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sabato 28 maggio 2022
 
 

L'analisi dagli Stati Uniti: per Trump e Clinton trionfo rimandato

02/03/2016  La selezione naturale che ci si aspettava dopo le primarie del "Super Martedì" è rimandata a data da destinarsi: di sicuro non prima di due settimane, quando il 15 marzo prossimo si voterà in Florida. I giochi non sono ancora fatti: lo stile da bullo della politica di Trump, secondo parecchi analisti, rischia di ritorcerglisi contro a novembre, quando dovrà contendersi con i democratici i voti moderati di centro. È lì che lo attende al varco la Clinton.

Doveva essere un trionfo per i grandi favoriti: invece gli sfidanti, da ambo le parti, sono riusciti a tener duro e restare, anche se vincendo solo alcuni degli stati in palio, decisamente in corsa. Nel super martedi’ elettorale, in cui i candidati Repubblicani si giocavano i delegati di ben 12 stati, Donald Trump il miliardario ‘sopra le righe’, - per usare un eufemismo - che finora ha dominato sondaggi, (prima), urne (poi) e toni della campagna elettorale (sempre!) se ne e’ aggiudicati, con distacchi spesso di tutto rispetto, ben 7. In gran parte sono grandi stati del – piu’ o meno profondo – Sud: Alabama, Arkansas, Georgia, Tennessee, e Virginia, e due piu’ piccoli nel New England, il ricco ed acculturato Nordest: il montagnoso Vermont e soprattutto, con uno scarto di ben 30 punti percentuali, il politicamente importantissimo Massachusetts, sofisticato e accademico quanto basta per smentire i critici che accusano “The Donald” di essere disposto, per un pugno di voti in piu’, a “pescare nel torbido”.

Di fatto la polemica esplosa alla vigilia del super martedi’ elettorale delle primarie, quando il magnate Newyorchese, non aveva battuto ciglio nel ricevere l’appoggio pubblico di un noto esponente xenofobo e razzista, poi visto, il polverone sollevato dalla faccenda aveva cercato goffamente di recuperare prendendosela addirittura con un auricolare difettoso durante un intervista, non sembra averne scalfito nemmeno un po’ la popolarita’; cosi’ come dopo tutto le tante boutade a cui ci ha abituato dalla sua “discesa in campo” il 15 giugno scorso. Se non c’era riuscita la proposta di tenere fuori tutti – (tutti!!) – i musulmani dagli Stati Uniti fino a nuovo ordine, figurarsi l’appoggio di un leader del Ku Klux Klan .. forse ha ragione lui quando dice, in un'altra storica perla del suo variopinto repertorio “sono cosi’ popolare che se andassi in quinta avenue e sparassi a qualcuno, la cosa non mi farebbe scendere nei sondaggi.”

E mentre i sondaggisti sondano, gli analisti analizzano, e gli esperti pontificano in interminabili dirette TV (che tanto a far parlare, a diluvio, i mezzibusti alla CNN e compagni non costa niente) gli altri candidati, Repubblicani quanto – anzi sicuramente piu’ di – lui, si accontentano delle briciole. Certo, anche quando si tratta di uno stato grande come il Texas vinto (insieme al vicino Oklahoma) dall’ultra conservatore Ted Cruz grazie a un favorevole “fattore campo”, o il “bastian-contrario” Minnesota vinto dal paladino del conservatorismo sociale, Marco Rubio, sempre briciole, in fondo, rimangono. Grandi abbastanza tuttavia da mantenere viva una corsa alla nomination che, grazie ai toni impostigli da Trump, somiglia sempre piu’ a una rissa verbale durante la ricreazione alle scuole medie.

Piu’ maturi e misurati negli attacchi invece i due candidati rimasti in lizza per la nomination Democratica, Bernie Sanders il 74enne senatore del Vermont con “in testa vaghe idee di socialismo” (parafrasando rispettosamente Francesco Guccini), e Hillary Clinton, - che non ha bisogno di presentazioni - un po’ robotica e camaleontica ma comunque rassicurante esponente di un “establishment” che qui sembra quasi diventato una parolaccia. Anche in questo caso e’ un trionfo mancato per l’ex first lady e ministro degli esteri che, come il rispettivo capofila repubblicano, spopola negli stati del sud ma zoppica al crescere della latitudine: cosi’ Sanders ha vinto Colorado, Minnesota, chiaramente il suo Vermont, e l’Oklahoma con notevole scarto. E ha addirittura rischiato, per un pugno di voti – poco piu’ di 20,000 su un totale di oltre un milione – di strappare alla blasonata rivale anche il limitato, per numero di delegati, ma simbolicamente fondamentale Massachusetts, sfiorando un risultato di 6 stati a 5 che, viste le premesse, avrebbe potuto “rivendersi” come una “vittoria morale”.

Dunque la selezione naturale che ci si aspettava stasera e’ rimandata a data da destinarsi: di sicuro non prima di due settimane, quando, il 15 marzo prossimo si votera’ in Florida (casa di Marco Rubio), Ohio, (casa di John Kasich – che finora non ha vinto niente!) ed altri stati “pesanti”, come Illinois, Missouri e North Carolina. E in realta’, almeno da parte Repubblicana, i ritiri non sono poi cosi’ scontati: di fatto, il partito ha cominciato gia’ – forse un po’ in ritardo - a dare segni di nervosismo per l’ascesa verticale di Trump. Il suo stile da bullo della politica, secondo molti, rischia di ritorcerglisi contro a Novembre, quando dovra’ contendersi con i democratici i voti moderati di centro. Dunque – a meno di numeri assolutamente schiaccianti - per sapere il nome del candidato si dovra’ forse aspettare la convention dell’estate. Ormai l’unica cosa certa di questa campagna al veleno e che nelle prossime settimane (e forse nei prossimi mesi) ne vedremo, e sentiremo, delle belle.

 
 
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