logo san paolo
giovedì 26 maggio 2022
 
 

L'annuncio a sorpresa: ai ministri niente stipendio

29/04/2013 

Poi uno dice che la politica non è capace di stupire! Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, non ha fatto in tempo a presentare la lista dei ministri che è partita la prima raffica di piagnistei, praticamente gli stessi che da decenni ci ammorbano senza fantasia.
Così, stando ai “signori signornò”, saremmo tutti destinati a morire democristiani, Letta è uno d’accostare all’Italia dei carini, tanto dura minga, non può durare, è lo zio che comanda e in ogni caso non è lui che regge i fili, eccetera.



Due giorni di tempo e la parabola lettiana era già discendente, tra mille banalità. Né è mancato chi ha soffiato sul fuoco in maniera perfida, mostrando i ministri e il loro mentore durante la foto di rito col presidente della Repubblica “mentre fuori si sparava ai servitori dello Stato”.
Classe, stile ed eleganza, come sempre… Così, l’ipercritica intellighenzia lo aspettava al discorso alla Camera con quell’aria d’attesa scettica mista a noia e sicumera: vieni, vieni pure. Parla, parla, tanto, per quel che vale… E lui, invece, Letta il Giovane, che ti combina? Quel discorso che doveva somigliare più a una mano implorante solo qualche giorno di gloria effimera, è un vero discorso programmatico, per di più a lunga gittata e anche un po’ sfrontato sin da subito, quando rammenta ai colleghi parlamentari “il linguaggio sovversivo della verità”.
Bum, direbbero lorsignori. Il fatto è che Letta il Giovane appare in forma smagliante, quanto a propositi. E se non bastasse l’entusiasmo del neofita, ci mette anche un pizzico d’astuzia politicante, chiamando alla correità il Parlamento su temi come la legge elettorale, il pensiero negativo dei connazionali sui politici, la forza del confronto tra Governo e Parlamento, persino l’Europa e – siore e siori, mi vollio rovinare – “i miei ministri non lo sanno, ma chiederò il taglio dello stipendio dei ministri”.


Da non crederci, per uno che dovrebbe scarrozzare un governicchio verso lidi meno nefasti degli attuali, per poi magari sentirsi dire: “Scansati ragassino, lasiazi lavorare”, detto da qualche mammasantissima di lungo corso pronto a rientrare dalla finestra, dopo aver finto di essere uscito dalla porta. Macché, questo qui ha capito male, evidentemente.
Ci ha preso proprio gusto a stare lì, a parlare a tutti. E, forte dell’ispirazione del momento solenne, si lascia andare fra toni vagamente veltroniani sulle potenzialità del Paese reale, se solo il Palazzo sapesse dare il buon esempio, e richiami modello“arrivano i nostri” pronti a salvare la povera giovane Italia dalle grinfie dei rapitori, se il Parlamento tutto saprà seguire il suo Settimo cavalleria lanciato verso il riscatto della Patria.


Europa, lavoro, scuola, welfare, famiglie, rilancio dell’economia, tasse: nel discorso di Enrico Letta c’è tutto. O di tutto un po’, per chi ci crede meno, pronto a dire: se son rose… pungeranno. Però i toni sono fermi senza false solennità, le frasi disegnano il famosissimo “fare” come qualcosa che è lì, a portata di mano, e senza slanci retorici. Tanto sicuro del lavoro che porterà avanti da “minacciare” verifiche entro 18 mesi, convinto di non essere lì per caso e nemmeno per disperazione, ma di aver meritato il ruolo e di poterlo dimostrare fin dal primo giorno, quello in cui, appunto, ai suoi ministri chiederà il taglio dello stipendio. Ora, se immaginare i pensieri dei quei 21 seduti con lui è talmente facile da rasentare il banale, immaginiamoci, invece, per un solo attimo, il brivido che devono aver provato i deputati plaudenti: “Ma se questo qui, al primo giorno, si taglia lo stipendio, non è poi che a noi…? No, dai, non è possibile!”
Brrr, che paura fa venire questo Letta mentre passano i minuti, e lui snocciola le intenzioni e le aspettative, le proposte e gli impegni.


Ci riuscirà? Qui gli scettici hanno ancora buon gioco, perché in effetti se Letta riuscisse a portare a termine solo un terzo di ciò che ha proposto ci sarebbe da essere ampiamente soddisfatti, almeno come inizio di un cambiamento che in questo Paese sembra non iniziare mai, condannato com’è a credersi una Fortezza Bastiani in perenne attesa.
E mentre anche a noi comincerebbe a sorgere qualche dubbietto in proposito, Letta il Giovane cala con semplicità l’asso nella manica, l’ultimo a disposizione, quello che dovrebbe garantirgli un po’ più di quel dovuto rispetto per chi, non va dimenticato, in ogni caso ha deciso di accettare la guida dell’Italia. E allora ecco che parte lo scenario nuovo, quello che vorrebbe essere destinato al cambio di panorama, e che va a tutti, anche a quei milioni fuori dal Palazzo, cioè a tutti gli italiani.
Letta cita Davide e Golia, ricorda i cinque sassi presi nel fiume da Davide, e invita a sentirsi come lui, pronto a gettare il sasso contro Golia. Da Letta il Giovane a Davide Letta, in meno di un’ora.

Multimedia
L'economista Daniele Checchi: sul lavoro molte idee, pochi fondi
Correlati
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo