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sabato 05 dicembre 2020
 
 

È ora di dire basta alla povertà

20/09/2010  La società civile chiede al Governo italiano e agli altri Paesi di rispettare gli impegni nei confronti dei più poveri. Un ampio dossier su Famiglia Cristiana in edicola.

Il logo della Campagna "Stand up! Take Action!" con la quale la società civile italiana si mobilita in questi giorni per gli Obiettivi del Millennio.
Il logo della Campagna "Stand up! Take Action!" con la quale la società civile italiana si mobilita in questi giorni per gli Obiettivi del Millennio.

Si sono svolte dal 17 al 19 settembre le tre giornate di mobilitazione della società civile italiana per chiedere al governo italiano e agli altri Paesi donatori di rispettare gli impegni presi nei confronti di quelli poveri e in via di sviluppo. "Stand up! Take action!": questo lo slogan che nell’ultima edizione dello scorso anno ha coinvolto oltre 800 milioni di persone in tutto il mondo. La mobilitazione prevede una fitta serie di eventi in molte città italiane.

    L’iniziativa è stata presentata ieri a Roma dalle organizzazioni che la promuovo (che sono più di 70, fra le quali la Campagna del Millennio delle Nazioni Unite, la Coalizione Italiana contro la povertà, Caritas Italiana, Federazione Italiana dello Scautismo, Uisp-Sportpertutti), insieme a un corposo dossier – intitolato "Raggiungere gli Obiettivi del Millennio. Le raccomandazioni della società civile” – indirizzato al Governo italiano e alla delegazione che parteciperà il 20-21-22 settembre al Summit di New York dell’Onu, che deve fare il punto sul cammino verso il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio a dieci anni dagli impegni presi (furono assunti nel 2000) e a cinque dalla meta, il 2015.

    Sul sito www.standupitalia.it c’è l’elenco completo delle iniziative di questi giorni e tutto il materiale informativo della campagna. Si può anche scaricare il dossier di raccomandazioni al governo italiano – che è in grave ritardo rispetto agli impegni presi di fronte agli altri Paesi Onu – e aderire allo “Stand up” sottoscrivendo l’appello lanciato quest’anno dalla Campagna Italiana e dalle altre organizzazioni promotrici (per l’adesione si può anche inviare una email con il proprio nome a standup@millenniumcampaign.it).

    Ecco il testo dell’appello:
 
    “Sconfiggere la povertà entro il 2015 e liberare gli uomini dalla condizione abietta e disumana della povertà estrema” è la storica promessa fatta dai leader di tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite al Vertice del Millennio nel 2000.

    In tale occasione i Capi di Stato e di governo hanno concordato all’unanimità di raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Osm) entro il 2015: eliminare la povertà estrema e la malnutrizione, raggiungere la piena occupazione e il lavoro dignitoso per tutti; garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini e a tutte le bambine entro il 2015; promuovere l’equità di genere e combattere le discriminazioni; ridurre di due terzi la mortalità infantile; migliorare la salute materna combattere HIV/AIDS, malaria e le altre malattie; assicurare la sostenibilità ambientale e sviluppare una partnership globale a favore dello sviluppo.

    Dal 20 al 22 settembre, a dieci anni dalla firma dell’accordo, i leader di tutto il mondo si riuniranno a New York per il Summit delle Nazioni Unite sugli Obiettivi del Millennio.
Questo vertice servirà a fare il punto sui risultati raggiunti, ma soprattutto per concordare nuove strategie, programmi e strumenti concreti per reperire le risorse necessarie e accelerare il processo verso il raggiungimento degli Obiettivi entro la data prefissata.

    Le promesse si mantengono! Gli impegni si onorano! Gli Obiettivi del Millennio possono essere raggiunti! È una questione di giustizia nei confronti dei più deboli e di lungimiranza politica nei confronti dei cittadini italiani e europei. Chiediamo quindi all’Italia e a tutti i Paesi presenti al Vertice delle
Nazioni Unite di New York di settembre, di definire un piano ambizioso per i prossimi cinque anni e di garantire le risorse necessarie per attuarlo.

    Il 2015 è alle porte. Abbiamo promesso e le promesse si mantengono!

    Io ho firmato.

    Il Governo italiano faccia la sua parte.

   Alla conferenza stampa di presentazione dello “Stand up” sono intervenuti Laura Ciacci e Sergio Marelli, i due portavoce della Gcap-Coalizione Italiana contro la povertà, un cartello di una settantina di organizzazioni, associazioni, gruppi, sindacati che rappresenta con i suoi associati circa 10 milioni di italiani.

