiche. Già  nell’ottobre 2019, la commissione Affari costituzionali della Camera  aveva  ricominciato l’iter per modificare la normativa in materia di cittadinanza, senza  arrivare ad alcun traguardo che metta fine ad una condizione di esclusione per oltre un milione di minori, adolescenti e giovani che hanno trascorso la loro vita in Italia e che, proprio per questo si riconoscono cittadini italiani.

Edith (anche in questo caso nome di fantasia scelto dalla ragazzina) è nata nel Sahara il 1 maggio 2005. E’ nata in esilio, dopo la fuga dei suoi  genitori dal Paese del corno d’Africa, l’Etiopia, coinvolta in una  guerra dimenticata dall’occidente,  che ha prodotto più di  500 mila vittime, ferito 5 milioni di persone e che ha causato la fuga di oltre 60 mila profughi, tra etiopi ed eritrei.La piccola Edith ha compiuto i suoi primi passi  in una prigione libica, dove era stata reclusa, per tre anni, insieme alla mamma e al papà.  Come nei campi di concentramento, le vittime vengono separate e la piccola, ancora lattante, rimane con la mamma in un cella, mentre suo padre verrà rinchiuso in un altro luogo, lontano da loro. La bambina non lo rivedrà più. «Sono arrivata in Italia nel 2008. Avevo compiuto da poco 3 anni di età. Mia madre mi ha raccontato che da piccola avevo imparato l’arabo perché i nostri carcerieri ci parlavano in arabo, ma io non ricordo niente di quel periodo. Più volte glielo chiesto di raccontarmi la nostra storia e un poco alla volta ho potuto ricostruire i miei primi anni di vita. Sono nata nel deserto, dove mia madre e mio padre avevano vissuto dopo la loro fuga dall’Etiopia. Ci spostavamo da un luogo ad altro, spesso a piedi e tra le dune di sabbia. Un viaggio che la mamma ricorda commossa nel rievocare tutte  le  difficoltà che abbiamo sofferto: la paura,  la sete, la fame e i troppi morti lungo quel calvario doloroso che hanno sofferto per proteggermi  e darmi una speranza di vita».

Dopo il viaggio nel deserto e la prigionia in Libia, un giorno lei ed io siamo state “liberate” e ci hanno fatto salire su un gommone insieme a tante altre persone. Per tre giorni abbiamo viaggiato senza acqua e senza cibo. Un bimbo che viaggiava insieme a noi è morto di stenti. La fine del nostro viaggio, dopo il soccorso in mare, era stata Lampedusa. Mio padre era rimasto rinchiuso in Libia e non l’ho più rivisto. Sono cresciuta in Italia, dove sono andata alla scuola materna nel Comune di Pisticci e poi a quella elementare, alle medie e alle superiori nel Comune di Firenze, dove siamo residenti da 10 anni. A Settembre inizierò il terzo anno delle superiori in un istituto socio sanitario perché vorrei fare l’infermiera. Amo le persone e vorrei prendermi cura di loro. Mi piacerebbe molto poter andare  in missione, come personale sanitario,  per aiutare chi sta male». «Io non sono mai stata in Etiopia. Siamo rifugiati e non possiamo rientrare nel nostro paese. Io non esisto per l’Etiopia perché non sono mai stata riconosciuta cittadina etiope. Ho un titolo di viaggio, che è come il passaporto, che mi è stato dato qui in Italia, a seguito dello status giuridico di mia madre, che insieme a me gode di una protezione internazionale, ma non ho la cittadinanza italiana.  Non ho nessuna cittadinanza in realtà».

Quando le chiediamo cosa sia per lei  il razzismo, lei risponde: «Il razzismo non riesco a concepirlo e proprio per questo non posso spiegare che cosa sia.  Credo sia il modo diffidente con il quale alcune persone mi guardano per strada, oppure le brutte parole che a volte vengono rivolte a me gratis. Le persone non capiscono quanto le parole possano fare male. Credo che sia razzismo anche pensare che un’altra persona sia così tanto diversa da noi al punto di credere che questa non abbia il nostro stesso sentimento, le nostre stesse sensazioni. Il razzismo, credo sia non riuscire a capire che l’altro non è poi  così diverso da noi. Non mi sono mai vergognata di essere nera. Molte volte le persone mi hanno fatto sentire  diversa da loro per il colore della mia pelle, ma io so che non sono diversa da nessun altro essere umano». Gli studenti stranieri in Italia sono una fetta  importante della popolazione scolastica nazionale. Costituiscono il 10% degli iscritti alle scuole italiane. Loro malgrado, questi bambini e ragazzi sono oggetto di un confronto di posizioni che pone l’accento sulle differenze e ostacola l’integrazione. Sono circa 857 mila studenti stranieri presenti nelle nostre scuole. I dati sono del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) con riferimento all’anno scolastico 2017/2018, ma pubblicato lo scorso anno.

