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martedì 19 ottobre 2021
 
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Jacobs, Bolt, la polemica sulle scarpe. Perché se ne parla tanto. Facciamo un po' di chiarezza

07/08/2021  Nei giorni scorsi, anche a seguito della vittoria di Jacobs nei 100 metri e di altri risultati dell'atletica, si è riacceso il dibattito sulla tecnologia delle scarpe. Proviamo a capirne di più e a chiarire qualche malinteso

In questi giorni, con il mondo sorpreso per la vittoria azzurra di Marcell Jacobs nei 100 metri a Tokyo 2021, tiene banco la polemica sulle cosiddette “scarpe magiche”, “super spikes” per gli anglosassoni. Si tratta di modelli di scarpe chiodate da corsa in pista di ultima generazione che, secondo alcuni, favorirebbero, con un vantaggio fino a 8 centesimi di secondo – ma è cosa scientificamente tutta da provare e gli esperti sulla faccenda sono divisi - le prestazioni in pista, grazie a una particolare tecnologia: questione di “spikes”, “chiodi” (le scarpe da pista sono chiodate, ma c’è una identica discussione per altri modelli da strada), di spessore delle suole, e soprattutto di inserti in fibra di carbonio e di una rigidità di suola che aumenterebbe la lunghezza della leva aumentando l’efficacia della spinta a ogni passo.

ALL'AVANGUARDIA, MA REGOLARI

La prima cosa da chiarire è che ai Giochi di Tokyo le scarpe usate dal Jacobs e dai suoi avversari sono tutte approvate e omologate dalla Federazione internazionale, nessuno ha truccato scarpette nei sottoscala. Se è vero che Jacobs ha gareggiato con scarpette con piastra in carbonio di ultima generazione, un modello che World Athletics ha dichiarato regolamentare il 7 maggio scorso, altrettanto hanno fatto con lo stesso modello o altri analoghi almeno quattro dei suoi avversari nei 100 piani a Tokyo Simbine, Kerley e Su Bingtian in finale, nonché (con una marca diversa) l’americano e favorito Trayvon Bromell, capace di un 9”77 quest’anno, migliore prestazione mondiale stagionale del 2021, ma che a Tokyo in semifinale non ha corso abbastanza veloce da entrare tra i finalisti. Stando a un censimento di Correre sono 156 i modelli di scarpe con plate in carbonio ammessi alle gare in pista ai Giochi, di 13 marche che si fanno concorrenza, ovviamente anche a colpi di segreti industriali e brevetti.

CHE COSA HA DETTO DAVVERO BOLT E PERCHÉ NON L'AVEVA CON JACOBS

  

I giornali del mondo, in questi giorni, hanno ripetutamente riferito parole di Usain Bolt, tre volte campione olimpico sui 100 metri, che definiscono «strano e ingiusto che (le aziende) stiano adattando le scarpe chiodate al punto da dare agli atleti un vantaggio per correre ancora più veloce», «perché molti atleti in passato avevano provato ed era detto loro : “no, non puoi modificare le scarpe chiodate, è ridicolo sapere che ora lo stanno facendo”». Occorre chiarire una cosa: Bolt aveva detto queste cose al Guardian il 20 luglio scorso, prima che iniziassero i Giochi olimpici, dunque non si trattava di una critica al campione olimpico italiano, come si è fatto credere in questi giorni, semmai di una critica alle regole sui prototipi. Insinuare che il bersaglio fosse Jacobs è un’operazione di dubbia buonafede.

IL PROBLEMA DEI PROTOTIPI

Si trattava, semmai, di un dibattito sorto prima, a partire dal fatto che per un certo periodo la World Athletics (la federazione internazionale di atletica, un tempo Iaaf) prima aveva ammesso in gara dei prototipi di scarpe ancora in sviluppo e quindi fuori commercio, che le marche potevano dare ad atleti di vertice per sperimentarle. Poi aveva cambiato idea, decidendo di vietare di fatto i prototipi in corsa, per poi riammetterli, con alcune clausole: tra cui un tempo limitato di utilizzo sperimentale e non in tutte le gare. La questione fa discutere, perché da un lato vietare limita la ricerca delle aziende impedendo l’ultimo passaggio, cioè il test in condizioni di vera gara; ma dall’altro aprendo a prototipi non disponibili a tutti si potrebbero favorire esperimenti avventurosi creando disparità in corsa. Il nodo è tutto qui e comprende interessi forti, ma non riguarda Tokyo.