    «In vista del Vertice di New York», hanno dichiarato i portavoce della Gcap Italia, «chiediamo al Governo e al Parlamento italiani un segnale chiaro e concreto verso un riallineamento con gli impegni assunti e più volte reiterati fino all’ultimo G8 e G20 ma ad oggi rimasti lettera morta»

    «L’Italia», hanno aggiunto, «arriva al Summit delle Nazioni Unite senza un piano di riallineamento necessario per recuperare i propri ritardi nel raggiungere gli impegni presi verso i più poveri. Così facendo il Governo italiano non solo non rispetta i suoi impegni internazionali ma rischia di essere responsabile anche del mancato raggiungimento dei target dell’Unione Europea. Gli italiani chiedono una drastica inversione di marcia e noi ci impegniamo a far arrivare le voci dei cittadini al governo qui in Italia sostenendo la mobilitazione mondiale contro la povertà “Stand Up” e a New York dove saremo all’Assemblea».

Due fratellini a Lira, Nord Uganda
Due fratellini a Lira, Nord Uganda

Il 20 settembre si aprirà a New York la “tre giorni” dei Paesi Onu per fare il punto sugli Obiettivi del Millennio. È un appuntamento importante perché il Summit si svolge a 10 anni dalla loro definizione e a 5 dalla data che è stata fissata per il loro raggiungimento. Abbiamo chiesto a Marta Guglielmetti, responsabile della Campagna Italiana Onu degli Obiettivi del Millennio, di fare per noi il punto sulla situazione.

- Perché viene considerato un momento cruciale per la Campagna di lotta alla povertà decisa nel 2000?

«Da questo Summit dipenderanno le nuove strategie, che dovranno tenere conto di una situazione economica e geopolitica molto diversa da quella del lontano 2000 e per l’elaborazione dei quali, quindi, i governi membri delle Nazioni Uniti dovranno dimostrare visione strategica e coraggio. Quello che non è mutato infatti in questi anni sono le condizioni di povertà in cui vivono ancora milioni di persone. Troppe per rimanere a guardare senza agire. Per questo dobbiamo essere coscienti dell’importanza di questo momento e inviare ai governi un messaggio chiaro: per i cittadini il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio è una priorità politica, anche in un momento di crisi economica finanziaria».

- Quali sono le aree o i Paesi che hanno camminato di più nella realizzazione?

«Di sicuro se guardiamo i dati globali Onu vediamo che paesi come Cina, India e Brasile hanno vissuto una crescita impressionante, nonostante le sacche di povertà estrema che persistono anche in queste regioni. Disgregando invece i dati riscontriamo all’estremo opposto un’Africa Sub-sahariana che nel suo insieme è ancora lontana dal raggiungimento. Basti un solo esempio: l’obiettivo 1 che si prefigge di dimezzare la percentuale di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno. I dati relativi all’Asia orientale ci dicono che dal 1990 a 2005 la percentuale è passata da 60% al 16%. Mentre se analizziamo lo stesso dato relativo all’Africa Sub-sahariana vediamo che la percentuale è passata dal 58% al 51%. Sono cifre che si commentano da sole. È quindi fondamentale riconoscere i progressi fatti nel processo di riduzione della povertà grazie alla strategia definita dagli Obiettivi del Millennio, ma nel contempo è fondamentale riconoscere che servono ulteriori sforzi e focalizzati soprattutto sulle aree che restano più indietro».

- I Paesi donatori talvolta non hanno mantenuto gli impegni, o l'hanno fatto in modo parziale. Quanto pesa questo sul ritardo rispetto alla tabella di marcia in vista del 2015?

«Gli Obiettivi del Millennio sono basati su un concetto chiave: la partnership tra Paesi ricchi e Paesi poveri, tra donatori e Paesi in via di sviluppo. Se uno degli attori viene meno ai propri impegni il rischio è quello di minare anche gli sforzi e i risultati raggiunti da chi invece sta lavorando secondo quanto stabilito in sede internazionale. Purtroppo i dati in nostro possesso ci mettono di fronte a un paradosso inaccettabile. Mentre alcuni dei Paesi più poveri tra i poveri stanno rispettando i loro impegni, molti dei Paesi più ricchi, tra cui l’Italia, sono ancora indietro. Anche se l’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) non è l’unico strumento per garantire il raggiungimento degli Obiettivi, è particolarmente indicativo delle volontà politiche di ciascun Paese. L’Italia ha promesso di raggiungere lo 0,7% del proprio Pil entro il 2015 e di raggiungere lo 0,51% entro il 2010. Nonostante le promesse più volte reiterate dal nostro Governo, siamo fermi allo 0,16%. Con questo dato l’Italia non solo è l’ultima dei Paesi europei ma si fa anche carico di una parte di responsabilità per il mancato raggiungimento dell’obiettivo che l’Unione europea si era prefissata di raggiungere come media dei Paesi membri, ovvero lo 0,56% entro il 2010. Ancora una volta vediamo come il mancato rispetto degli impegni di un solo Paese può compromettere o ritardare il raggiungimento degli obiettivi degli altri».