Mikaely Lopes ha 21 anni e studia l’ultimo anno di Pianificazione della Città, del Territorio e del Paesaggio, alla Facoltà di architettura,  presso l’Università degli studi di Firenze. E’ arrivata in Italia dal Brasile quando aveva 6 anni e da allora non è più tornata nel suo paese di origine. «Ho vissuto quasi tutta la mia vita qui in Italia. I miei amici e i miei affetti sono tutti qua. Mi piace studiare e lavoro da quando avevo 18 anni per mantenermi gli studi e aiutare la mia famiglia. Le difficoltà vissute  da studentessa straniera sono almeno il doppio di quella che hanno gli studenti italiani perché c’è una enorme differenza sociale tra gli studenti. Per esempio, l’uso degli strumenti elettronici, che nel mio corso sono fondamentali, ma che  hanno un costo troppo elevato per la mia famiglia, hanno sempre costituito una grande differenza di possibilità tra me e gli altri. Questo non riguarda solo gli alunni stranieri, ma tutti quelli meno abbienti. Nel mio caso, le difficoltà economiche sono anche legate al fatto che i miei genitori, come tanti altri stranieri, svolgono lavori molto umili e per questo poco remunerati. I problemi che deve affrontare uno studente straniero riguardano non solo la preparazione agli esami (questione fondamentale di tutti gli studenti), ma anche la parte burocratica degli esami universitari stessi che per noi stranieri è davvero complessa da gestire. Per esempio, ogni volta che scade il permesso di soggiorno in concomitanza con uno esame universitario, il voto del professore non potrà essere verbalizzato ufficialmente all’alluno fino a quando questo non sarà in possesso del nuovo permesso rinnovato. Questo genera in noi, figli minori di questo paese,  ancora più tensione. Sono all’ultimo anno dell’università e spero di potermi laureare presto perché ho la scadenza del permesso di soggiorno ad ottobre prossimo. Il che implica  una diversa organizzazione del piano di studi perché dobbiamo riuscire a  dare più esami possibili nel tempo utile  di durata del permesso di soggiorno, in modo da non perdere ulteriore tempo per poter avere l’esito che ci permette di dare l’esame successivo. E’ un stress tremendo, che va oltre quello di superare  gli esami. Praticamente sono giudicata non solo per il mio profilo accademico, che è buono perché ho una media tra il 28,5 /29 negli esami, ma anche per la mia condizione giuridica. Come straniera io devo essere almeno due passi avanti ai miei compagni di corso e sento  tutto il peso di questa condizione sulle mie  spalle, già sin da quando ero piccola e quindi anche la responsabilità di dover essere sempre molto brava in tutto, per compensare il fatto stesso di essere straniera e per evitare che qualsiasi fallimento venga etichettato con l’aggiunta di “extracomunitario”, perché la realtà é che ogni sbaglio che qualunque giovane possa commettere, per noi stranieri ricade su tutta la comunità straniera, come un marchio indelebile» e conclude con lo stato d’animo di chi rischia di non sentirsi mai cittadino di alcun luogo.

La cosa triste è che non sono considerata brasiliana dai brasiliani stessi che mi definiscono “italiana”, ossia figlia di una  cultura che invece non mi riconosce». Sarah ha 17 anni ancora non compiuti , è nata in Italia, ma non è cittadina italiana e neanche di un altra nazione ed ha un sogno nel cassetto. «Voglio studiare giurisprudenza all’università per fare poi concorso per magistrato. Sarà un bel traguardo per me e per mia madre, arrivata in Italia nel 2004 da “clandestina”, come si usa dire di questi tempi con molta leggerezza. Siamo rifugiate, no clandestine e non credo che si possa chiamare un essere umano clandestino. Se invece questo è giusto, allora voglio diventare  un “magistrato clandestino”».   E sorride, con la gioia e la bellezza dei suoi 17 anni.


 

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo
Collection precedente Collection successiva
FAMIGLIA CRISTIANA
€ 104,00 € 0,00 - 11%
CREDERE
€ 88,40 € 57,80 - 35%
MARIA CON TE
€ 52,00 € 39,90 - 23%
CUCITO CREATIVO
€ 64,90 € 43,80 - 33%
FELTRO CREATIVO
€ 23,60 € 18,00 - 24%
AMEN, LA PAROLA CHE SALVA
€ 46,80 € 38,90 - 17%
IL GIORNALINO
€ 117,30 € 91,90 - 22%
BENESSERE
€ 34,80 € 29,90 - 14%
JESUS
€ 70,80 € 60,80 - 14%
GBABY
€ 34,80 € 28,80 - 17%
I LOVE ENGLISH JUNIOR
€ 69,00 € 49,90 - 28%