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martedì 27 ottobre 2020
 
 

L'analisi: Russia, Cina e Turchia, l'Ostpolitik di Bergoglio

05/02/2016  L'annunciato incontro tra il Papa e il Patriarca di Mosca, l'apertura a Pechino di qualche giorno fa, il ritorno dell'ambasciatore turco presso la Santa Sede: Francesco si conferma un giocatore globale. Ragioni e successi della "sua politica estera".

E’ una mossa ulteriore e sicuramente non  sarà l’ultima. Papa Francesco si conferma un giocatore globale l’unico in grado di dettare le regole del gioco e le mediazioni per farle funzionare in modo che la palla giri. L’annunciato incontro a Cuba con il Patriarca di tutte le Russie, l’intervista ad Asia Times di qualche giorno nella quale Bergoglio ha aperto porte le porte a Pechino, il ritorno a Roma dell’ambasciatore turco dopo la crisi provocata dalla frase sul genocidio armeno la scorsa primavera, frutto di abilissima finezza diplomatica da parte della Santa Sede, senza alcun passo indietro sulla considerazione della tragedia armena, confermano che la forza di Bergoglio, cioè quel suo procedere con la categoria della misericordia, può essere declinata anche in ambito politico e  diplomatico.

Non è un caso che la Civiltà Cattolica per mano del suo direttore padre Antonio Spadaro, uno degli uomini più vicini a Bergoglio, dedichi l’editoriale dell’ultimo numero proprio alla “diplomazia di Francesco” e la descriva secondo la categoria della “misericordia come processo politico”. Non significa che il papa dimentica e che cammini al di sopra della Storia, ma significa che mette da parte anatemi e dogmi, che nessun uomo, o governo, o popolo, o religione può essere identificato come nemico assoluto, o forse solo anche parziale, ma come compagno di strada con il quale parlare, prima o poi, con il quale trovare il modo di aiutarsi durante il cammino, prima a poi.

E’ la versione di Bergoglio dell'Ostpolitik  inaugurata da Roncalli e poi portata al suo culmine dal cardinale Agostino Casaroli, che adesso si spalma sull’intero pianeta, ma non cambia di paradigma, perché, allora come oggi, procede dalla convinzione che nulla mai è perduto , che i meccanismi della politica e della diplomazia possono essere interpretati con la creatività del Vangelo inchiodata dal discorso della Montagna (beati gli umili, beati i poveri di spirito…), il quale diventa così il manifesto della nuova geopolitica di Bergoglio.

Quello con Ankara è un piccolo episodio che definisce bene la materia e getta luce sull’azione odierna del papato. L’ambasciatore turco era stato richiamato in patria e non tornava. Relazioni diplomatiche sospese perché Francesco definì genocidio il massacro degli armeni nel 1915. Ebbene mercoledì scorso il professor Riccardo Marmara, storico cattolico turco, presenta al Papa al termine dell’udienza un libro dedicato alla squadra navale pontificia che prese parte alla battaglia dei Dardanelli nel 1657. E’ la traslitterazione italiana e turca di un manoscritto ottomano del Fondo Chigi che si trova alla Biblioteca apostolica vaticana. Sembra una notizia da nulla, perché al Papa alla fine dell’udienza regalano molti libri. Ma la Santa Sede con una mossa diplomatica molto fine pubblica una nota attraverso la Sala stampa nella quale riferisce del libro e lo mette nel contesto e ne offre una lettura fin ai “tragici eventi del 1915”. Non si ripete la parola genocidio, non serve, perché la misericordia come categoria politica e diplomatica non ha la smania di sottolineare, di alzare bandiere e lasciarle a sventolare. Né ha quella di dividere il mondo un buoni o cattivi, tutto bianco o tutto nero, appunto al di sopra della storia che è sempre più complessa nel suo svolgersi e nelle sue memorie rispetto a quello che accade.

La diplomazia di Francesco sbaraglia ogni orizzonte, non aderisce ad alcun obbligo. Anzi gioca in proprio, cerca interlocutori, spezza schematismi. Alcuni lo criticano, gli danno dell’ingenuo, di avere un pensiero incompleto o, nel migliore del casi, troppo aperto.  Lui non se ne cura e va avanti deciso, apre processi senza preoccuparsi di come si chiuderanno. Spezza via schieramenti che la globalizzazione gli offre come predefiniti e guai a toccarli.  Tutti i giocatori sono ammessi da Bergoglio, basta che giochino e che non cerchino di rubare il pallone. C’è aria nuova anche nelle analisi.

Nell’intervista ad Asia Times invita a non aver paura di Pechino, di chi ha in tasca le chiavi dell’economia globale e poi invita a ragionare con un pensiero nuovo, oltre la logica di Yalta, di cui nessuno parla più, ma che resta drammaticamente alla radice di ogni mossa del grande gioco globale. E’ molto di più dell’invito di Giovanni Paolo II all’Europa di respirare con  due polmoni. E’ un ammonimento a non  considerare nulla perduto, a non competere sempre, a considerare il mondo multipolare, poliedrico, secondo una espressione tanto cara a Bergoglio, che è il modo virtuoso di intendere la globalizzazione, per evitare di essere travolti appunto dalla follia globale. Bergoglio svuota ogni vaso dall’acqua stagnante dello scontro, categoria geopolitica sulla quale si è costruita sempre una pace, ma che poteva non essere altro che tranquillità e che faceva male ai popoli perché la tranquillità è destinata semanticamente a trasformarsi in inquietudine con risultati di solito disastrosi.

La narrazione del mondo di Bergoglio è altro. Ha chiuso in un armadio ogni retorica, anche quella dell’armonia tra poteri differenti, ma sempre concorrenti. La categoria della misericordia ha fatto la differenza. Anche con la Terza Roma. E il lavorio diplomatico, politico e religioso, della Chiesa di Bergoglio, la sua capacità agile e leggera di costruire ponti ovunque con sorprendente velocità, è riuscito a mettere in moto processi e forse a prospettare soluzioni imprevedibili. A maggior bene di tutti, a qualunque latitudine.

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