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mercoledì 01 febbraio 2023
 
 

Quel milione di italiani di fatto, ma non di diritto

03/04/2019  La cittadinanza ai minori di origine straniera. La tragedia sventata da Ramy e Adam ripropone l’attualità della campagna proposta dall’associazione cattolica a sostegno dello Ius soli (di Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli)

Mi sento italiano al cento per cento. L’ultimo a pronunciare questa frase è stato Moise Kean che, per chi non seguisse il calcio neanche quando gioca la Nazionale, è un giovane attaccante della Juventus, nato a Vercelli da genitori immigrati dalla Costa d’Avorio 30 anni fa. Moise ha segnato un gol al suo esordio in maglia azzurra in Italia-Finlandia del 23 marzo scorso, match valido per le quali€cazioni a Euro2020. Prima di lui anche Alessandro Mahmoud, sollevando la palma d’oro del Festival di Sanremo, ha detto di essere italianissimo, lui nato a Milano 26 anni fa da mamma sarda e papà egiziano.

Ma forse quello che più ha colpito noi italiani “brava gente” è stata la storia di Ramy e Adam, due ragazzini di 13 e 12 anni che il 20 marzo sono stati ostaggio con una cinquantina di compagni di scuola nel bus guidato da Ousseynou Sy e che, con la loro chiamata ai carabinieri, hanno sventato una possibile strage. I loro genitori sono emigrati in Italia dopo il 2000, dunque Ramy e Adam sono nati in Italia, ma ancora non possono defi€nirsi uf€ficialmente cittadini italiani, anche se già si sentono tali. L’attuale legge, la 91 del 1992, prevede infatti che si diventi cittadini italiani per Ius sanguinis oppure per naturalizzazione che, nel caso in cui si nasca da genitori non italiani, è una richiesta che si può fare solo dopo i diciott’anni.

Come Acli, insieme ad altre associazioni, negli anni passati siamo scesi in campo con la campagna “L’Italia sono anch’io” per chiedere la modifica di questa norma, introducendo di fatto uno Ius soli per i nuovi nati: tutti i bambini nati in Italia sono italiani, con l’unica regola di avere almeno uno dei due genitori residente nel nostro territorio per almeno un anno. Nella legge di iniziativa popolare che abbiamo depositato alla Camera il 7 marzo 2012 c’era anche la richiesta di modifi€care il principio di naturalizzazione, portando a 5 (invece degli attuali 10) gli anni di permanenza nel nostro Paese necessari a un adulto immigrato che voglia fare richiesta di cittadinanza.

Nel corso del dibattito parlamentare si è aggiunto poi il principio dello Ius culturae, cioè il riconoscimento di cittadinanza ai minori di 12 anni arrivati nel nostro territorio o nati in Italia da genitori stranieri, a patto che abbiano compiuto in una struttura scolastica del nostro Paese un ciclo di studi di almeno 5 anni. Si tratta di un compromesso che però ha il merito di introdurre la necessità di un percorso di formazione e di piena integrazione nel nostro Paese. Crediamo sia giunto il momento di riaprire il dibattito, non solo sui media, ma soprattutto in Parlamento, affi€nché venga riconosciuta la cittadinanza a circa un milione di bambini e ragazzi, italiani di fatto ma non di diritto.

(foto in alto: Ansa)

 
 
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