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venerdì 07 agosto 2020
 
 

Dossier: l'Africa e l'infanzia negata

16/06/2013  Il 16 giugno è la Giornata del bambino africano. Un Rapporto di Amref richiama l'attenzione sulla parte più vulnerabile dell'umanità, e sul continente dove patisce i peggiori abusi.

(Foto: Scalettari)
(Foto: Scalettari)

Era il 16 giugno 1976. Nella township di Soweto, alla periferia di Johannesburg (Sudafrica), migliaia di studenti e docenti uscirono dalle scuole per protestare contro la scarsa qualità dell’educazione scolastica impartita ai neri e contro l’obbligo d’imparare l’afrikaans, la lingua degli oppressori bianchi.

Vigeva ancora il regime dell’apartheid e Nelson Mandela avrebbe fatto ancora molti anni di carcere. La polizia rispose con la forza, prima lanciando gas lacrimogeni sulla folla e poi iniziando a sparare. Furono uccisi quattro bambini. Al termine degli scontri, che durarono ancora per dieci giorni, le vittime furono 500 (bambini, giovani, ma anche adulti), i feriti più di 1.000.

Le proteste continuarono anche nell’anno successivo, il 1977: a causa della repressione persero la vita altre 700 giovani vite. Finalmente, il regime sudafricano cedette: il 26 giugno di quell’anno il governo revocò l’insegnamento dell’afrikaans. Fu il primo importante passo verso l’abolizione della segregazione razziale in Sudafrica (solo il primo passo di una battaglia ancora lunga: l’apartheid finì solo nel 1991).

In quello stesso anno l’Organizzazione dell’Unità Africana proclamò il 16 giugno come il giorno del ricordo delle vittime della marcia di Soweto, emblema del coraggio e della lotta per i diritti di tutti i bimbi oppressi del Continente. Negli anni questa data è diventata un appuntamento importante per riflettere sulla condizione dell’infanzia nei Paesi africani, dove fame, malattie, analfabetismo, guerre, insieme con fenomeni come quello dei bambini di strada, dei bambini soldato e dei piccoli profughi - rendono incerte e difficili le prospettive di sviluppo del Continente.

Uno scorcio di Dagoretti market, alla periferia di Nairobi. Ci vive un milione di persone (Foto: Amref).
Uno scorcio di Dagoretti market, alla periferia di Nairobi. Ci vive un milione di persone (Foto: Amref).

L’Africa continua ad essere il continente più rischioso e difficile dove nascere e crescere, specie al di sotto del Sahara. In occasione della Giornata mondiale del bambino africano, Amref – il principale organismo non governativo di sanità privata che opera in Africa Orientale – ha voluto richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla condizione ancora tragica che vivono i piccoli africani attraverso la pubblicazione di un articolato rapporto, che fa il punto della situazione su tutte le principali “piaghe” che colpiscono ancora milioni di minori, specie nelle regioni sub-sahariane.

«Ogni giorno, nel mondo», scrive Amref, «muoiono ancora 19 mila bambini sotto i 5 anni». Ma la situazione peggiore è quella dell’Africa sub‐sahariana, «dove 1 bambino su 9 non raggiunge il quinto compleanno». Un dato drammatico, se si considera anche il fatto che la situazione è in via di miglioramento: il tasso di mortalità sotto i 5 anni è calato del 39% fra il 1990 e il 2011.

I dati forniti dal coordinamento delle Agenzie delle Nazioni Unite per l’Infanzia mostrano come, a livello globale, le principali cause di mortalità sotto i 5 anni sono: polmonite (18%), complicanze per parti pre‐termine (14%), diarrea (11%); complicanze durante il parto (9%), malaria (7%).

La polmonite resta quindi la principale causa di mortalità infantile: solo nel 2011 ha causato la scomparsa di circa 1,3 milioni di bambini, soprattutto in due regioni: Africa sub‐sahariana e in Asia meridionale. Il Continente nero detiene invece il triste primato della quasi totalità delle morti per malaria avvenute nel 2011, che sono circa 500 mila.

Anche su questo, i dati indicano un miglioramento, ben lungi però da essere soddisfacente: nell’ultimo decennio il lavoro di prevenzione sulla malaria ha salvato la vita a circa un milione di bambini.

