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Kim Rossi Stuart: «Il più bel regalo da fare a un figlio? Non legarlo a te»

05/09/2016  Dopo dieci anni l’attore torna dietro alla macchina da presa per raccontare la storia di uomo incapace di costruire una relazione affettiva stabile. Non riesce a spezzare le catene con la sua infanzia

Ci vuole coraggio, perché si rischia di apparire presuntuosi, a dichiarare che la prima ragione che ti ha spinto a girare un fi’lm è di natura etica. «Potevo fare un ’film di “genere” o di denuncia sulle tante cose che non funzionano. Ma vivendo immersi in questa cultura del profitto e dell’estetica sentivo che era necessario prendere una posizione netta su questo punto e per farlo era necessario puntare non sul “noi”, ma sull’“io”, sull’introspezione, sul guardarsi dentro senza farsi sconti. E proprio per quest’obiettivo etico, sento molto il bisogno di sapere se il fi’lm riuscirà a trasmettere qualcosa agli spettatori».
Tommaso, che Kim Rossi Stuart presenterà fuori concorso alla Mostra di Venezia prima dell’approdo nelle sale l’8 settembre, potrà piacere o meno, ma di sicuro non è l’opera di un autore velleitario. Per realizzarla, infatti, Kim, che l’ha pure sceneggiata con Federico Starnone, ci ha lavorato dieci anni. Tanti ne sono passati dalla sua opera prima, Anche libero va bene, che sorprese tutti per la sua maturità, facendo incetta di premi. Da allora Kim ha centellinato anche la sua carriera d’attore, sempre privilegiando opere di qualità, da Questioni di cuore di Francesca Archibugi a Meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani.
Tommaso è il seguito di Anche libero va bene, anche se Kim ci tiene a sottolineare «la sua autonomia, anche se chi ha visto il mio primo fi’lm potrà avere delle chiavi di lettura più complete». Comunque, se nel suo esordio come regista, Kim ha raccontato la storia di un bambino costretto a fare i conti con l’abbandono della madre e con un padre oppressivo, in Tommaso ritroviamo quel bambino che, a causa di quei retaggi della sua infanzia, non è mai cresciuto.
È un attore insoddisfatto del suo lavoro che sogna di girare un fi’lm, ma soprattutto è un uomo incapace di costruire una relazione affettiva stabile. «Tommaso è ossessionato dalle donne, tanto che le immagina nude ovunque come delle prede da conquistare e pensa di potersi realizzare attraverso una vita libertina. Io racconto tutto questo in una chiave tragicomica, prendendo in giro lo stereotipo dell’uomo “cacciatore”. In realtà, Tommaso più va avanti e più sta peggio, ’finché comprende che la chiave di questa faticosa ricerca è nel fardello che i suoi genitori e in particolare sua madre, gli hanno lasciato».
L’attore e regista dice di vedere in giro molti uomini e donne simili al suo Tommaso, «che combattono come lui alla ricerca di un equilibrio affettivo, ma ce ne sono anche tanti che vi hanno rinunciato, consegnandosi a una vita di compromessi mal vissuti o saltando da un rapporto all’altro sempre all’insegna della super ficialità».
Il fatto che il suo personaggio sia un attore come lui ha evidenti risvolti autobiogra ci. Anche Kim ha subito da bambino la separazione dei genitori: «La mia infanzia è stata faticosa e non a caso nel mio primo fi lm ho raccontato la storia di un bambino costretto ad assumere precocemente il peso dell’esistenza sulle sue spalle. E con Tommaso ho condiviso la sensazione di essere sempre allo stesso punto nelle relazioni affettive. Detto ciò, io non sono Tommaso: questo non è un film sulla mia storia, perché non interesserebbe a nessuno».

L’ARRIVO DI ETTORE

Anche perché lui, a differenza del suo personaggio, una stabilità in questi dieci anni l’ha raggiunta con l’attrice Ilaria Spada da cui avuto Ettore, che ora ha quasi cinque anni e che si chiama così non in omaggio all’eroe omerico, «ma al bambino di Anna Magnani in Mamma Roma e a Ettore Scola, un regista verso cui ho sempre nutrito una grande ammirazione».
Kim aggiunge che i cambiamenti avvenuti nella sua vita privata non lo hanno infl‰uenzato nella realizzazione di Tommaso, «però uno dei motivi che alla fi ne mi hanno convinto a girarlo è stato il pensiero che un giorno lo vedesse mio figlio. Vedo questo film anche come una mappa per orientarsi: una vita passata a mentire a sé stessi e agli altri non è una vita ben spesa».
Come si è capito, l’attore e regista romano avverte molto la responsabilità di essere un padre: «Da prima che nascesse Ettore, mi ripetevo che come genitore avrei dovuto impegnarmi soprattutto per lasciargli lo spazio per trovare una sua identità».
«Spesso i genitori caricano i figli di una missione esistenziale il cui peso li condizionerà per sempre», continua Kim. «Proprio perché sento così forte in me il tema di quanto i genitori possano condizionare il futuro dei figli, cercherò il più possibile di evitare di tentare di plasmarlo secondo le mie aspettative. So già che sarà impossibile riuscirci, ma ci provo».

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