- Siamo ancora in tempo a recuperare il gap?

«Siamo ancora in tempo se si guardano i dati globali, ma non solo. Alcuni Obiettivi come abbiamo visto possiamo ragionevolmente dire che verranno raggiunti, come per esempio il primo. Ma a mio parere ancora più importante che chiedersi se tutti gli obiettivi saranno raggiunti in tutti i Paesi entro la data prefissata è cruciale riconoscere sulla base dei dati a oggi in nostro possesso che la strategia può funzionare, ma solo se tutti faranno la loro parte. È probabile che in alcuni casi il tempo perso fino ad ora non verrà recuperato interamente ma se i Paesi che oggi sono più indietro dimostrano una rinnovata volontà politica supportata da fatti concreti e da pianificazioni realistiche, tra 5 anni potremo essere sicuri di aver fatto grandi passi avanti in tutti gli Obiettivi. E ricordiamoci che dietro ai numeri e alle statistiche ci sono persone reali con le loro sofferenze e la loro dignità di uomini».

Kenya, baraccopoli di Kibera
Kenya, baraccopoli di Kibera

Un miliardo e venti milioni di persone nel mondo soffrono la fame. Dietro questi numeri ci sono uomini e donne che vivono in condizioni disumane e che non possono aspettare le promesse dei governanti.

    Sono coloro che le Caritas incontrano tutti i giorni in molti paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina, dell’Oceania, e anche dell’Europa, nei piccoli gesti, attraverso i progetti e gli interventi, nel tentativo di dare risposte concrete. Sono voci, volti e cuori che soffrono e chiedono giustizia e dignità.

    Molti successi vengono registrati nel raggiungimento degli obiettivi del millennio, ma ciò riguarda solo alcuni ambiti e principalmente alcuni grandi Paesi dell’Asia che fanno da traino ai miglioramenti globali rilevati.

    Dall’esperienza che viviamo accanto alle Chiese locali, alle tante - anche piccole - realtà sul posto, constatiamo che all’interno di questi stessi Paesi, anche quelli più ricchi, le diseguaglianze continuano ad aumentare, generando sacche di miseri ed esclusi. Per non parlare di altre regioni del mondo che restano drammaticamente indietro nella faticosa marcia della lotta alla fame, come in molti scenari del continente africano.

    A ciò si aggiungono i Paesi colpiti simultaneamente da disastri, guerre e degrado ambientale, come ad Haiti, in Pakistan, e nella dimenticata Somalia. Occorre dunque rinnovare i nostri sforzi ad ogni livello, consapevoli che - come ci ha ricordato Benedetto XVI - “la marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse”.

Don Vittorio Nozza
Direttore Caritas Italiana
 

Kenya: uno dei piccoli ospiti della casa d'accoglienza di Koinonia per ex bambini di strada.
Kenya: uno dei piccoli ospiti della casa d'accoglienza di Koinonia per ex bambini di strada.

Sconfiggere la povertà entro il 2015 è la storica promessa fatta da 189 capi di Stato e di Governo, del Sud e del Nord del mondo, al Vertice del Millennio delle Nazioni Unite nel 2000 firmando la Dichiarazione del Millennio. La solita dichiarazione di intenti mai rispettata? No. Questa volta accanto alla Dichiarazione è stato stilato un vero e proprio piano di azione. Sono state decise le azioni da compiere e sono stati definiti gli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OMS) da raggiungere entro il 2015:

1. eliminare la povertà estrema e la fame

2. garantire l’istruzione primaria universale

3. promuovere l’eguaglianza di genere

4. ridurre la mortalità infantile

5. migliorare la salute materna

6. combattere l’HIV/AIDS, la malaria e le altre malattie

7. assicurare la sostenibilità ambientale

8. sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo

    Sono state decise le responsabilità reciproche degli Stati dei Paesi più poveri e dei Paesi più ricchi, tra cui l’Italia; sono stati decisi tempi e indicatori intermedi per monitorare i progressi.

    I 189 Capi di Stato e di governo si sono, cioè, fatti una promessa reciproca: tutti avrebbero dovuto compiere i passi descritti nella Dichiarazione e nei documenti scaturiti da essa, in modo da garantire il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio entro il 2015, sconfiggere la povertà estrema e iniziare un cammino virtuoso verso uno sviluppo davvero sostenibile.

Dal documento "Raggiungere gli Obiettivi del Millennio. Le raccomandazioni della società civile al Governo italiano"

Kigali. Il senatore Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri del Governo italiano.
Kigali. Il senatore Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri del Governo italiano.

