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giovedì 21 ottobre 2021
 
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L'addio ai social di Loretta Goggi

16/09/2021  Abbandonarli significa decidere di separarsi, pubblicamente, da queste persone feroci, non dichiararsi “intimi” con chi si relaziona con tale atteggiamento malato. Lasciando certi ambienti asfittici ha scelto di respirare aria pura (di Arianna Prevedello)

La decisione di Loretta Goggi di lasciare i social a causa dell’escalation di aggressività sul suo profilo, dopo l’ultima performance a Verona durante i Seat Music Awards, ha riaperto il dibattito sulla qualità umana degli ambienti digitali. E ora, come nelle migliori commedie, ci ritroviamo anche noi a commentare la sua scelta di sottrarsi ai commenti: insomma ne esce una vera cacofonia, un suono sgradevole come quello che produce ogni polemica mediatica. Forse la Goggi ne aveva, semplicemente, abbastanza del cattivo odore che emettono queste stanze asfittiche, rispetto all’aria fresca che da una vita si è abituata a respirare nei concerti. Aria pura come l’altra sera a Verona quando migliaia e migliaia di persone con quello stesso smartphone, invece di insultarla, erano lì a riprenderla e a pubblicarla orgogliosi nel loro profilo social.

Lo capisce anche un bambino, anche se gli esperti continuano a spiegarlo instancabilmente, che la malattia non è addebitabile al mezzo, che dalla sua parte ha un unico difetto che è poi anche il suo pregio: è maledettamente, come la primavera della Goggi, performante e per questo si adegua magnificamente tanto alle nostre risorse interiori e alle nostre competenze comunicative quanto ai nostri disagi e limiti. E di quest’ultimi la nostra società purtroppo abbonda e l’aggressività social è solo lo starnuto di un virus molto più complesso.

Sia bene inteso che lasciare i social non è girarsi dall’altra parte per disinteressarsi del dramma collettivo della violenza per tornare a godersi beatamente le giornate senza denigratori seriali invisibili. I puritani del web sono sempre pronti a difendere ogni maleducazione digitale con la scusa del nostro ego fragile che non regge il peso delle critiche. Il problema è che la critica qui non la fa Kant e a reggere il peso di insulti a vita, scambiati per critiche, talvolta ci si ammala. Si può stare, davvero, esposti sempre al sole delle 14? Tutte le pelli se lo possono permettere? Ognuno legittimamente fa le sue valutazioni, anche Loretta e molti altri prima di lei.

Di certo lasciare i social è decidere di separarsi, pubblicamente, da queste persone feroci. Il verbo lasciare ha qui una sua appropriatezza lessicale: è non dichiararsi “intimi” con chi si relaziona con questo tipo di atteggiamento malato, che arreca più danni che opportunità. Si può fare la stessa cosa, e qui sta il libero arbitrio anche sui social, assoldando decine di persone che rispondano al posto nostro a ciascuno di questi “contagiati”, cancellando messaggi giorno e notte o richiamando ognuno di loro ad un’autorevolezza verbale di cui non hanno esperienza. Rimane sempre aperta la domanda se questa laboriosa operazione chirurgica, assai esosa in termini di risorse umane ed economiche, abbia delle reali ricadute sul profilo psichico di queste persone incattivite, svuotate della tenerezza che ci mantiene critici ma con rispetto.

In Qui rido io Edoardo Scarpetta, un Toni Servillo insuperabile, dal palco riesce a tenere a bada egregiamente una platea inferocita, aizzata da pochi facinorosi che inneggiano a D’Annunzio e al plagio. Forse anche lui non sarebbe riuscito a gestire gli stessi on line e si sarebbe rassegnato a lasciare i social? Invece si difese in tribunale e a scrivere la sua arringa, un perito tutt’altro che innocuo, ci pensò Benedetto Croce.  A volte i film ripagano della desolazione odierna: usciamo in compagnia, portiamo le persone al cinema, a teatro, ad un concerto e nel mentre magari guariamo un po’ tutti insieme dal virus dell’antropofagia.

 

 

 
 
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