A TOKYO NON C'ERANO SCARPE IN FASE DI SVILUPPPO

  

Né le scarpe di Jacobs, né quelle dei suoi avversari impegnati ai Giochi sono prototipi e se lo sono state in fase di sviluppo in passato non lo sono più, perché sono state approvate nel frattempo dalla Federazione internazionale e sono acquistabili da tutti sul libero mercato (chi vuole può fare la prova, si comperano su Internet a meno di 200 euro): in Olimpiadi, Europei e Mondiali i prototipi non sono infatti mai consentiti. La lista dei modelli ammessi come prototipo e come omologazione è pubblica, progressivamente aggiornata (l’ultima volta il 7 maggio scorso), si trova sul sito di world Athletics.Tutto questo ci dice che l’espressione che si è sentita in giro “scarpe truccate” è fuorviante, perché stiamo parlando di calzature che stanno dentro le regole al momento valide per tutti.

IL PERIMETRO DELLE REGOLE

Semmai il tema è la corsa alla ricerca, la difficoltà dello scrivere, bene, le regole anche per decidere quale debba essere il limite alla gara tecnologica, per salvaguardare da una parte l’evoluzione dello sport, dall’altra la sua equità. È un tema che merita una riflessione profonda. Si può discutere se sia un bene o un male consentire che la ricerca tecnologica, più o meno esasperata, entri nella competizione, ma tocca alla Federazione internazionale decidere se quello che vale oggi debba valere anche tra quattro anni, o se sia il caso di cambiare le regole. Ma finché le norme sono queste, chi ha calzato scarpe approvate fin qui ha corso nel loro perimetro.

SPORT E TECNOLOGIA, COM'È ANDATA NELLA STORIA

  

È capitato altre volte nello sport che si siano ammessi dispositivi nuovi, e che poi successivamente si sia deciso di “calmierarli”. La Federnuoto, per esempio, dopo alcune stagioni di utilizzo, tra il 2008 e il 2009, ha deciso di vietare i “costumoni” poliuretano. Lo sci alpino, dopo l’uscita degli sci carving, da un certo momento in poi ha limato i parametri di sciancratura ammessa. Ma nelle stagioni in cui erano consentiti chi ha usato questi strumenti ha nuotato e sciato nelle regole. Che lo sport utilizzi il progresso tecnologico del proprio tempo e la inevitabile competizione in ricerca che ne deriva, in varie forme, del resto è da sempre un fatto assodato: nessuno oggi correrebbe con le scarpe di Jesse Owens, nessuno andrebbe a sciare con gli sci di Thöni (e a proposito di sci alpino quanto conta azzeccare i materiali e quanto possono pesare i segreti industriali e l’abilità degli skiman!). Non avremo mai la controprova, ma è molto probabile che Rafa Nadal sarebbe diventato il tennista che è con la racchetta di legno di Rod Laver, mentre siamo sicuri che Armand Duplantis non salterebbe 6,18 con un’asta di metallo o di bamboo anziché con quella in fibra di vetro che fionda in alto. Ma è vero che la storia dice che c'è esiste anche l'eccezione di chi ha vinto andando tecnologicamente cotrocorrente: su tutti Abebe Bikila che a Roma 1960 vinse scalzo la maratona corsa sui sanpietrini della Città eterna. 

IL NODO PER IL FUTURO

Il limite resta sempre quello: per chi gareggia conta stare nel perimetro disegnato dalle regole al momento in vigore. Alle federazioni internazionali tocca vigilare - possibilmente senza cedere troppo alle sirene del mercato - per fare in modo che il nuovo che avanza sia equo e il più possibile alla portata di tutti e decidere fino a che punto la corsa tecnologica vada incoraggiata, ma questo è un tema da futuro.

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