(Foto: Scalettari)
(Foto: Scalettari)

Il Rapporto di Amref indica che la fase più difficile è sempre quella neonatale: il 40% circa dei decessi tra i piccoli africani si verifica nelle prime quattro settimane di vita. Nel 2011 questo dato corrispondeva a circa 3 milioni di decessi in tutto il mondo.

«Anche in questo caso», specifica il documento, «i dati più preoccupanti si registravano in Asia meridionale e Africa sub‐sahariana, le due regioni che registrano sia i più alti tassi di mortalità neonatale sia il maggior numero di nascite annuali».

Il problema che rimane comunque in testa alle cause di morte infantile o di gravi conseguenze sullo sviluppo è la malnutrizione. A livello mondiale, più di un terzo delle vittime sotto i 5 anni è legato alla carenza di cibo.

Quanto alla trasmissione dell’Hiv/Aids, in assenza di terapie adeguate, il 50% dei bambini sieropositivi muore prima dei due anni. Anche per questa pandemia l’Africa sub‐sahariana paga il tributo più pesante. In alcuni Paesi addirittura elevatissimo: in Mozambico e Zambia il virus è all’origine del 10% delle morti infantili; in Sudafrica il 28%.

Un gruppo di bambini pranza al "Villaggio dei Ragazzi" di Amref, a Nairobi (Foto: Amref).
Un gruppo di bambini pranza al "Villaggio dei Ragazzi" di Amref, a Nairobi (Foto: Amref).

Malattia e malnutrizione non sono gli unici fattori di alto rischio per i bambini africani: sono centinaia di migliaia le vittime di guerre, i rifugiati e gli sfollati, i minori lavoratori e quelli che non hanno accesso all’istruzione, i bambini sfruttati sessualmente, le bambine vittime di mutilazioni genitali femminili.

Nel suo Rapporto, pubblicato in occasione della Giornata mondiale del bambino africano 2013, Amref affronta ciascuno di questi flagelli (chi vuole saperne di più può vedere il sito dell’organismo non  governativo www.amref.it) che non sempre uccidono, ma di sicuro costituiscono l’infanzia negata per milioni e milioni di bambini.

Il fenomeno più eclatante, e pericolosamente in crescita, è quello dei bambini di strada. «Nel mondo», scrive l’Ong internazionale, «sono tra i 100 e i 150 milioni e il loro numero è in aumento a causa della crescita della popolazione globale e dell’urbanizzazione. I dati sono allarmanti, ma anche difficilmente censibili perché i bambini di strada sfuggono alle statistiche ufficiali, ai censimenti, alle istituzioni, sono esclusi da programmi e politiche statali».

Povertà estrema, disgregazione familiare, violenza e abusi sono il denominatore comune a tutte le situazioni di allontanamento dei minori che finiscono in strada. Privati dei loro diritti fondamentali, in particolare del diritto alla protezione, all’accesso ai servizi essenziali di assistenza sociale e sanitaria, all’istruzione, alle cure della famiglia, i bambini vivono di espedienti diventando vulnerabili, vittime della tossicodipendenza, della criminalità e di violenze, talvolta anche da parte delle forze dell’ordine che dovrebbero provvedere al loro recupero.

Dal 1999 Amref opera a Nairobi, nel distretto di Dagoretti: una vasta area (38,7 chilometri quadrati) situata nella periferia occidentale della città, che fino a qualche decennio fa era considerata semi rurale e che oggi vede crescere sempre più insediamenti spontanei, quasi sempre poverissimi.

Alla fine del secolo scorso vi abitavano circa 240.000 persone. Con un tasso di crescita del 20% oggi si stima che nell’area viva circa 1 milione di persone. A Dagoretti, Amref è presente con il "Children in Need", progetto per il recupero dei ragazzi di strada e per il sostegno ai bambini e adolescenti vulnerabili e a rischio. «È un progetto di riabilitazione comunitaria», spiegano i dirigenti di Amref, «sviluppato in collaborazione con il Governo del Kenya e le comunità locali beneficiarie. Il progetto promuove e sviluppa un modello comunitario sostenibile che garantisce accoglienza, riabilitazione psico‐fisica e reinserimento dei bambini e degli adolescenti a rischio».

Uno dei gruppi teatrali nato dall'attività di promozione artistica di Amref con gli ex ragazzi di strada (Foto: Amref).
Uno dei gruppi teatrali nato dall'attività di promozione artistica di Amref con gli ex ragazzi di strada (Foto: Amref).

