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domenica 24 gennaio 2021
 
 

L'antidoto al fondamentalismo

24/01/2015  Un dialogo serio che parta dall'incontro con l'altro e dalla conoscenza di sé. Tra cristiani e musulmani non servono buonismi, ma una conoscenza reciproca senza "la polvere che annebbia la vista", dice il Papa per i 50 anni del Pontificio istituo di studi arabi e d'islamistica

Dialogo, ma con un'adeguata formazione e senza sincretismi. Ricevendo i partecipanti all'incontro promosso dal Pisai (Pontificio istituto di studi arabi e d'islamistica) che celebra i suo 50 anni papa Francesco ha ricordato che «negli ultimi anni, nonostante alcune incomprensioni e difficoltà, sono stati fatti passi in avanti nel dialogo interreligioso, anche con i fedeli dell’Islam. Per questo è essenziale l’esercizio dell’ascolto. Esso non è soltanto una condizione necessaria in un processo di reciproca comprensione e di pacifica convivenza, ma è anche un dovere pedagogico al fine di essere "capaci di riconoscere i valori degli altri, di comprendere le preoccupazioni soggiacenti alle loro richieste e di fare emergere le convinzioni comuni"», come aveva sottolineaato già della Evangelii gaudium.
Ma per il dialogo occorre «un’adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca. Bisogna fare attenzione a non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante ma, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori. Un comodo approccio accomodante che», cita ancora la sua Esortazione, , "dice sì a tutto per evitare i problemi", finisce per essere "un modo di ingannare l’altro e di negargli il bene che uno ha ricevuto come un dono da condividere generosamente"».
Il Papa invita a tornare ai fondamenti e spiega che, «quando ci accostiamo ad una persona che professa con convinzione la propria religione, la sua testimonianza e il suo pensiero ci interpellano e ci portano ad interrogarci sulla nostra stessa spiritualità. Al principio del dialogo c’è, dunque, l’incontro. Da esso si genera la prima conoscenza dell’altro. Se, infatti, si parte dal presupposto della comune appartenenza alla natura umana, si possono superare i pregiudizi e le falsità e si può iniziare a comprendere l’altro secondo una prospettiva nuova».
Ed è questo il lavoro svolto in questi anni dal Pisai, nato in Tunisia grazie all'opera dei Missionari d'Africa e poi, da 50 anni, insediatosi anche a Roma. Il lavoro accademico degli studiosi non si limita ad accettare quanto viene detto superficialmente, dando luogo a stereotipi e preconcetti, ma va «ad indagare le fonti, a colmare le lacune, ad analizzare l’etimologia, a proporre un’ermeneutica del dialogo e, attraverso un approccio scientifico ispirato allo stupore e alla meraviglia, è capace di non perdere la bussola del mutuo rispetto e della stima reciproca. Con queste premesse, ci si avvicina all’altro in punta di piedi senza alzare la polvere che annebbia la vista».
La presenza stessa dell'Istituto, ha concluso il Papa, dimostra «quanto la Chiesa universale, nel clima di rinnovamento post-conciliare, abbia compreso l’incombente necessità di un istituto esplicitamente dedicato alla ricerca e alla formazione di operatori del dialogo con i musulmani. Forse mai come ora si avverte tale bisogno, perché l’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza come ricchezza e fecondità. Tale compito non è semplice ma nasce e matura a partire da un forte senso di responsabilità. Il dialogo islamo-cristiano, in modo particolare, esige pazienza e umiltà che accompagnano uno studio approfondito, poiché l’approssimazione e l’improvvisazione possono essere controproducenti o, addirittura, causa di disagio e imbarazzo. C’è bisogno di un impegno duraturo e continuo al fine di non farci cogliere impreparati nelle diverse situazioni e nei differenti contesti. Per questa ragione si esige una preparazione specifica, che non si limiti all’analisi sociologica, ma abbia le caratteristiche di un cammino tra persone appartenenti alle religioni che, pur in modi diversi, si rifanno alla paternità spirituale di Abramo».

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