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lunedì 15 agosto 2022
 
 

L'aborto: uno strappo nell'anima

27/03/2013  Un recente saggio mette in dubbio il fatto che l'aborto lasci nelle donne ferite profonde e traumatiche. Un altro testo dice ben altro e gli esperti invitano a non generalizzare.

C'è chi inizialmente lo cancella come se l'evento non fosse mai esistito e chi da subito fatica a riconcilirasi con sé stessa, chi cade nell'autolesionismo, chi l'ha vissuto in solitudine e chi, nell'affrontarlo, è stato sostenuta dal compagno o dai familiari. E' il dramma dell'aborto troppo spesso sottovalutato o considerato un tema legato alla responsabilità personale del singolo individuo. Dimenticando la ferita che lascia nelle donne che l'hanno subito o affrontato.

La psicologa Giuliana Perantoni Savaresi, a queste donne, tutte sue pazienti dedica il  volume Lo strappo nell'anima (San Paolo) descrivendo con affetto e comprensione i loro casi e il dolore che hanno espresso con svariate e profonde manifestazioni così gravi da spingerle a cercare aiuto presso una specialista.

Lo stesso dolore viene raccontato anche dalla voce di alcuni uomini, giovanissimi, che hanno subìto, da parte delle loro ragazze, l'aborto del bambino che aspettavano. Per loro una disperazione poco compresa ma intensa per la quale hanno richiesto un sostegno psicologico.

«Mi ha sempre colpito la paura e l'angoscia che accompagna una persona quando deve decidere che cosa fare di una gravidanza indesiderata e ancora di più il dolore che consegue alla scelta di abortire», spiega l'autrice nell'introduzione del suo libro. «Quante donne ho conosciuto che hanno vissuto questo dramma e non solo le mie pazienti, ma anche persone che, al di fuori della mia professione, mi hanno consegnato e reso partecipe delle loro sofferenze».

Orsola Vetri

In un nuovo libro dal titolo La verità, vi prego, sull’aborto (Fandango Libri), Chiara Lalli, filosofa e giornalista, affronta l’evento aborto dal punto di vista delle donne che lo hanno vissuto scegliendolo senza ripensamenti o, come sembra, senza conseguenze traumatiche, secondo l’ottica, scrive l’autrice, «di esplorare una possibilità teorica che si possa scegliere di abortire, che lo si possa fare perché non si vuole un figlio o non se ne vuole un altro, che si possa decidere senza covare conflitti o sensi di colpa».

In particolare, il tema viene trattato con il supporto di studi scientifici che negherebbero l’inevitabilità del trauma da aborto. Un terreno sicuramente delicato dove, secondo Lalli, la morale imperante condanna senza appello le donne che decidono di abortire, in una società dove conta la retorica della maternità concentrata unicamente sul miracolo della riproduzione.

Chiediamo a Giuliana Mieli, psicologa e psicoterapeuta, consulente per vent'anni presso il reparto di ostetricia e ginecologia dell'Ospedale S. Gerardo di Monza, un parere su questa riflessione. «Soprattutto in un ambito come questo va assolutamente evitata ogni semplificazione», afferma. «Non si può passare da un atteggiamento terroristico sull’aborto al dire che è un evento indolore, quasi come fare una passeggiata. Non è così».

L’aborto secondo la la psicologa, è necessariamente un processo che non va a compimento e che, pertanto, presuppone un errore, un passaggio che salta e che va rielaborato: «La riflessione, però, a mio avviso va spostata più a monte. Se oggi è vero che possiamo scegliere una gravidanza, evidentemente qualcosa non ha funzionato se si arriva ad abortire. C’è un problema di consapevolezza all’interno della coppia o dell’individuo. Il senso di colpa nasconde altro, ovvero qualcosa che ha impedito di agire in modo consapevole. Questo perché l’aborto non può rappresentare un metodo contraccettivo. Voglio ricordare, inoltre, che qualunque passaggio o intervento sul corpo è accompagnato da un sentire che matura nel tempo. Ha poco senso intervistare le donne subito dopo l’aborto, e se ci sono degli studi con questa metodologia, direi che sono poco scientifici. Concludo dicendo che l’aborto rimane un atto di responsabilità enorme, comunque lo si consideri». 

Alessandra Turchetti

Guardare l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) da una angolatura diversa e mai esplorata prima, è l’intento del libro La verità, vi prego, sull’aborto di Chiara Lalli, filosofa e bioeticista.


La tesi centrale del saggio sostiene che è possibile abortire senza ripensamenti, anzi che è una vera  liberazione e  che esistono anche dati scientifici che sfatano il mito della “sindrome postabortiva”.


Abbiamo rivolto la questione alla dottoressa Luana Stripparo, specialista in Ostetricia e Ginecologia alla Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlino di Milano che ci parla della sua esperienza clinica: «Sicuramente la scelta della donna di ricorrere all’aborto è per lei in quel momento della vita, l’unica soluzione praticabile. L’esperienza che vive è però del tutto individuale sia dal punto di vista psicologico che fisico. Qualunque sia il motivo che spinge una donna ad abortire: le condizioni socio-economiche, il fallimento di un metodo contraccettivo, le circostanze in cui è avvenuta la gravidanza, per un rapporto occasionale o in assenza di una relazione stabile, per l’indisponibilità del patner ad accogliere una gravidanza, per una diagnosi di anomalia fetale o per un abuso, indubbiamente l’interruzione rappresenta un sollievo da tutte le difficoltà che avrebbe dovuto affrontare decidendo di portare avanti la gravidanza».


Per quanto riguarda la tesi della Lalli che demolisce tutti (o quasi)  gli argomenti a favore della sindrome post-abortiva e dei segni che lascerebbe un aborto, la Dottoressa Stripparo sostiene: «Per molte donne sia l’aborto spontaneo che volontario rappresentano un lutto da elaborare. Questa elaborazione dipende dal vissuto personale della donna, da fattori culturali, religiosi e ambientali che sono diversissimi per ciascuna donna e non sono generalizzabili».


Prosegue la Dottoressa: «Ritengo che l’evoluzione socio-culturale che la legge 194 ha provocato, sia stata notevolissima. In passato esisteva un muro tra obiettori e i non-obiettori mentre oggi c’è un rapporto di collaborazione fra i Centri di Aiuto alla Vita e gli operatori della 194 e si cerca di sostenere la donna qualunque sia la sua scelta. L’impegno di tutti deve essere nella direzione della consapevolezza e della prevenzione».                         


Dionisia Frediani

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