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Kenya, dove l'acqua finalmente è realtà

04/11/2015  Qui da più di 40 anni si lavora per fare in modo che il sogno dell’acqua diventi un diritto reale, goduto ogni giorno. FOTO DI ALESSANDRO ROCCA

Meru, Isiolo (Kenya)  

Il fuoristrada pattina sulla pista di sabbia o sobbalza fra i ciottoli. La linea dell’orizzonte è sempre uguale, piatta, tremolante, interrotta da raggrinzite acacie spinose o da qualche allampanata silhouette di pastori che conducono capre e cammelli. Non è il Kenya delle cartoline, questo. Non è la savana, non vi si fanno i safari. E non è nemmeno la Nairobi dei grattacieli del centro o delle miserabili baraccopoli della periferia.

Le tante ore di auto ci portano verso Nordest, a Meru, e ancora più su verso Merti, Isiolo, Garbatulla, nomi quasi sconosciuti alle agenzie di viaggio, cittadine abitate dai borana, dai samburu, dai turkana, e da tanti somali, perché è la regione che confina con il Paese del Corno d’Africa. Con Lvia, organizzazione non governativa di Cuneo, andiamo a “cercare” l’acqua dove è risorsa rara, e dove cooperanti e missionari da 20, 30 o anche 40 anni hanno saputo catturarla e donarla alla gente.

«La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura».

È un breve passaggio dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Qui, davanti alle immense distese di sabbia e terra riarsa, queste parole diventano vera fame e vera sete, facce, smorfie e sudore di gente che percorre decine di chilometri per trovare un pascolo verde, un pozzo, una cisterna.

In questa regione remota del Kenya i temi legati all’acqua ci sono tutti: la penuria cronica di una zona arida, l’aumento di popolazione che rende la risorsa insufficiente anche dove c’è, i cambiamenti climatici che in cinque anni rischiano di prosciugare le riserve delle montagne vicine, e rendono più torrenziale e distruttiva la stagione delle piogge. Non mancano nemmeno i conflitti: alle poche fonti convergono tutti i pastori e tutto il bestiame, con le prevedibili tensioni e scontri ricorrenti. Insomma, un luogo dove il diritto all’acqua viene prima di quello alla sanità, alla scuola, al voto e a tanti altri.

«In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani» (dalla Laudato si’).

Le contee di Meru e Isiolo, tuttavia, sono emblematiche anche per un’altra ragione: qui, senza tanti clamori, da più di 40 anni si lavora per fare in modo che il sogno di avere l’acqua in casa, la cisterna nella scuola o il rubinetto al centro del villaggio diventi un diritto reale, goduto ogni giorno. Lo fa la Lvia, ma anche i missionari della Consolata, la diocesi, le Ong locali, i comitati di gestione degli acquedotti per creare e far funzionare il sistema che dai lontani monti Kenya e Nyambene fa arrivare a tutti la preziosa risorsa.

Il nostro viaggio tra sorgenti montane e bacini artificiali lo facciamo insieme ai volontari della Lvia, Lia Curcio, Bledar Zajmi, la rappresentante del Paese Maurizia Sandrini, l’altoatesino Heinrich Gorfer – per tutti Enrico – e Tommaso Menini, che si occupa di un progetto per la riduzione dei conflitti.

Quarant’anni di lavoro significano 600 chilometri di tubature stese come un fitto reticolo, 522.400 persone su 1.700.000 abitanti che ora possono aprire il rubinetto. Significano centinaia di pozzi riabilitati e di scuole fornite di cisterna. Significano aver fatto davvero cooperazione allo sviluppo.

«Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare a essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere» (dalla Laudato si’).

Lasciato il fuoristrada, occorre mezz’ora di cammino per raggiungere una delle due prese dell’acquedotto di Muthambi, a 1.400 metri d’altitudine. Più che in Kenya, sembra di essere sulle Dolomiti, non fosse perché le rocce del torrente sono vulcaniche e nere. Da quassù vengono servite 22 mila famiglie e 52 scuole. Tutti con il contatore e la bolletta mensile a ogni famiglia. «Prima? Un’ora di cammino, fino al fiume, oltre quella collina, per 4 o 5 volte al giorno», racconta Zipporah Rigiri. Ci andava lei, con la tanica da 20 litri, e le figlie con quelle più piccole da 10. Nel tempo “liberato” ora coltiva l’orto, ha piantato papaie, fa provvista di fieno per le mucche. «Solo con la frutta mi sono ripagato la spesa dell’allacciamento all’acquedotto», spiega il marito, John Nyaga. «E i bambini sono più puliti».

Negli uffici del comitato di gestione ci attendono schierati i 15 membri che ne fanno parte. Il presidente spiega che tutti sono eletti, stanno in carica un triennio, e rendono conto agli utenti di quanto hanno fatto. Quando c’è un aumento delle tariffe lo mettono al voto, spiegando le ragioni per cui è necessario. Un esempio di democrazia dal quale avremmo, noi in Italia, più di qualcosa da imparare. «Stendere le tubature non è un problema», racconta Heinrich Gorfer. «La vera questione è formare i cittadini alla gestione dell’acqua. Da anni camminano con le loro gambe e cercano i finanziamenti per implementare la rete».

«Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua» (dalla Laudato si’).

Nella contea di Meru questi decenni di cooperazione hanno cambiato realmente la vita della gente. E anche la cultura: «Sanno che l’acqua è un diritto e che va difeso», dice padre Andrew Mbiko, amministratore di Domwass, l’associazione della diocesi che coordina i progetti sulla rete idrica. «Hanno visto l’impatto positivo sull’economia, sulla riduzione delle malattie infantili, sul calo di abbandono scolastico».

L’ultima immagine di questo “altro Kenya” è la fila di donne e bambini che attendono il turno, nel villaggio di Malka Galla, nella contea di Isiolo. Per la Lvia questa è la “frontiera”: la zona è molto più calda e arida, ed è tutto da fare. È qui che sta operando l’Ong piemontese, ma le montagne sono lontane, bisogna ancora ricorrere ai pozzi, spesso riabilitando quelli che non funzionano più, e in caso estremo alle autobotti. Nei prossimi tre anni l’impresa è portare l’acqua anche in questa contea, così assetata, e lavorare sulla risoluzione dei conflitti generati dalla penuria di risorse e sullo sviluppo economico dell’area. «Qui si fanno razzie e si uccide per accedere ai pascoli e a un abbeveratoio», spiega Tommaso Menini, il volontario che ci accompagna. Il suo compito, da qui al 2017, è evitare che questi episodi avvengano. La lunga fila di taniche è la riprova della complessità della sfida.

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