Nello specifico Amref lavora per:

  - soccorrere e recuperare i ragazzi di strada, fornire loro cure primarie e avviarli ad un processo di ri-socializzazione;
  - reinserire i giovani nelle famiglie e nelle comunità d’origine;
  - creare un ambiente in cui i bambini godano dei diritti umani, accrescere la consapevolezza dei membri della comunità di Dagoretti circa i diritti dei bambini al fine di ridurre il fenomeno dei ragazzi di strada;
  - incrementare l’accesso ai servizi sanitari di base e alla corretta informazioni sanitarie per i bambini che vivono in strada e gli adolescenti a rischio e vulnerabili;
  - facilitare l’accesso all’educazione e alla formazione dei giovani in situazioni di disagio.

Il Children Village (Villaggio dei Ragazzi), centro polifunzionale comunitario, è il punto di riferimento per tutte le attività che si svolgono nell’ambito del progetto.

Dopo anni di esperienza e di lavoro sul campo nel Distretto di Dagoretti, con il centro di prima accoglienza e di coordinamento delle varie attività che per più di dieci anni è stato operativo all’interno del quartiere di Waithaka, Amref ha deciso di ampliare e rafforzare il progetto “Children in Need” con la costruzione di un vero e proprio “Villaggio dei ragazzi", inaugurato il 5 marzo 2011.

Il programma di Amref in questi anni ha promosso anche attività artistiche e di comunicazione come strumenti di riabilitazione psicologica, fisica e sociale. Negli anni sono stati realizzati prodotti di comunicazione “alternativi”, che hanno aiutato i ragazzi a dialogare con le comunità che li emarginano, ma anche a far conoscere al mondo la condizione dei ragazzi di strada dall’interno.

Un momento delle attività di Amref con i ragazzi a Nairobi (Foto: Amref).
Un momento delle attività di Amref con i ragazzi a Nairobi (Foto: Amref).

In particolare, Amref ha promosso la creazione di un laboratorio di video‐formazione che ha coinvolto negli anni un centinaio di ragazzi e che ha portato alla realizzazione di diversi documentari, tra i quali “TV Slum” (nel 2002) e “Sillabario Africano” (2005): il primo è andato più volte in onda in Kenya e in Italia; il secondo è stato trasmesso in 146 paesi di tutto il mondo dal National Geographic Channel.

Inoltre, l'Ong internazionale ha realizzato un laboratorio teatrale culminato nella realizzazione di diversi spettacoli, i più famosi dei quali sono “Pinocchio Nero”, rappresentato varie volte a Nairobi e applaudito da 30 mila persone nei tour italiani, “Amore buono”, pièce teatrale e musicale sulla prevenzione dell’Aids, e “Il cerchio di gesso”, messo in scena dalle ragazze del gruppo Malkia.

«Tutto questo», scrive Amref, «ha prodotto un nuovo modo di raccontare l’Africa, le sue emergenze croniche, le sue ricchezze straordinarie ma ignorate, i suoi linguaggi e le soluzioni che gli abitanti dello slum sanno dare ai grandi nemici dello sviluppo: povertà, malattie, degrado ambientale, discriminazione delle donne, sfruttamento dell’infanzia».

Amref è la principale organizzazione sanitaria privata, senza fini di lucro, che opera in Africa Orientale. Dalla sua fondazione a Nairobi nel 1957 promuove e gestisce ogni anno 140 progetti di sviluppo sanitario in 6 paesi, impiegando oltre 800 persone, di cui il 97% africane.

L’unicità di Amref risiede nel suo essere un’organizzazione pienamente africana, impegnata per uno sviluppo autonomo del continente, la sua identità africana è essenziale per trovare soluzioni adeguate e sostenibili. Il lavoro nel campo della prevenzione, dell’educazione alla salute e della formazione di personale locale mira sempre a generare bene!ci permanenti.

Nel 2005 Amref vince il "Bill e Melinda Gates Award per la Salute Globale". Questa la motivazione: “Amref è più di una delle voci dell’Africa, è un atto di coraggio, di compassione, di intelligenza, di fermezza. Amref ha imparato come migliorare veramente la salute in Africa chiedendo agli Africani cosa bisogna fare e come farlo nel modo migliore”.

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