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sabato 22 gennaio 2022
 
 

L'anticorruzione è legge, un passo avanti

22/05/2015  La nuova legge combina aumento delle pene, meccanismi premiali per chi collabora alle indagini e falso in bilancio che torna perseguibile d’ufficio. Analizziamo le novità.

Veniamo da decenni di esperti che segnalano la corruzione come uno dei principali problemi del sistema Italia e contemporaneamente da decenni di classi dirigenti inclini a quella che Sergio Mattarella chiamava, qualche giorno fa, “una concezione rapinatoria della vita”. Detto in termini meno aulici: decenni in cui abbiamo visto amministratori della cosa pubblica salutare, nei fatti, il ruolo più che come un servizio come un invito al Paese di Bengodi.

Veniamo da stagioni di leggi concepite più per gli interessi di pochi che per il bene del Paese, spesso più utili alle mani libere che alle mani pulite. Considerato che questo è il contesto, che ogni testo in materia di corruzione esce da un estenuante compromesso, che fin qui tante volte è stato anche paralizzante, molti commentatori, anche specialisti, anche favorevoli a iniziative più incisive, hanno salutato la nuova legge anticorruzione - che dovrebbe trovare completamento in una seria riforma specifica della prescrizione che cancelli gli effetti nefasti della legge ex Cirielli - come un passo avanti nella direzione giusta.

La nuova legge, passata con il voto contrario di Forza Italia e Cinque stelle e con l'astensione della Lega, combina aumento delle pene e  meccanismi premiali per chi collabora alle indagini. Il falso in bilancio, che della corruzione è spesso presupposto, torna perseguibile d’ufficio.

Se l’aumento delle pene agirà con ogni probabilità più nella direzione, indiretta, di allungare la prescrizione che in quella, diretta, del potere deterrente, che funziona davvero solo davanti alla certezza della pena su cui incidono parecchi fattori,  la previsione di meccanismi di premio per chi collabora dovrebbe favorire significativamente  il contrasto, accelerandolo, ben sapendo che in materia di corruzione uno dei problemi pratici è il ritardo con cui viene scoperta (e la prescrizione conseguente).

È noto che il ritardo nasce dalla forza del patto tra chi paga e chi riceve. Si tratta di indebolirlo. Qualcuno dei non addetti ai lavori certo storcerà il naso all’idea di “premiare” chi parla, uno degli aspetti di novità della legge. Ma tutti sanno ormai che la collaborazione di giustizia non è un fatto di “pentimento”, non incide sulla questione morale (e se mai ciò dovesse accadere non riguarderebbe la giustizia degli uomini): si tratta di un patto con lo Stato, se si preferisce un realistico scambio di convenienze, che però si rivela strumento assai utile di contrasto quando si tratta di spezzare il patto di ferro tra corrotto e corruttore che resta solidissimo, e vincolato alla copertura reciproca, se non si fa in modo che si inneschi un interesse a interromperlo.

L’altro aspetto innovativo della nuova legge, la storia dirà quanto efficace, riguarda l’automatismo che àncora la restituzione del maltolto all’accesso al patteggiamento.  Il principio non è del tutto nuovo, nel senso che già esiste la cosiddetta confisca per equivalente – al condannato per aver “rubato” denari pubblici si confiscano beni di valore  pari al maltolto -, ma la nuova legge spazza ogni dubbio in merito al fatto che vada applicata anche in caso di patteggiamento, cosa fin qui controversa.  Questo aspetto, combinato  con l’aumento della prescrizione, volto a scoraggiare strategie dilatorie per le difese,  dovrebbe portare se non a una pena più certa (ma forse anche), a una più certa riparazione del danno.

Solo il vaglio del lavoro quodidiano di chi deve applicare la legge probabilmente ne chiarirà nei dettagli pregi e criticità, che spesso emergono all’atto pratico, in un Paese che ha molte leggi non tutte coerenti. Molto dipenderà dal lavoro che seguirà in materia di riforma della prescrizione che è già oggetto di trattativa (si spera non troppo al ribasso) nella maggioranza. Qualcosa oltre, se si vorrà, si potrà fare in futuro per regolamentare la gestione dei soldi pubblici affidati ai privati, al momento terra di nessuno, eppure tema sensibile in un Paese che ha in atto la ricostruzione dei terremoti dell’Aquila e dell’Emilia. Molto si potrebbe fare, a scopo preventivo, per migliorare il Codice degli appalti, tra le cui maglie spesso si annidano le occasioni della corruzione.

Resterà comunque la riforma più difficile, quella della mentalità degli italiani e della loro idea rapace del potere, ma per quella non c'è legge che tenga, neanche nel migliore dei mondi possibili.


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