Kigali, Ruanda

«Se noi continuiamo a considerare l’aiuto ai Paesi poveri un dono e non un investimento, la situazione non cambierà. Perché se è un dono, lo si fa finché ci sono i soldi. In epoca di crisi economica i doni si riducono. È esattamente quello che è successo in questi ultimi due anni». Il senatore Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri del governo Berlusconi, è un profondo conoscitore delle “cose africane” che segue – anche per passione personale, oltre che per impegno politico – da molti anni. Lo “intercettiamo” a Kigali, nel corso di una rapida visita che tocca, oltre al Ruanda, il Kenya e il Mozambico.

    Sul raggiungimento degli Obiettivi del Millennio non è ottimista, riguardo all’impegno italiano. «Ma non solo perché oggi siamo fanalino di coda fra i Paesi donatori, fatto che è innegabile. Anche perché se guardiamo agli ultimi 20 anni, e quindi a prescindere dai colori dei governi, la percentuale dell’aiuto pubblico allo sviluppo si è sempre assestata intorno allo 0,20 del Pil. C’è stato un unica, piccola, crescita: il secondo Governo Prodi un anno ha portato la percentuale dei fondi verso lo 0,30. Per il resto, governi di destra e di sinistra hanno sempre destinato meno, con oscillazioni dello 0,01 o 0,02 in più o in meno».

- Quale conclusione ne trae?

«Che è segno di un problema strutturale e di impostazione. La logica rimane quella del dono e dell’emergenza, che non porta cambiamenti significativi nella politica di cooperazione. Anche le Regioni e la cooperazione decentrata non hanno portato i risultati sperati. La nota positiva è il dono privato: gli italiani hanno una forte propensione ad aiutare realtà, Ong e missionari che conoscono e di cui si fidano».

- Le Ong italiane lamentano una continua riduzione di fondi…

«È vero. Ma è anche vero che abbiamo in Italia più di 170 organizzazioni non governative. Troppe, e troppo piccole. Quello che vediamo è che diamo all’Unione Europea molto più di quanto le Ong riescono poi ad ottenere dai fondi della UE, segno che le nostre Ong non riescono a confrontarsi adeguatamente con i grandi colossi europei della cooperazione».

- Cosa deve cambiare per ottenere risultati significativi in vista del 2015?

«In sede europea abbiamo aperto una discussione sul metodo per raggiungere gli Obiettivi del Millennio. Il Paese che ha ottenuto i maggiori risultati in questo senso è stata l’India, che tuttavia non deve certo i propri successi nella lotta alla povertà (ha ridotto di 200 milioni il numero di poveri) all’aiuto dei Paesi ricchi. Allora mi chiedo: dobbiamo parlare di aiuto allo sviluppo o semplicemente di sviluppo? È creare sviluppo anche costruire un ponte o una strada, oppure no? Inoltre, l’aiuto lo devo dare a Paesi che hanno stabilità politica e democratica, se no si rischia davvero di buttare i soldi. Solo con governi che funzionano si può lavorare in partnership: allora sì che fare un ospedale inserendolo nel piano sanitario nazionale di quel Paese è un contributo importante di cooperazione allo sviluppo».

- Un altro problema è che negli anni è cresciuta sempre più la cooperazione d’emergenza, e si è ridotta quella che fa sviluppo.

«Mi chiedo se questo ha senso. L’emergenza ormai assorbe la gran parte della cooperazione. Viceversa, ritengo molto significative le esperienze di microcredito, in particolare quanto è a favore delle donne. Su questi fronti, cioè il microcredito, l’educazione, la formazione professionale, i progetti che favoriscono l’emancipazione femminile, le Ong svolgono un ruolo molto importante».

- Quale considera più grave fra le “colpe” europee?

«La seguente, che cerco di spiegare con alcuni esempi. Se decido come Unione Europa che per fare il cioccolato mi serve la meta del cacao rispetto a prima non sto prendendo una decisione che riguarda solo gli europei, ma anche i produttori africani, che vanno alla fame. Se faccio operazioni di dumping sul cotone, è inutile che vada a insegnare agli africani a coltivare meglio il cotone. E se faccio una norma per cui per entrare in Europa le banane devono avere determinate dimensioni, non mi posso poi scandalizzare del crollo del prezzo di mercato della banana africana, che essendo piccola non entra più nel nostro Continente».

- Aiuto allo sviluppo è quindi anche consentire ai produttori africani di stare sul mercato a pari condizioni?

«Esatto. Lo sa che in Africa occidentale si è presentato alle elezioni il “partito del pollo”? Sa perché si chiamava così? Per denunciare che dall’Europa arrivano le parti del pollo che noi non mangiamo, e che vendiamo laggiù a prezzi bassissimi. Il “partito del pollo” chiede il pollo intero. Chiede che non si facciamo più queste operazioni di dumping con i nostri scarti. Riflettere sul metodo dell’aiuto è anche questo: i Paesi in via di sviluppo vanno messi in condizione di commerciare in condizioni di pari opportunità. Questo non è meno aiuto che intervenire nelle emergenze».

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