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Afghanistan, Alberto Cairo: «Il ritorno dei Talebani? Il mondo ha chiuso gli occhi»

10/08/2022  Bilancio e analisi a un anno dalla caduta di Kabul (15 agosto 2021) e dalla salita al potere degli "studenti islamici". La testimonianza del fisioterapista italiano che dal 1990 opera nel tribolato Paese degli aquiloni per il Comitato internazionale della Croce Rossa

«Oggi la vita è difficile prima di tutto a causa della grave crisi economica. La disoccupazione è altissima, tutto costa caro, non ci sono prospettive di miglioramento, nessun programma concreto. L’embargo economico imposto dall’Occidente ha impoverito il Paese colpendo soprattutto ceto medio e frange più povere. Il nuovo Governo non concede spazio a etnie non pashtun. I musulmani sciiti sono discriminati e le donne sono scomparse dalla vita pubblica». Alberto Cairo si confida con Famiglia Cristiana che nel numero 33, in edicola dall'11 al 18 agosto, pubblica una lunga intervista con lui, a un anno dalla caduta di Kabul (15 agosto 2021) e dal ritorno al potere dei Talebani.

«Nelle zone rurali, tradizioni e costumi tribali continuano ad avere grande forza; istruzione e innovazioni sono viste con sospetto», puntualizza Cairo, 70 anni, fisioterapista piemontese in Afghanistan dal 28 agosto 1990, dov’è arrivato mandato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, organismo per il quale lavora tuttora. «Nelle città, le restrizioni imposte dal nuovo Governo sono molto più sentite. Nelle province più lontane quasi niente è cambiato. A Kabul e nei centri urbani, in generale, invece, il rapporto tra gran parte della popolazione e i talebani è teso. C’è diffidenza». 

«Vedere le truppe occidentali andarsene così ha lasciato la gente senza parole», ricorda Alberto Cairo. «L’agosto 2021 per molti afghani è stato un incubo. Ho visto adulti in lacrime: donne soprattutto, spaventate dal ricordo del modo in cui i talebani avevano governato negli anni Novanta». Due problemi accomunano i territori: l’handicap e le mine. «I disabili sono tanti. Alcuni sono vittime dirette della guerra, altri sono resi tali da mancanza di prevenzione e cure tempestive. Finora, nei nostri sette centri di riabilitazione (della Croce Rossa internazionale, ndr) ne abbiamo registrati 230.000. Alto anche il numero di quanti si ritrovano mutilati a causa dello scoppio di una mina: ogni anno, 400-500 perdono persone braccia o gambe e ci chiedono delle protesi».

«Media, telefonini e Tv non sono banditi come in passato, e questa è una fortuna», prosegue Cairo. Che, a proposito di informazione, precisa: «Qui la pandemia non fa notizia. Pochissimi i test effettuati; mancano cifre esatte circa i contagiati dal Covid; in ogni caso nessuno rispetta le misure di prevenzione. Il Paese è alle prese con ben altri problemi. Chi lo sa, all’estero, che il 21 giugno un terremoto ha causato almeno 1.500 morti e che il 14 luglio un’alluvione ha avuto un bilancio minimo accertato di 40 vittime? Di ricostruzione non si parla. Mancano fondi, piani, capacità».

C’è un futuro per l’Afghanistan? «La speranza c’è sempre», conclude Alberto Cairo. «A volte ridotta a un lumicino, ma resta. Crescerà a condizione che la comunità internazionale riprenda il dialogo con il Paese. Non entro nel dibattito circa un possibile riconoscimento delle nuove autorità, ribadisco che isolare il Paese è fare soffrire la popolazione. E mi pare che gli afghani abbiano già sofferto abbastanza».

 
 
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